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ENOGASTRONOMIA: I PEZZETTI DI CANNELLAI pezzetti di cannella sono un dolce tradizionale pugliese, particolarmente diffuso nel tarantino e molto amato a Lizzano, dove rappresentano una vera e propria specialità locale, legata soprattutto al periodo natalizio. Si tratta di un biscotto rustico e profumatissimo, dalla forma a losanga, preparato con ingredienti semplici ma intensamente aromatici: cannella, cacao, scorze di agrumi, chiodi di garofano e mandorle. Dopo la cottura, i biscotti vengono glassati con una copertura bianca chiamata localmente giulebbe o scilepp, a base di zucchero a velo e albume, che dona loro un aspetto lucido e una dolcezza delicata. I pezzetti di cannella sono legati alla tradizione natalizia, ma in molte famiglie vengono preparati anche in occasione di battesimi o feste religiose. A Lizzano, rappresentano un dolce della memoria: ogni morso rievoca profumi d’infanzia, cucine affollate e mani esperte che impastano con amore.
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LA VITA IN CAMPAGNA: IL TARANTISMOLe immagini legate al rito del tarantismo sono estremamente rare, fatta eccezione per la documentazione fotografica e video raccolta nel secondo dopoguerra nel Salento. Una delle rappresentazioni più affascinanti, scoperta di recente e sconosciuta persino a Ernesto de Martino e ai suoi collaboratori, è un disegno del 1664 realizzato da Willem Schellinks, viaggiatore olandese in visita a Napoli durante la primavera di quell’anno. La scena, osservata nei dintorni di Capodimonte, raffigura una giovane donna tarantata che danza con una spada ornata di nastri colorati tra i denti e un rametto fiorito nella mano. Al suo fianco, un’altra donna regge un panno rosso, mentre la danza è accompagnata da una suonatrice di tamburello, un chitarrista e un violinista (questi ultimi visibili solo nella parte del disegno non qui riportata). La scena è arricchita da oggetti rituali ricorrenti nella tradizione del tarantismo: lo specchio, la spada e il rametto fiorito, simboli potenti di un rito terapeutico e simbolico. Nel suo Diario di viaggio, Schellinks descrive con stupore i rituali osservati: i tarantati venivano circondati da drappi di seta dai colori vivaci, mentre percorrevano le vie cittadine danzando al ritmo di musicisti itineranti. Talvolta, scrive, “tenevano una o due spade sfoderate e decorate con nastri di seta multicolori, sui quali fissavano lo sguardo per distrarre i sensi”, e intanto “qualcuno andava di casa in casa a raccogliere offerte per il paziente e per i musicisti — suonatori di zampogne, pive, violini, chitarre, arpe e altri strumenti — che insieme intonavano una melodia composta appositamente per il rito”. Il link di seguito è riferito al brano che fa parte della raccolta di cultura popolare orale di Taranto e provincia allestita dall'etnografo Alfredo Majorano. In origine, la traccia era contenuta nella bobina n. 2, sezione Taranto. Bibliografia: A. Majorano, Tradizioni e canti popolari a Taranto e nei paesi di area tarantina, Manduria 1989
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LEGGENDE POPOLARI: IL FURTO DELLA STATUA DI SANT'ANTONIOEsiste ancora, nell´attuale salone della chiesa matrice, una vecchia statua di S. Antonio di Padova interamente scolpita in pietra, sulla cui base sono incise le lettere S.A.P. (Sanctus Antonius Paduae). Unica menzione quella dell’ l’arciprete Francesco Valerio Briganti nel 1747 che, in una sua relazione sulla chiesa parrocchiale, la descrive con un angelo d´argento. Di fattura non eccelsa la sua realizzazione potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XVII secolo circa. Orbene, a questa statua sembra sia legato un antichissimo aneddoto che tuttora i più anziani amano ancora raccontare ai più giovani. La leggenda racconta che nottetempo ignoti (la tradizione vuole manduriani) giunti, con un biroccio trainato da buoi, nei pressi della chiesa prelevarono la pesantissima statua dileguandosi poi nel buio della notte. Bisogna sapere che a quel tempo la statua era collocata in una delle due nicchie in basso del prospetto principale (sull´altra vi era la statua di S.Biagio). La loro collocazione era giustificata dal fatto che entrambi erano venerati come protettori del borgo. In poco tempo e tra mille scossoni, attraversando silenziosamente il borgo, il carretto era oltre le mura. Tuttavia, giunti nei pressi dello "spartifieu", al confine, vale a dire, interfeudale Avetrana/Manduria, per cause misteriose la statua divenne così pesante, tanto che i pur possenti animali non riuscivano più a trainarla. I trafugatori allora, per farla diventare più leggera, decisero di asportarne parte del retro: ma anche così non c’era niente da