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LA VITA IN CAMPAGNA:USI,COSTUMI E TRADIZIONISan Giuseppe, il santo patrono che protegge campane, colture e animali nonché alla processione delle fascine. Teniamo a precisare che le terre coltivate, secoli fa, erano localizzate dove attualmente è centro abitato. Tutto iniziò nella notte che andava dal 18 al 19 Marzo 1866: un violento nubifragio si abbatté sulle campagne di San Marzano, devastando colture e sradicando alberi, allagamenti nelle case e stalle di animali. La gente del posto pensò che fu una sorta di punizione di San Giuseppe, i Sammarzanesi per dimostrargli il contrario iniziarono a reperire legna, fascine, saramenti e utilizzando, carri, cavalli, muli, iniziarono una carona umana e li depositarono al punto più alto del paese (di fronte al Palazzo Marchesale, sede per il primo Zjarre Madhe). Grazie all'enorme quantità di fascine fu acceso il grande falò. Le fiamme erano talmente alte che i cittadini dei paesi limitrofi giunsero a San Marzano per capire cosa fosse successo. I Sammarzanesi spiegarono che il falò fu acceso per dimostrare a San Giuseppe la forte devozione. Anziani, donne e bambini si inginocchiarono davanti a San Giuseppe, anche alcuni cavalli si inchinarono, lo fecero affinché San Giuseppe proteggesse le campagne, colture e animali. Da quel lontano 1866 ripete il rito della processione delle fascine con l'accensione del grande falò detto Zjarr Madhe. Prevede che venga acceso lo stesso giorno della processione. Ogni anno il 18 Marzo alle ore 15:00 si rinnova la tradizione e il paese si riempie di migliaia di curiosi e turisti. Dell’aspetto enogastronomico della festa, invece, ce ne occuperemo nei capitoli successivi. Gli animali, nella conduzione della vita passata, erano fondamentali. Tante famiglie a San Marzano usavano tenere in casa il mulo, cavallo o asino. Veniva utilizzato per coltivare le terre, per macinare olive ma anche a tenere caldi gli ambienti . Antonio Di Nunzio veniva chiamato “Ntoniu fazzulettu alla moda”. Nei giorni festivi era solito vendere diversi oggetti, trick track (nome paesano dato ai botti), coriandoli, pupazzetti e fazzoletti alla moda. In foto lo notiamo negli anni settanta durante la processione delle fascine. Da notare lo strumento musicale che teneva in mano, realizzato da lui in quanto amava la musica. Era una persona stimata in tutto il paese.
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ENOGASTRONOMIA: FAVE E FAVOLETTELe fave a purè non sono solo un piatto tipico del Sud, ma un racconto di vita popolare che ha attraversato generazioni, specialmente nella comunità di San Marzano. Legate al focolare domestico e ai sapori dell’infanzia, queste fave cotte nella pignatta evocano ricordi familiari, tra il profumo inconfondibile dei legumi e la “cucchiara ti li faij”, quel cucchiaio di legno che era utensile da cucina… ma anche strumento educativo! Simbolo di povertà dignitosa e ingegno contadino, le fave venivano preparate unendo ingredienti semplici che si trovavano in dispensa: cicorie, verdure selvatiche, pane raffermo. Il tutto era servito nel piatto “menzano”, al centro della tavola, da cui tutti attingevano, rendendo il pasto un atto di condivisione. Anche il giorno dopo, le "faj scarfate", riscaldate con un filo d’olio e una crosticina croccante, risultavano ancora più buone. La ricetta tramandata da Maria Clelia (senza patate) Ingredienti per persona: 120 g circa di fave secche sgusciate Acqua quanto basta a coprirle Poco sale (da regolare alla fine) 2 cucchiai di olio d'oliva Pane raffermo di grano duro Contorni a scelta: peperonata, verdure di campo, ortaggi, fritture Preparazione essenziale: Mettere le fave in ammollo al mattino, mai la sera prima. Dopo l’ammollo, cuocerle in una pentola alta con acqua fresca. Eliminare la schiuma all’ebollizione. Poi abbassare la fiamma e lasciarle tranquille fino a quando l’acqua è quasi assorbita. Mescolare solo verso fine cottura, controllando ogni 8-9 minuti. Dopo circa un’ora e mezza, quando morbide, frullarle o sbatterle con forza, aggiungendo olio e sale. Servirle con contorni scelti e pane abbrustolito. Se ne avanzano, nessun problema: il giorno dopo saranno ancora più deliziose riscaldate in padella con un filo d’olio. Una vera poesia contadina che si rinnova ogni volta che si rimescola quell’antico purè giallo.
