LA VITA IN CAMPAGNA: IL GRANO
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- LA VITA IN CAMPAGNA: IL GRANO
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Nel cuore dell’estate salentina, tra campi dorati e cicale instancabili, prendeva vita uno dei momenti più solenni del calendario contadino: la mietitura del grano. Non era solo un lavoro agricolo, ma un vero e proprio evento collettivo, quasi sacro, a cui partecipava l’intera famiglia. In gioco non c’era solo il raccolto, ma il pane dell’anno, la sopravvivenza quotidiana e l’identità stessa del mondo rurale.
Il grano era chiamato con rispetto “l’oro del Salento”: da quei chicchi maturi si otteneva la farina, destinata a diventare pane, pasta e focacce. Era il nutrimento essenziale, base della cucina contadina.
Il momento della raccolta non seguiva un calendario fisso, ma si affidava all’occhio esperto del contadino, capace di leggere i segnali della natura. Quando le spighe si piegavano verso la terra, sotto il peso dei chicchi maturi, era il segno che il tempo era giunto: la mietitura poteva iniziare.
L’intera famiglia si riuniva nei campi, all’alba, quando il sole era ancora basso e il calore sopportabile. Il lavoro era duro e incessante: con falci affilate si tagliavano le piante, che venivano raccolte in mannelli (piccoli fasci), legati e poi disposti in covoni, lasciati ad asciugare sotto il sole.
La fatica si alternava a momenti di condivisione: un pasto semplice sotto l’ombra di un albero, qualche canto tradizionale, storie raccontate per spezzare la monotonia del gesto ripetuto. Ogni covone era una promessa di pane, ogni giorno nei campi era un rito di continuità.
Una volta conclusa la mietitura, il lavoro proseguiva con un’altra fase fondamentale: la trebbiatura, processo che consentiva di separare il grano dalla spiga, trasformando i fasci raccolti in chicchi utili per la farina e, dunque, per il pane quotidiano.
Le spighe tagliate venivano raccolte in fascine, legate con una spiga più lunga che fungeva da laccio naturale: così nascevano "li mannucci" (i covoni), che venivano portati nei pressi dell’aia, uno spiazzo battuto e soleggiato dove si svolgeva la trebbiatura vera e propria.
Qui, i contadini battevano il grano a mano, usando la purcara, una mazza di legno che serviva a liberare i chicchi dalla spiga. Dove c’erano più mezzi, si ricorreva all’aiuto di un animale da tiro, spesso un cavallo, al quale veniva legata la pìsara: un masso ogivale, pesante, trascinato in cerchio sopra i covoni, con lo stesso scopo di frantumare le spighe.
Ma non bastava: una volta frantumato, il grano veniva lanciato in aria con forche o pale di legno, approfittando della brezza che soffiava sull’aia per separare la pula e la paglia dai chicchi buoni, più pesanti, che cadevano a terra. Era un gesto sapiente e ripetuto, che mescolava gesto fisico, esperienza e osservazione del vento.
Quando i sacchi si riempivano finalmente del grano “tanto sospirato”, i campi si svuotavano e le famiglie tornavano a casa, dove le donne preparavano una grande tavolata. Era il momento del ringraziamento, non affidato a riti arcaici o pagani come altrove – niente fuochi, né offerte all’acqua – ma alla condivisione del cibo, alla festa, al mangiare insieme sotto il segno della fatica comune e della speranza nell’anno a venire.
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La vita in campagna
Parte di LA VITA IN CAMPAGNA: IL GRANO