fare: la statua restava lì immobile e più pesante che mai. Interpretando il tutto come sinistro presagio essi decisero di riportare indietro la statua che (altro prodigio) all´istante divenne leggerissima. La ricondussero rapidamente nel borgo, la abbandonarono sul sagrato della chiesa e se la diedero frettolosamente a gambe, Lì, il mattino seguente, parroco e fedeli, la trovarono, esterrefatti e senza darsi spiegazioni. Impossibile stabilire se la statua in questione sia quella attualmente conservata nella salone della chiesa, tuttavia una rapida osservazione della scultura permette di cogliere una strana coincidenza con i fatti narrati cioè: il retro della statua risulta effettivamente come svuotato. E dunque, realtà o leggenda? Impossibile dare una risposta certa finchè non c’è il supporto di un adeguata documentazione storica.
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LEGGENDE POPOLARI: IL TESORO DEGLI IMPERIALISi racconta che un tal Morleo di Avetrana foggiò quello degl´Imperiali, e persuase uno sciocco calzolaio di / farne ricerca praticando certi spergiuri per allontanare il diavolo. Tali spergiuri gli costarono un occhio, dovendo vendere una piccola proprietà per circa mille ducati, per gli occorrenti preparativi. Il Morleo appuntò il ritrovo per una sera burrascosa, e, dopo aver suggerito al burlato di portar seco i denari e di gettarli a un dato momento in un pozzo, si travestì da demonio e con uno strascico di catene e al bagliore di lampi s´affacciò al malcapitato calzolaio, il quale fu lì lì per spirare, e lanciati i denari nel fosso si diè a chiamare Dio e i Santi. Dopo un momento riavuto si trovò solo e senza i denari del terreno venduto. La giustizia ne fu interessata e due anni fa, dal Tribunale di Taranto, l´astuto Morleo fu condannato al carcere e al risarcimento dei danni.
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LEGGENDE POPOLARI: LA LEGGENDA DEL 'BUE MARINO'Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un piccolo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circondata da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in generazione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran cavaliere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà si gettò a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude comunica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spira vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e altre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate.
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ENOGASTRONOMIA: LA FESTA DI SAN BIAGIOSan Biagio, di professione medico, fu nominato vescovo di Sebaste, in Asia Minore, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo. A causa della sua fede cristiana, fu arrestato dai Romani e, durante il processo, rifiutò di rinnegarla. Per questo motivo venne torturato con i pettini di ferro usati per cardare la lana e, infine, decapitato nel 316 d.C. La sua fama di guaritore, legata alla sua professione, ha fatto sì che i fedeli lo invocassero nei secoli per la cura dei mali del corpo, in particolare per le malattie della gola. Tra i miracoli a lui attribuiti, infatti, vi è il salvataggio di un bambino che stava soffocando a causa di una lisca di pesce. Oltre che protettore contro il mal di gola, la devozione popolare lo riconosce anche come patrono dei tessitori, dei cardatori, dei musicisti a fiato, degli animali, degli innamorati, delle fonti d’acqua e dei pozzi. Un tempo, ogni casa di Avetrana custodiva un'immagine di San Biagio davanti alla quale ardeva costantemente una lampada a olio, ritenuta miracolosa. In caso di tosse, laringite o faringite, la donna più anziana della famiglia immergeva le dita nell’olio benedetto e ne ungeva la gola del malato. La festa liturgica di San Biagio si celebra il 3 febbraio con la tradizionale benedizione della gola in chiesa. Anticamente, in questa giornata si accendevano falò per le vie del paese, una consuetudine oggi quasi scomparsa, ma che ha lasciato un ricordo vivo nel nome dialettale della ricorrenza: San Biaggiu ti lu fuecu (San Biagio del fuoco). I festeggiamenti più solenni si tengono ad Avetrana il 28 e 29 aprile: la vigilia si svolge la processione per le vie del paese, mentre nei due giorni si susseguono luminarie, concerti bandistici e fuochi pirotecnici. A San Biagio è dedicata anche una storica Fiera, istituita ufficialmente il 15 marzo 1913 per le giornate del 28 e 29 aprile. Tuttavia, documenti precedenti risalenti al 1863 mostrano che si era già richiesto l’anticipo della fiera dal 7–8 settembre (come stabilito da un decreto reale del 1819) al 4–5 maggio. Oggi, la fiera si apre alcuni giorni prima delle celebrazioni, svolgendosi tra il 25 e il 28 aprile.