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ENOGASTRONOMIA: LA FESTA DI SAN GIUSEPPEA San Marzano, in occasione della vigilia della Festa di San Giuseppe, il paese si anima intorno ai tradizionali forni a legna. Fin dalle prime luci del mattino del 18 marzo, nelle case si lavora con dedizione: le antiche madie si riempiono di farina di grano pronta per essere impastata a mano, nel rispetto delle tecniche tramandate nel tempo. Ne nascono piccoli pani su cui sono incise con cura le iniziali “S.G.”, simbolo del Santo Patrono. Il giorno successivo, alle ore dieci, dopo la solenne benedizione nella Chiesa Madre, questo pane sacro viene distribuito nella piazza: è il pane di San Giuseppe, conosciuto anche come “pane dei poveri”, emblema di una fede semplice e autentica. Questo rituale affonda le radici in un’antica religiosità contadina, in cui il pane rappresentava non solo il nutrimento materiale, ma anche la provvidenza, la carità e il voto di chi, per grazia ricevuta o per devozione, sceglieva di perpetuarne il rito per tutta la vita. È una pratica che si tramanda da generazioni, e che si manifesta anche nelle tavole benedette — le mattre — altro segno tangibile di un’offerta condivisa e sincera. Per i sanmarzanesi, preparare quel pane e quei piatti è molto più di una tradizione: è un atto di fede, un tributo alla figura di San Giuseppe, protettore umile e generoso. E così, anche nel tempo presente, la mattra della nonna continua a vivere, testimone di un’identità collettiva che unisce passato e presente.
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FLORA: IL MELOGRANOIl “Punica granatum”, conosciuto come melograno, è un arbusto originario dell’Europa sud orientale, eretto spinoso e dalle foglie strette e verdi e dai frutti commestibili. La sua storia affonda radici antichissime nelle antiche civiltà del Medio Oriente per poi arrivare nell’antica Grecia ed altre nazioni mediterranee. Ma quale legame ha con Oria? Il già citato Santuario di Demetra e Persefone è strettamente correlato al mito delle due divinità in cui il melograno rappresenta uno dei simboli. Il mito di Demetra e Persefone narra: la bella Persefone, figlia di Demetra, venne rapita da Ade, dio degli Inferi, in quanto la voleva come sua sposa. Demetra, dea della fertilità, a causa del dolore per la sparizione della figlia, scatenò una tremenda carestia condizionando anche il clima e la vita delle persone. Per evitare la scomparsa di piante, frutti e dunque del genere umano, Zeus ordinò ad Ade di liberare la giovane fanciulla. Ade obbedisce, ma con un inganno: prima di riportare Persefone alla madre, le offre un melograno, la ragazza ne mangia sei chicchi, legandola per sempre a dover tornare nel regno dell’oltretomba per sei mesi all’anno. Così gli antichi si spiegavano il ciclo delle stagioni: quando Persefone tornava sulla Terra, Demetra risvegliava la natura (primavera ed estate), il resto dell’anno, quando Persefone ritornava negli Inferi, Demetra faceva calare il freddo (inverno ed autunno). Il culto di Demetra e Persefone, il cui simbolo è il melograno, è continuato nel tempo e sempre nell’area circostante, precisamente nella grotta di S. Mauro è possibile apprezzare un particolare affresco della Madonna con il Bambino e il melograno (affresco a destra nell’immagine in basso, il melograno è indicato con il cerchio).
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FAUNA: CASTARIEDDISul colle del Vaglio (166 metri s.l.m.) sorge il castello Normanno – Svevo che ha da sempre ospitato famiglie nobili e in generale legate all’aristocrazia ed al potere. Queste famiglie avevano importanti e vasti possedimenti terrieri tra cui ampie radure e boschi in cui si poteva effettuare la pratica venatoria: per questo erano esperti nell’allevamento di cani da caccia ma anche di rapaci. Nell’area del castello da sempre è esistita una colonia di castarieddi come testimoniato dal seguente documento intitolato Lu castarieddu di Oria tratto dalla pagina famigliagaliano.it.
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AREE NATURALISTICHE: IL CANALE REALE E IL CANALE PEZZA DELL'ABATEL’importante presenza di acqua nel territorio di Oria è stata uno dei motivi per cui si sono avuti insediamenti umani, come sopra già scritto. Attualmente il territorio di Oria è attraversato da due canali, il Canale Reale che da ovest (Laurito/Sant’Anna) sfocia nell’area di San Cosimo, e il Canale Pezza dell’Abate che da est (strada per Latiano) sfocia nell’area della masseria Danusci.