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ENOGASTRONOMIA: LA FESTA DI SAN GIUSEPPEIl 19 marzo, di prima mattina, ad Avetrana si celebra con profonda devozione la festa di San Giuseppe. Nella suggestiva cappella del XVIII secolo dedicata al santo, i fedeli si riuniscono numerosi per pregare e rendere omaggio al patrono dei lavoratori. Al termine della messa, vengono distribuiti i tradizionali pani votivi chiamati “pupi di San Giuseppe”, in segno di gratitudine e fede. Questa ricorrenza, molto sentita dalla comunità, si distingue non solo per la solennità religiosa ma anche per le radicate tradizioni gastronomiche che l’accompagnano. Uno dei simboli più significativi della festa è la tria, un piatto tipico il cui nome deriva dal termine arabo “itrya”, ovvero pasta secca fatta in casa. Anticamente, i notabili del paese offrivano piatti di tria in piazza alle persone più bisognose, trasformando il gesto in un atto di carità. Col tempo, questa usanza è divenuta parte integrante del rito sacro, assumendo il valore di offerta per invocare la protezione del Santo. In tarda mattinata si celebra la messa solenne nella Chiesa Madre, seguita da una processione per le vie del centro storico con la statua del Santo portata a spalla dai devoti. A mezzogiorno, tra piazza Giovanni XXIII e piazza Vittorio Veneto, si svolge la benedizione della tria, che viene poi distribuita ai presenti. Preparata secondo tradizione, questa tagliatella può essere condita con sugo di pesce, pastelle o in bianco con i ceci, e viene cucinata dai ristoranti locali o dalle Associazioni del territorio. Negli ultimi anni, la festa ha assunto un carattere ancora più festoso e partecipato, coinvolgendo scuole, visitatori e turisti da tutto il Salento. Un evento in cui fede, cultura e tradizione si fondono, regalando ai partecipanti un’esperienza autentica e indimenticabile.
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LE MATTRELa mattina del 19 marzo, prima della processione del Santo portato in spalla dai devoti, vengono allestite lungo la via principale che parte dalla Chiesa Madre, le “ mattre” : tavolieri di legno contenente piatti tipici della tradizione culinaria locale: orecchiette, “ braciole” al ragù, pane, vino, polpette, carteddate e zeppole che il parroco benedice al termine della messa per essere poi distribuiti ai poveri ed ai forestieri. https://www.facebook.com/100031795372063/posts/le-mattre-anni-70-festa-di-san-giuseppe-dal-1866san-marzano-ta-puglia/1189431285460039/
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LE TAVOLATE DI SAN GIUSEPPELa tradizione delle “ tavolate “ trae origine dell’ usanza di bandire banchetti da offrire ai poveri ed ai forestieri nel giorno della festa di S. Giuseppe in memoria dell’ ospitalità ricevuta dalla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto. Nell’ antica comunità sanmarzanese, contadina e molto povera, la realizzazione delle tavolate era affidata alle donne di uno stesso quartiere che si riunivano in casa per preparare con spirito devozionale e rituale le TREDICI PIETANZE, in ricordo dell’ Ultima Cena. Si utilizzano ancor oggi gli alimenti tipici della civiltà contadina: olio, farina, pepe, pesce, legumi ed ortaggi. Non compaiono né formaggio né carne perché costosi e perché la festa coincide con il periodo di quaresima: il piatto principale è il pane servito con finocchio ed un’ arancia; segue l’ insalata, i “ lampascioni “ lessati con olio e pepe; fave con olio, pepe ed un’ acciuga; ceci e fagioli conditi nello stesso modo;cavolfiore lessato intero ed insaporito con olio e pepe; riso con sugo ed un pezzetto di baccalà fritto; stoccafisso al sugo; massa di San Giuseppe con olio, “spunzale” ed un pezzo di baccalà; maccheroni lunghi fatti a mano e conditi con miele e mollica di pane fritto; “carteddate” con pepe. I 13 piatti potevano essere serviti per 3,5,7 o 15 “Santi” scelti tra le famiglie più povere del paese che rappresentavano la Sacra Famiglia da sola o accompagnata da San Gioacchino e Sant’ Anna con i dodici apostoli. La sera del 18 marzo, dopo la messa e prima dell’ accensione del falò, il parroco benedice le tavolate e, dopo che i padroni di casa hanno lavato le mani ai Santi ( gesto rituale che ricorda l’ Ultima Cena), questi possono assaggiare le pietanze. Terminata la rappresentazione il cibo viene offerto ai poveri e/o ai forestieri. Negli anni addietro il rituale prevedeva che i santi facessero il giro delle case dove erano state allestite le tavolate : attualmente si possono ammirare l’ esposizione dei tredici piatti nella casa della famiglia D’ Aversa e nella sede della Pro Loco Marciana.
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FOLKLORE E TRADIZIONI: L’ARBERESHESan Marzano di S. G. con la sua popolazione di oltre 9000 abitanti è il più grande Comune Arbëreshe del- l’Italia ( in Puglia sono presenti soltanto altre due comunità arbëreshë nella prov. di Foggia: Casalvecchio di Puglia e Chieuti). Sono trascorsi quasi 500 anni da quando Demetrio Capuzzimati, nobile capitano di Giorgio Skanderberg ( eroe nazionale albanese morto nel 1468 dopo un’ eroica resistenza contro i turchi) per scampare alla sottomissione di Maometto II si stabilì con alcune famiglie nobili albanesi a Taranto ed acquistò dalla Regia Corte, per 700 ducati, il Feudo di San Marzano. Era il 1530 e lo stesso anno ottenne in concessione anche il feudo Rizzi de li Riezi che fuso con il precedente formarono il feudo denominato San Marzano. Il capitano chiamò allora dall’ Albania numerose famiglie e per favorire la ripopolazione del nuovo territorio fu concesso in privilegio ai futuri abitanti non regnicoli l’ esenzione, per un decennio, dai tributi dovuti alla Regia Corte. Ebbe così inizio il processo insediativo di famiglie di etnia albanese che radicarono in questa nuova terra i costumi, la religione greco-ortodossa e la lingua della terra d’ origine: elementi culturali e spirituali caratterizzanti di questa ed altre etnie albanesi che tra la fine del XV e gli inizi del XVI sec si insediarono nel Regno di Napoli e ad oriente di Taranto dove sorgerà la cosiddetta “ Albania Sallentina”. Senza alcun dubbio è lui il personaggio simbolo della cultura Arbereshe di San Marzano (TA), Prof. Carmine De Padova, nato a San Marzano il 16-07-1928. Lui ed altri collaboratori fondarono il C.R.I.A. (Centro Ricerche Italo Albanesi), utilizzando, non a caso, il riferimento alla parola "testa" in lingua albanese.
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FILASTROCCHE, STORIE E VERSI: LA SIMENTILA SIMENTI È rrivata la simenti, e ‘ndlemu sci pigghiata: mamma mia ce cranieddi sembra propriu prouli gnora IL SEME Sono arrivati i semi e siamo andati a ritirare: sono proprio piccolini come nera polverina.
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ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: I FRANTOI IPOGEIUn capitolo a parte meriterebbero i frantoi ipogei di Torre S.S, di cui non troviamo fotografie che ne testimoniano la loro frequentazione in termini lavorativi: sono stati, infatti, riportati alla luce solo agli inizi degli anni 2000, nonostante si sia sempre parlato della loro esistenza decenni prima grazie al tramandarsi della memoria storica tra le varie generazioni.