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AREE NATURALISTICHE: CONTRADA LAURITOL’unicità del paesaggio oritano è attestata dai maggiori studiosi e ricercatori, che hanno prodotto numerosi scritti e pubblicazioni in generale che descrivono attentamente gli aspetti geomorfologici e naturalistici. Un’area importante si trova ad ovest dell’agro di Oria, ovvero, Contrada Laurito e zone limitrofe che con un’estensione di circa 15km², costituisce una sorta di culla storica non solo di Oria ma di tutto il territorio. La specificità del luogo è data dalla presenza di più dune fossili che si estendono in direzione est e il cui primo strato è soprattutto sabbioso, indice di un ambiente marino presente fino a circa un milione di anni fa. I successivi cambiamenti geomorfologici determinarono poi l’assetto e il paesaggio attuale, che possiamo circoscrivere in tre diversi ambienti: antico querceto, il complesso grottifero, la lama di Sant’Anna. Non è un caso che in questa si insediano antichi villaggi e che in seguito l’ area è interessata dal passaggio dell’antico tratturo martinese e la via Appia. La Masseria Laurito sorge in questa contrada, qui foto dal catasto del 1756. I cittadini oritani sono legati a questo luogo. Fino a pochi anni fa, il querceto era aperto al pubblico. Ricordiamo le passeggiate, le pasquette e i giorni passati a raccogliere i funghi che il bosco donava. Ecco una testimonianza di “Tonino lu neru”, soprannome di Antonio Calò (lu neru, ossia il nero, perché il colore della pella era molto scuro in quanto Antonio lavorava in campagna tutti i giorni). “A Laurito nui scìumu li tumenichi cu tutta la famiglia, soprattuttu a ottobbri. Ni purtaumu li coppi cu nu bottiglioni di acqua e unu ti mieru: l’acqua sirvia pi mettiri a mueddhu li frisuni, lu mieru cu mbiviumu e poi ni curcaumu. Mugghierima priparava li frisuni iu sci cugghia li fungi cu figghiuma, staunu quattri tipi ti fungi ca cugghiumu: li amarieddhi, li minetuli, li porcinelli e li rositi, ca erunu quiddhi ca divintaunu vierdi mentre li minetuli taunu problemi intestinali (in realtà Tonino ha usato un termine diverso che non scriviamo). Quannu poi mugghierima ni chiamava, nui turnaumu e mangiaumu li frisuni cu li pummitori e lu mieru. Poi ni curcaumu a Lauritu stessu, cioè puertaumu sdraii e seggi. Alli 5 turnaumu a casa.” “A Laurito noi andavamo le domeniche con tutta la famiglia, soprattutto a Ottobre. Portavamo dei contenitori, una damigiana di acqua e una di vino: l’acqua serviva per bagnare le frise e il vino per berlo per poi andare a dormire. Mia moglie preparava le frise e io andavo a raccogliere i funghi con mio figlio, c’erano quattro tipi di funghi che raccoglievamo: amarieddhi (lactarius tesquorum), minetuli (suillus), porcinelli (leccinum lepidum), rosite (lactarius delicius) cioè quelli che diventavano verdi mentre le minetuli davano problemi gastrointestinali. Quando mia moglie poi ci chiamava, noi tornavamo e mangiavamo le frise con i pomodori e il vino. Poi andavamo a riposare sempre a Laurito, cioè portavamo sdraie e sedie. Alle 17:00 tornavamo a casa”.
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ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: I FRANTOI IPOGEIUno degli esempi ricorrenti nella maggior parte dei paesi del G.A.L. Terre del Primitivo riguarda la presenza di frantoi ipogei. Anche Oria, favorita dall’abbondante presenza di roccia lungo le colline, era sede di queste antiche costruzioni usate nell’ambito rurale e che hanno caratterizzato anche l’ambito sociale. Le fonti storiche (catasti e stato delle anime) accertano la presenza di almeno 12 frantoi ubicati principalmente nel centro storico e sotto palazzi nobiliari o nelle immediate vicinanze di strutture cultuali. Attualmente si contano solo 3 frantoi ipogei di cui solo uno fruibile (fam. Pesce). La vita da operai nel frantoio era ai limiti sia in senso igienico, ma anche sociale ed umano: il lavoro iniziava a fine settembre e si concludeva alla fine di marzo/ inizi aprile, ed in questo lasso di tempo il lavoratore era costretto a turni di 12 ore al giorno senza aver nessun contatto con l’esterno né con i propri familiari. I bagni non esistevano venivano utilizzate delle buche scavate nella roccia, tipo piccole cisterne, che venivano ripulite saltuariamente. Una stanza veniva ricavata nella roccia ed era utilizzata come zona riposo per gli operai(i letti erano blocchi – balle- di paglia) il cui uso veniva alternato in base ai turni; un’altra stanza era adibita a stalla con mangiatoie e ganci in ferro conficcati nella roccia a cui legare l’asino, che rappresentava una parte importante nel ciclo di produzione dell’olio. L’animale veniva poi sacrificato a fine ciclo produttivo (aprile) in un banchetto cui partecipavano tutti i lavoratori impegnati (“capucanali”). I frantoi ipogei, come detto, si trovano sotto imponenti edifici e si ottenevano scavando nella roccia ricavando dunque degli spazi in seguito ampliati e modificati col passare del tempo. Ma come venivano portate le olive nel frantoio? Oltre agli spazi, venivano anche ricavate delle buche nella parte superiore della parete, che consentivano di comunicare con l’esterno: queste aperture, di forma circolare, venivano chiamate “le sciaie” oppure “lisciaii”. Il frantoio della famiglia Pesce, collocato proprio sotto un edificio nobiliare, si trova in un’area detta li sciaii: questo termine era comune in quasi tutte le città delle Terre del Primitivo, nonché del Salento.
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ARCHITETTURE RURALI:I TRULLI (PAGGHIARE)Come altri centri della fascia ionica, anche San Marzano è caratterizzato dalla presenza delle pajare, strutture in pietra di probabile origine saracena, note anche come trulli saraceni. Tra queste costruzioni affascinanti, ce n’è una che spicca per rilievo storico e simbolico, fortemente legata alla figura di Cosimo Mazzeo, soprannominato Pizzichiccio. Nato nel 1837, Mazzeo trascorse gli anni della giovinezza nei pressi della zona chiamata "Principe", a pochi chilometri dal centro urbano. È proprio in quest’area che si trova un esemplare unico di trullo saraceno conosciuto come trullo fortezza. La struttura si distingue per la sua articolazione su più livelli e per la presenza, al piano più alto, di una nicchia in stile altana, utilizzata in passato come punto di avvistamento. Questo trullo faceva parte di un articolato sistema di costruzioni in pietra — la cosiddetta “vallata dei pagghiari” — che svolgeva una funzione di sorveglianza e comunicazione. Il loro scopo era quello di allertare il quartier generale in caso di avvicinamento delle forze dell’ordine, a testimonianza del ruolo strategico che queste architetture ebbero anche sul piano sociale.
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ENOGASTRONOMIA: IL TARALLINODa un punto di vista storico, Oria è stata un centro abitato molto importante grazie alla conformazione geomorfologica del territorio che ha determinato lo sviluppo di trame sociali fin dal Paleolitico medio e proseguito nel raggiante periodo messapico. Una delle colline (dune fossili) è diventata negli ultimi 35 anni uno dei luoghi più importanti di tutta la Puglia, a livello archeologico: Monte Papalucio. Indagini archeologiche, condotte dall’Università del Salento, hanno portato alla luce importanti testimonianze storiche con diverse fasi di frequentazione, ed hanno permesso di stabilire la presenza di un santuario e di riferire il culto alle divinità di Demetra e Persefone. Di particolare importanza, ma purtroppo non ancora riconosciuti, sono i ritrovamenti organici di prodotti da forno, come focacce bianche, crackers, ed in particolare “la forma arcaica” del famosissimo tarallino. Il ritrovamento di questi prodotti ha stabilito una sorta di record per la città di Oria: il tarallino rinvenuto risulta essere il più antico refertato in Europa, come dimostrato dagli studi effettuati. Questo “tarallino primordiale” era prodotto con farina di frumento ed orzo mentre semi di papavero ricoprivano la parte superiore del prodotto.
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ARCHITETTURE RURALI: MONTE PAPALUCIOAnnoveriamo l’area di Monte Papalucio tra le architetture rurali, benché sia ubicata nel centro abitato. L’area è stata frequentata già dal Paleolitico ma è con la civiltà messapica che assume valore incredibile: diviene infatti Santuario dedicato alle divinità Demetra e Persefone, con un ampliamento del culto anche verso Afrodite.