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ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: L'ANTICA TIPOGRAFIA DI ROSA EPIFANIIn foto parte di locale dell'antica tipografia di Rosa Epifani posta in Via Leanza che per 70 anni (dal 1936 al 2006) è stato riferimento importante della carta stampata.
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ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: LA DISTILLERIA 'RAMPINO'Da citare è la distilleria “Rampino” appartenente all’omonima famiglia. Essa inizia la sua attività agli inizi del ‘900, ma durerà poco, solo fino agli anni ’30. Non sono trovato evidenze stoiche a riguardo.
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ENOGASTRONOMIA: IL MIELEAltro prodotto di Torre è stato il miele, grazie all’attività di apicoltura strettamente collegata con le voci di Vita in campagna ed Archeologia industriale.
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ENOGASTRONOMIA: IL FICO SECCOAltro prodotto tipico di Torre è il fico secco, la cui produzione aveva come riferimento l’azienda “D’ Andria” negli anni ‘50. «I fichi si raccoglievano e si spaccavano per poi essere essiccati su delle panche costruite con le canne (la littera o cannizzu). L’essiccamento durava tutto il periodo estivo e, una volta essiccati, i fichi venivano conferiti presso apposite fabbriche per la lavorazione del prodotto che veniva asportato anche in America; note famiglie di imprenditori torresi del prodotto, erano i Tamborrino e D’Andria. Il periodo della raccolta dei fichi, si alternava tra i lavori e i festini da ballo che alla sera facevano dimenticare il duro lavoro.» La variante del fico secco, era il fico mandorlato. All’interno del fico si inseriva una mandorla pelata, una volta finito il processo di essiccazione. Bisogna comunque tener presente che il fico secco è presente anche in altre regioni del sud Italia: Basilicata, Campania e Sicilia. Finiti i festeggiamenti di Santa Susanna, festa patronale che si tiene nella prima metà di agosto, le masserizie si recavano nelle campagne per iniziare il duro e faticoso lavoro della raccolta dei fichi. L’impegnativa giornata causava certamente stanchezza nelle masserizie, ma, grazie a momenti conviviali come feste da ballo la fatica passava in secondo piano. Riportiamo una poesia scritta da Maria Rosaria Calò di Oria, dalla sua pagina Facebook: Cosa ci fanno i fichi sull'aia distesi ? Per giaciglio un antico cannizzo, per lenzuolo un candido velo a difenderli da insetti golosi. Stanno lì, immobili, dal chiaro mattino al colorato tramonto in compagnia di chiassose cicale. Stanno lì, incuranti del sole prepotente dell' afoso agosto salentino, sperando che una nuvola amica lo inviti a prendere un caffè. Stanno lì, offrendo al cielo limpido e azzurro la loro polpa granulosa e scarlatta. Stanno lì, lasciando che il vento caldo accarezzi la loro buccia rugosa come è solito fare col volto arso e abbronzato delle nonne contadine. Stanno lì, silenziosi, rassegnati, allineati. Forse sognano di incontri speziati, attendono tempi gioiosi quando passata sarà la solitudine e dita nodose e sapienti li solleticheranno, gli faranno fare allegre capriole, li faranno ballare a suon di pizzica, si adopereranno a trovargli l'anima gemella, accoppiandoli come amanti appassionati. La scorzetta di limone, una spruzzata di cannella, una corona di alloro profumato, una mandorla tostata... Ecco a voi servita sua maestà la "fica chucchiata" !
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ENOGASTRONOMIA: IL PEPERONCINOIl territorio di Torre Santa Susanna si distingue per la produzione, promozione e valorizzazione del peperoncino. Nel 1924 nacque un giornale locale il cui nome, non fu una scelta casuale ma gli fu dato quello del prodotto che rappresentava al meglio il territorio, ovvero “Lu pipino”(“Il peperoncino”) edito in chiave ironica dai nobili locali. Per dare valore al prodotto, dal 2011 gli abitanti di Torre hanno dato vita a “La festa del peperoncino” che ancora oggi è celebrata. L’idea della celebrazione del prodotto del peperoncino fu ispirata dalla vicina Oria, la cui tradizione è andata persa. Pochi anni fa, un imprenditore del territorio, Dottor Giuseppe Cofano, ha ideato e depositato il marchio “Il peperoncino di Torre Santa Susanna” creando le basi per una valorizzazione commerciale del prodotto. Il naso torrese è la tipologia di peperoncino che cresce proprio a Torre S. Susanna.