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ARCHITETTURE RURALI: CHIESA DI GALLANASi trova sul tracciato dell’Appia, edificata nel V-VI sec su un precedente insediamento romano intitolato alla "gens gerellana", da cui il nome Gallana. Nel corso del tempo ha subito varie modifiche strutturali fino alla conformazione odierna a due navate. L’interno era totalmente affrescato, rimangono però solo alcune parti dei diversi cicli pittorici che un tempo ricoprivano le pareti della chiesa. Alla chiesa è legata la festa omonima, si festeggia il 15 Agosto da circa 150 anni. La festa prettamente di contrada, è un modo per salutare l’estate ma è associata alla Dormitio Virginis (per gli orientali) e all’assunzione di Maria per i latini. Alla festa è associato un pellegrinaggio verso la chiesa, un po’ per emulare gli antichi pellegrinaggi verso l’importantissimo luogo, ma soprattutto nel Meridione, gli anziani sono i custodi dell’antica prece intitolata “Li Cientu Cruci” (Le Cento Croci), una formula dialettale ripetuta dall’orante per cento volte, accompagnata dal segno della croce e alternata da cento “Ave Maria”. Pensa, anima mia, ca ama muriri; alla Valle ti Gesu fàttu ama sciri e lu nimìcu ‘nnanti ni voli assìri. Fèrmiti, nimìcu mia! No mi tentàri e no mi ‘ttirrire, ca centu cruci fici ‘n vita mia lu giurnu ti la Ergine Maria. iu mi li fici, iu mi li scrissi, parti ti l’anima mia te non avisti. Pensa, anima mia, che dovremo morire! / Nella Valle di Giòsafat dovremo andare / e il nemico (il demonio) cercherà di venirci incontro. / Fermati, nemico mio! / Non mi tentare e non mi atterrire, / perché feci cento segni di croce (e qui ci si segna) durante la mia vita / nel giorno dedicato alla Vergine Maria. / Mi segnai, ascrivendo ciò a mio merito, / e tu non avesti potere sulla mia anima.
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ARCHITETTURE RURALI: REGIO TRATTURO MARTINESECome abbiamo accennato il territorio di Oria rappresentava un crocevia importante per le popolazioni e le città limitrofe, ma l’importantissimo argomento di cui vi parliamo affonda radici nell’età del Neolitico: stiamo parlando del Regio Tratturo Martinese, che attraversava e attraversa tutt’ora diversi centri appartenenti al G.A.L. Terre del Primitivo. Le carte ufficiali, che sono state oggetto di studio di comitati scientifici regionali, descrivono il tratturo come una strada lunga circa 100 km che metteva in comunicazione le aree vicine di Avetrana con quelle di Castellaneta, ai confini con la Basilicata. L’area di Oria (in rosso nella mappa sottostante) interessata era ed è Contrada Laurito (SP54), Contrada Argentone, Contrada Viprara (SP57), l’area della masseria “Case Grandi”, l’area del Santuario di San Cosimo. La migrazione delle pecore, governate dai pastori,avveniva tra i territori salentini e i territori del Molise, Abruzzo, ma anche Lucani e campani (Sud della Campania), ed è considerata un’arte, l’arte della transumanza, che ha generato tra le popolazioni un importante intreccio sociale, storico ed economico. La transumanza era legata al culto e alla figura di San Michele Arcangelo la cui ricorrenza ricade nei giorni dell’8 maggio e del 29 settembre. Perché la figura di San Michele Arcangelo, e quindi queste due date, sono legate alla transumanza? Nel mese di maggio si ebbero le prime due apparizioni sul Gargano nell’anno 490 d.C., e con esse l’arrivo del suo culto in Europa attraverso i Longobardi, mentre la terza apparizione si ebbe il 29 settembre del 493 d. C. Queste due date rappresentano la partenza del bestiame verso le terre salentine o abruzzesi: quando nel Salento la calda estate seccava i prati, a maggio, i pastori conducevano il gregge nei piani delle alture dell’Abruzzo e del Molise in cui trovavano ampie, verdi radure; viceversa, quando le alture abruzzesi iniziavano a ricoprirsi di neve, a settembre, il bestiame migrava nei territori salentini, dove le abbondanti piogge di settembre ridavano vita ai prati. Al netto della parte storica, possiamo ben dire che la transumanza ha contribuito fortemente all’origine alla trama sociale odierna. Vogliamo integrare con i versi di D’Annunzio. I Pastori Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti. Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natia rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d’avellano. E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri. O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina!Ora lungh’esso il litoral cammina La greggia. Senza mutamento è l’aria. Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquio, calpestio, dolci romori. Ah perché non son io cò miei pastori? Qui i versi, in dialetto, di un pastore del luogo che esprime una commovente gratitudine al bestiame e ai cani pastore. “Vivimu sempri assiemi (viviamo sempre insieme) cari pecuri mia. (care mie pecore). Turmimu sempri assiemi (dormiamo sempre insieme) cari cani mia. (cari miei cani). Mangiamu sempri assiemi (mangiamo sempre insieme) e caminamu insiemi. (e camminiamo insieme). Ni spetta strata longa (ci attende un lungo cammino) cautu, friddu e ientu. (caldo, freddo e vento). Ma sempri assiemi, (ma sempre insieme) finu alla fini ti li giurni nueshrti. (fino alla fine dei nostri giorni).