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FILASTROCCHE, STORIE E VERSI: CUMPA TORI PARLA PARLACumpà Tori parla parla, quiru ca tici è mai cundanna. Carissimu Dirittori sontu Cumpà Tori, nu povuru villanu ti la Torri ca mi soprannomunu ”Tori parla parla”. Sustanzialmenti non mi fazzu mai li ca… mia. Osci ca sta chioi, ti vogghiu parlu ti li cozzi munaceddi. Li lumachi in tagliano. Quannu chioi, puru ti sti tiempi ntra li scarcioppuli, essunu ti sotta terra, e prima cu li cugghiumu nui e ndi li futtimu, spritti e cu lu sucu, loru si fottunu tutti li scarcioppuli e fannu tannu allu lavoru ti li poviri villani. Mo ca sta riunu li lizioni, puru in pulitica essunu li cozzi munaceddi, quiri ca no se nu visti mai e essunu ti sotta terra cu si fottunu la fatia ti l’atri. Sontu ti tutti li culuri bianchi, russi, neri. Quannu mangiunu so bravi a mangiari, ca rricalunu tuttu quiru ca l’atri è nu fattu, e fannu tanta scuma cu mucciunu no soltantu lu tannu ca fannu ma cu si prisentunu comu no sontu. Caminunu curcati, la natura cussì le fatti. Ci no li cogghi nisciunu si sconnunu n’atra vota, e la prossima vota ca chioi essunu arretu. Ce te ghia diri Dirittori mia, li cozzi munaceddi so bbueni cu ti li mangi, ma nde ma sta attenti ca no sempri so megghiu ti quiri ca è nu sempri fatiatu. No sacciu ci me ghiu spiecatu buenu, ma pi mo ti salutu dovirosamente. -Lu Tori Parla Parla-
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FILASTROCCHE, STORIE E VERSI: LA FATIA TI LU CONTADINUQuanta fatia faci lu contadinu, cu po tiniri nu bicchieri ti vinu. La vigna chiantata an terra, lu contadinu è sempri in guerra. Subbutu zzicca lu mesi ti li Santi, a minari cuncimi ti nanti a nanti. Cussi inzula sempri lu terrenu, fina ca no cala l’acqua e lu sirenu. Poi trasi lu mesi ti scinnaru, zzicca a trasiri amaru amaru. Poi si menti a fila e a cota, e li spesi zziccunu natra vota. Zzicca a tagghiari li salamienti, n’hai quarchetunu ntra li tienti. Povero contadino o coltivatore, zzicca a sentiri quarche tulori. Spiccia sobbra e zicca an terra, natra vota si menti in guerra. Poi zzicca lu tiempu ti pumpari, e cussi si parla sempri ti paiari. Tra primitiu, marvasia e livesi, magari stamu sempri cu li spesi. Li sordi li pigghi e li puerti fori, stai sempri cu nu battitu ti cori. Mo rria lu tiempu ti vinnimari, tanti voti no sai l’ua a ci le dari. Tantu cu na guerra ca ci stai, è facili l’uatocitoci si ni vai. Vai e la tagghi, amaruamaru, rimani senza ua e senza tinaru. Ognunu ti nui faci lustessu, la tagghia e la porta allufuessu. Tutti nui la purtamu a mpicari, e no sai quali annu se le da paiari. Lu contadinu stai cu la speranza, o cu li tiluri intra alla panza. La speranza a Santu Martinu, cu lu faci divintari veru vinu. E di certu puru veru vinu ti marvasia, cunossia appustu ti mustu eti lissia. Ci lu primatiu faci crati assai, è facili cu ti mbriaca senza cu lu sai. Ma ci essi tantu buenu lu vinu, tanti auguri a Santu Martinu. Quistu lu tici patri Induvinu, allora auguri ad ogni contadinu.