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ARCHITETTURE RURALI: LE PAJAREI territori bizantini e longobardi, in ogni caso, si trovavano proprio nelle immediate vicinanze di questa strada e le diverse testimonianze architettoniche presenti nel territorio lo dimostrano: è possibile infatti individuare complessi edilizi di architettura completamente diversa nelle due fasce di territorio un tempo delimitato dalla suddetta strada. Un importante esempio sono le classiche pagghiare o pajare, piccole costruzioni adibite a deposito di attrezzi agricoli e di paglia e fieno, da qui il nome. In realtà, la costruzione affonda radici ben più antiche, e dagli studiosi verrà nominata Trullo saraceno, molto probabilmente uno stile architettonico importato proprio dall’Est e dalla civiltà bizantina la cui capitale era Bisanzio, l’attuale Istanbul. Perché la menzioniamo nello specifico ad Oria, quando è possibili ritrovare questo tipo di costruzioni in tutte le città delle Terre del Primitivo finanche nella provincia di Lecce? Perché proprio ad Oria è possibile individuare, almeno fino ad ora, uno degli ultimi di stile bizantino prima che la costruzione cambi radicalmente forma divenendo il classico e famoso trullo della Valle d’Itria riconducibile ad uno stile longobardo.
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ARCHITETTURE RURALI: IL LIMITONE DEI GRECIDa molti appassionati di storia, il “Limitone dei Greci” era considerato un limes costituito da un’imponente muraglia che divideva i territori bizantini da quelli longobardi e che si trovava in un’ampia area che si estendeva fino all’attuale provincia di Lecce. In realtà gli studiosi e i ricercatori hanno facilmente individuato in questo Limitone dei Greci una strada antica che collegava molti importanti centri del Salento.
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FLORA: IL TIMO ARBUSTIVOUn’altra pianta importante è il timo arbustivo, anch’esso presente in abbondanza lungo le dune. Non si discosta molto dal timo classico (Thymus) se non per il tronco robusto e tozzo. Il Timo arbustivo si riproduce per seme ed era apprezzato già in antichità, noto per le sue proprietà antisettiche, digestive, aromatizzanti, espettoranti e come aromatizzante per cibi. È una pianta mellifera con un forte potere attrattivo sulle api, tant’è che il miele di timo è uno dei prodotti con qualità migliori se pur ormai quasi introvabili.
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FLORA: L'ELICRISOPianta importante nelle tradizioni degli abitanti del posto è l’elicriso (Helichrycrisum italicum), presente in abbondanza lungo le dune costiere. La pianta veniva usata, dalle vecchie generazioni, ad uso officinale mediante la creazione di tisane, sciroppi e estratti liquidi. Non abbiamo trovato testimonianze precise dei metodi di preparazione, se non che era indicato contro le malattie respiratorie e contro le allergie nonché contro le ustioni.