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LA VITA IN CAMPAGNA: LA FESTA DI SAN GIOVANNIDa una testimonianza del Dottore Giovanni Diviggiano: il 24 giugno in cui ricade la festività di San Giovanni, fin dalla mattina veniva acceso un fuoco nelle immediate vicinanze di un albero di noce, le cui ceneri erano utilizzate come concime, e come rito propiziatorio per l’estate che, nei tempi remoti, iniziava proprio il 24 giugno (solstizio d’estate, in seguito anticipato al 21 giugno). Da una nostra ricerca abbiamo appurato che l’albero di noce cela in sé una storia che ritrova le sue radici in tempi antichi: in epoca romana si svilupparono culti misterici attorno alla figura dell’albero di noce, ed è in questo contesto che nasce la leggenda delle streghe e del noce di Benevento. L’albero del noce (di Benevento), pianta temuta e maledetta, sotto la quale le streghe svolgevano i loro rituali, fu abbattuto dal vescovo Barbato nel VII sec. d.C. sradicandolo dalla terra, troncando quindi le pratiche pagane. Alla morte del vescovo, nello stesso luogo nacque un altro albero di noce e ripresero i riti esoterici fino al XVII sec. d.C. Nel 1241 Federico II accusò Papa Gregorio IX di essere in combutta con il diavolo e poiché Benevento era un possedimento papale nel regno svevo, la rase al suolo, giustificando tale azione come atto necessario. Secondo un’ipotesi risale proprio a questo particolare evento storico la leggenda delle streghe e dell’albero di noce di Benevento, il cui eco risuonò forte anche nei nostri territori e a cui ci legammo con il passare del tempo. Nella notte di San Giovanni è usanza raccogliere le noci per preparare il nocino, liquore ottenuto dai malli delle noci ancora acerbe ed usato inizialmente per scopi divinatori e medicinali. Le noci dovevano essere raccolte dalla donna più esperta che doveva salire sull’albero a piedi nudi e cogliere i frutti migliori senza rovinare la buccia. Successivamente la raccolta, le noci erano esposte alla rugiada per tutta la notte, e messe in infusione il giorno successivo.
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LA VITA IN CAMPAGNA: IL BRIGANTAGGIOUn collegamento importante con le masserie, e quindi con la vita di campagna, è il fenomeno del brigantaggio. L’avvocato Raffaele Missere ci racconta di Mazzeo: il 22- 11- 1862 a Torre e precisamente alla Masseria Santoria, arrivò un manipolo di briganti diretti verso la Basilicata e capeggiati dal tale “Pizzichicchio”, pseudonimo di Cosimo Mazzeo. La masseria era gestita dall’oritano De Biasi Giuseppe, che rivestiva la carica anche di consigliere comunale, il quale fu rapito e successivamente ucciso. Tale episodio si inserisce in un periodo storico che segnerà un importante cambiamento nell’economia del Meridione. Infatti l’anno dopo, il 15-08-1863 entrò in vigore la legge 'Pica', fu una legge del Regno d’Italia concepita per contrastare il brigantaggio. Di questo fenomeno e di Cosimo Mazzeo, ne parleremo nella scheda di San Marzano, fermo restando che del brigantaggio ci sono varie linee di pensiero che non vogliamo giudicare e, quindi, prendiamo le distanze da ogni problematica politica legata al periodo. La Masseria Santoria compare la prima volta nel catasto onciario di Mesagne (probabilmente era terra di Mesagne, dunque) del 1626 e viene descritta come una proprietà di ben 720 tomoli di cui 420 a seminativo, 200 a macchia e 100 a bosco (lecci). Nel catasto del 1753 i tomoli erano 600, ridotti a 553 nel catasto del 1817.