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FLORA: IL MARRUBBIOIl Marrubium o marrubbio comune il cui nome deriva dall’ebraico mar = amaro e rab = succo, in riferimento al gusto della pianta, ed era una delle 5 piante amare che gli ebrei assumevano in preparazione alla Pasqua. Il nome dialettale è simile tra i vari paesi del Salento, es. marrùggiu, marùggiu, marrùgghiu. Tra le ipotesi etimologiche sul nome del paese Maruggio una delle più suffragate (ma senza una fonte storiche che lo accerti) è quello che lo fa risalire proprio ad un’erba, il marrubium. La cittadina sarebbe stata infatti edificata in una zona ricca di questa erba medicinale, da qui il toponimo. J. Marasco in un suo articolo apparso su “La voce di Maruggio” avanza l’ipotesi che anche la chiede della Madonna del Verde, edificata sulla precedente chiesa intitolata alla Madonna del Tempio, abbia una relazione con la pianta del Marrubium. Assunse, dunque, il nome di Madonna del Verde poiché doveva trattarsi di un luogo di cura della malaria e del favismo proprio con infusi di Marrubium. Come narrano le fonti non bisogna infatti dimenticare che i Templari erano anche esperti medici e guaritori e che probabilmente sul luogo della chiesa sorgeva anche un ospedaletto templare dedicato a Nostra Signora del Tempio come attestato da una epigrafe: «Templum D. Marie Virg. Dicatum temporum vetustatecollapsumprovidenta ill. militisHieroly. Fr. Pauli Affaitati et munificentia municipium marugiensium a fundamentisrestitutumsalutis anno MDXXXV». Il 21 novembre si festeggia la "Madonna del Verde", secondo una leggenda popolare, la Madonna avrebbe guarito dei bambini affetti da favismo, una malattia che conferiva al corpo una sfumatura verdastra. Le qualità officinali del Marrubio sono descritte da Dioscoride nel suo antico trattato De Materia Medica: veniva usato come digestivo, come vermifugo, come espettorante, come tossifugo, come facilitatore delle mestruazioni, come rimedio contro i veleni ed il decotto era utile al fegato.
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AREE NATURALISTICHE: DUNE COSTIERELe Dune costiere coprono quasi tutto il litorale che porta a San Pietro in Bevagna e parte dell’area che porta a Torre Ovo. Formatesi tra i 7500 e i 3000 anni fa, le dune arrivano ad altezze anche di circa 12 metri. La loro perfetta esposizione a sud ha contribuito allo sviluppo di un ecosistema peculiare con notevoli esempi di flora della macchia mediterranea. Negli ultimi decenni del Novecento le dune hanno perso parte del loro originario fascino, a causa della costruzione della strada Litoranea Salentina che ha provocato lo spianamento di alcune dune alte fino a 20 metri un tempo. L'ambiente delle dune è stato anche compromesso a causa dell'abusivismo edilizio incalzante nello stesso periodo. Nonostante ciò, l'ambiente resta sempre uno dei meno antropizzati del litorale ionico salentino. Da pochi anni sono un sito di interesse comunitario. Vi è stato creato il "Parco delle dune di Campomarino", proposto dal giugno 1995, la cui area protetta si estende lungo tutta la costa del comune di Maruggio e comprende l'habitat prioritario delle "dune grigie".
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AREE NATURALISTICHE: BOSCO DEL MARCHESEIl Bosco del Marchese è situato a est del centro abitato nelle immediate vicinanze dell’omonima masseria ed è costituito da lecci che sono sicuramente di recente impianto o nascita, da come si può notare facilmente dalla grandezza degli stessi. Alcune voci descrivono questo luogo come appartenente all’antica foresta oritana, anche se non ci sono fonti che accertano ciò.
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AREE NATURALISTICHE: BOSCO DELLA MAVIGLIAIl Bosco della Maviglia appartiene ai terreni dell’omonima masseria, situata a est dell’abitato. Il bosco è principalmente costituito da lecci che sono sicuramente di recente impianto o nascita, da come si può notare facilmente dalla grandezza degli stessi. Dal bosco si accede alla proprietà della masseria passando da un arco in pietra rivolto a sud e che, a detta di esperti della materia, rappresenta uno dei tanti simboli massonici presenti nella proprietà.
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ARCHITETTURE RURALI: MASSERIA MAVIGLIALa Masseria Maviglia era di proprietà della famiglia di Pasquale Covelli, sposato con Angela Antonia Majro. Il complesso comprendeva abitazioni al piano superiore e inferiore, cortili, una cappella e altri ambienti funzionali. Due chiuse delimitavano l’area agricola: una chiamata “la cappella” e l’altra “di mezzo”. La masseria si estendeva su 92 tomoli di terreno seminabile e 98 di macchia mediterranea, con 90 alberi di ulivo. Un elemento affascinante della masseria è la presenza di simbologie che alcuni studiosi locali ritengono legate alla massoneria e all’esoterismo. Ai piedi del portale d’ingresso si trova una struttura particolare, un quadrato, figura associata al numero 4: simbolo di stabilità, ordine e radicamento. Nella visione massonica, il quadrato rappresenta la trasformazione dell’essere umano da pietra grezza a pietra levigata—pronto, nella sua unicità, a contribuire alla costruzione del simbolico Tempio dell’Umanità.
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ARCHITETTURE RURALI: TORRE MOLINELa Torre Moline fu edificata dopo il 1473 nell’attuale piazza centrale di Campomarino di Maruggio, anche se le prime attestazioni documentarie risalgono al 1583, come riportato dal torriero caporale Francesco De Carbuines. Nel corso del tempo, fu conosciuta con vari nomi: “Torre la Molinella”, “Torre delle Moline” e “Torre de Molini”, nomi legati all’attività di estrazione di blocchi di pietra dagli scogli marini per la realizzazione di mulini. Nel 1825 la torre risultava già in condizioni precarie, e nel 1842 ne fu registrato l’abbandono.
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ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: FORNI A LEGNASi segnala la presenza della storica Distilleria DiMaggio, collocata lungo la statale Taranto–Lecce, attiva sin dai primi anni del Novecento. In questo contesto, Nunzia Di Giacomo ha anche messo in evidenza l’esistenza di vecchi forni a legna, che un tempo servivano tutta la comunità. Sebbene in passato non si facesse una distinzione formale tra forni privati e collettivi, di fatto erano utilizzati da molte famiglie del paese, rendendoli veri e propri punti di riferimento sociali. Il 2 febbraio 2024, presso la biblioteca comunale “N.D. Elena dell’Antoglietta” di Fragagnano, si è svolto un incontro dal titolo “Dalla Germania, in Sardegna… a Fragagnano”, tenuto dalla professoressa Viktoria. Originaria della Germania, Viktoria ha vissuto per anni in Sardegna e ha ora deciso di trasferirsi proprio a Fragagnano, attratta dalla vita e dal patrimonio culturale del luogo. Dopo aver esplorato con entusiasmo la biblioteca, l'incontro è proseguito in un luogo carico di significato: l’antico forno a legna di Premiu e Rusina. Questa panetteria storica, inaugurata nel 1924, è oggi gestita da Giovanni, nipote dei fondatori. Lu furnu di Premiu e Rusina è molto più di un’attività artigianale: è un simbolo identitario per la cittadina, custode di tradizioni tramandate di generazione in generazione. La produzione si fonda sull’uso del lievito madre e sulla pulizia del forno con fascine di mirto, come si faceva un tempo. Tra le immagini esposte nel forno, spicca un quadro che ritrae i nonni di Giovanni al lavoro, un ricordo che lui conserva e mostra con grande orgoglio.
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ENOGASTRONOMIA: LE MATTRE DI SAN GIUSEPPEIn occasione della festa di San Giuseppe, la signora Di Giacomo ha raccontato l’antica tradizione delle mattre: tavolate imbandite che venivano preparate all’interno delle abitazioni e offerte alle persone meno fortunate. Al mattino, in piazza, famiglie e associazioni allestivano queste tavole rituali. Con il tempo, però, sono stati introdotti piatti che si discostano dalla cucina tradizionale, modificando in parte lo spirito originario del gesto. Il Rito dei Santi, usanza molto antica, è stato recentemente rilanciato dalla Pro Loco, che ne ha rinnovato l’aspetto rendendolo più accattivante anche per i visitatori. Nel 2022, la rievocazione si è svolta in un contesto particolarmente suggestivo: all’interno della chiesa del Carmine è stata disposta una lunga tavolata, la mattre, attorno alla quale sedevano simbolicamente i 13 santi, impersonati da altrettante persone. A ciascuno di loro era associato un piatto tipico della tradizione contadina. Tra le pietanze più rappresentative spicca la massa—tagliatelle fatte a mano condite con olio, prezzemolo e pepe—che simboleggiano le fasce in cui era avvolto Gesù Bambino. Altri piatti caratteristici offerti in quell’occasione sono il baccalà, l’arancia, il pane casereccio, i ceci, i fagioli e le fave. Filastrocca in onore di San Giuseppe (Autore:Prof.Piero Nastasia.) Alli trìtici ti marzu, ci lutiémpu era bunariéddu, sia lugiòvini ca luvicchiariéddu, pétipétisobball’éra, scìvunu pi visita’ la féra. Aratìni, mascialòri, ciucciariéddi, fišcalòri, luvillànu e lusignòri si ccattàvunu pi fòri. E li fémmini? Addo’štàvunu? Ddo’ la zingra sci ccattàvunu lufrizzùlu, l’unginéttu o li fierri pi ffa’ caziéttu. E cussìscurrìa la tìa, spéci ci noncichiuvìa! Ca lutiémpu (malandrinu!!) ccumpagnàva, abbuenisìnu, li sciurnàti ti štafešta cullufriddu, acqua e jéntu! No’ scampàvannumumentu.





