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LA VITA IN CAMPAGNA: LA MADONNA DELL'ASSUNTADa una testimonianza del dottore Antonio Trinchera: nel giorno della Madonna dell’Assunta, il 15 agosto, i fittavoli (i massari) andavano in piazza centrale dopo la Messa del mezzogiorno, alla ricerca di persone che potevano occuparsi per tutto l’anno della masseria: bovari (si occupavano dei buoi e degli aratri), carrettieri (che si occupavano di cavalli e puledri, della semina, del trasporto) e soprattutto i pastori. I pastori erano forse la figura più importante perché si occupava dei greggi e del pascolo, ed inoltre, per garantire la qualità dei prodotti, erano omaggiati con una parte del formaggio prodotto. Tutte queste figure erano pagate mensilmente così da garantirne l’operato. Un’altra figura importante, seppur non fosse una figura fissa nella vita della masseria, al contrario dei primi citati, era lo stagnino. Lo stagnino era l’addetto alla pulizia degli utensili necessari per la produzione del latte e del formaggio come il “caccavo”(contenitore in rame che veniva manutenuto con l’aggiunta di stagno che copriva tutte le pareti interne per garantirne una minima condizione d’igiene al prodotto
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LA VITA IN CAMPAGNA: LA CONTRADA SPILUENCIA proposito di San Cosimo, da una testimonianza di un’antica famiglia torrese, la suocera del Dottor Diviggiano: nel periodo della seconda guerra mondiale, la situazione economica non era certamente delle migliori, questo incise soprattutto sulla qualità della vita. Chi gestiva, possedeva, o aveva semplicemente in affitto delle terre, aveva anche l’occasione di poter vivere in un contesto migliore, sicuramente però non privo di importanti sacrifici. Nell’agro di Oria e nelle immediate vicinanze dal confine con Torre, nella Contrada Spiluenci (“Spilonci”), nell’area del santuario di San Cosimo, era presente l’omonima masseria storica appartenente a un nobile di Oria. Alla struttura rurale erano connessi diversi ettari di terreno (che sconfinavano nell’agro di Torre) adibiti specialmente a colture di grano e olive, nonché destinati all’allevamento come richiedeva la vita in campagna dell’epoca. Il prodotto dell’attività di allevamento era la ricotta di pecora, molto richiesta dagli abitanti del posto e non solo, considerando anche l’importanza cultuale del luogo che determinava un flusso importante di pellegrini, e dunque, rappresentava un importante apporto economico per la famiglia che gestiva la masseria.
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LA VITA IN CAMPAGNA: I ''POPPITI''Grazie a Roberto Epifani abbiamo il ricordo di un’altra antica tradizione,nel mese di maggio per i torresi era il passaggio dei pellegrini “Poppiti” diretti verso il vicino santuario di San Cosimo alla Macchia. Le vie interessate dal passaggio erano Largo Convento, Attilio Calabrese, via Roma e via Oria. Gli abitanti di queste vie si preparavano all’evento imbiancando le abitazioni con la calce e curando al massimo l’igiene delle case. I pellegrini provenienti dal leccese con traini o a piedi, chiedevano ristoro sia per sé stessi che per gli animali da traino, e i torresi dell’epoca erano tutte persone dal cuore aperto alla bontà, non chiedevano nulla in cambio ed anzi quasi si scusavano rispondendo “pichiuru ca putimu fari la casa eti aperta”.
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ARCHITETTURE RURALI: LA CHIESA DI CREPACORES. Pietro di “Crepacore”: inglobato nella masseria “li Turri”, è situato a 7 km. da Torre S. Susanna, lungo la strada che porta a Mesagne. Sia la sua ubicazione, sia il ritrovamento di grandi quantità di ceramica nell’area circostante, fanno pensare che la Chiesa dovesse far parte di un insediamento alto medievale molto più vasto, probabilmente un “castrum” bizantino”. La Chiesa è un monumento risalente al VI- VII sec. d.C., costruito sulle fondamenta di un’antica villa rustica romana, non molto lontana dal Limitone dei Greci, essa rappresenta il connubio fra due civiltà: quella longobarda e quella bizantina. LEGGENDE: Secondo Girolamo Marciano (1571 – 1628), Annibale avrebbe posto uno dei suoi accampamenti presso il Casale di Crepacore allorché ebbe a combattere gli Oritani per far sua la città di Oria e che in prossimità di quelle zone ci sarebbe stata una cruenta battaglia tant’è che ancora oggi esiste una zona chiamata “La Sconfitta”.















