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Masseria MarcheseIn un'area a Sud della Masseria del Marchese, Biagio Fedele rinvenne frammenti di ceramica neolitica. Trattasi di ceramica ad impasto piuttosto consistente, con motivi decorativi costituiti da tratti più o meno profondi, ottenuti con taglio di stecca, cardium e pizzicato.
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FLORA: LA BORRAGINELa borragine (Borago officinalis L.) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Boraginaceae. DESCRIZIONE: è una pianta che può raggiungere dai 60 cm agli 80 cm di altezza Foglie: ovali ellittiche che presentano una ruvida peluria, verdi-scure raccolte a rosetta basale lunghe 10-15 cm e poi di minori dimensioni sullo stelo. Fiori: cinque petali a stella, blu-viola. Frutti: contengono al loro interno diversi semi di piccole dimensioni. DISTRIBUZIONE: la pianta è diffusa nel bacino del mediterraneo ed è stata successivamente introdotta, nell’estremo est asiatico e in America CURIOSITA: La pianta può essere consumata sia cruda che cotta, in particolare le foglie della Borragine vengono impiegate per minestroni, decotti e frittate, i fiori sono edibili e possono essere impiegati a scopo decorativo, non bisogna abusarne per la sua capacità epatotossica In apicoltura la sua propagazione è stimolata in quanto è una delle prime piante a fiorire in primavera e quindi può offrire una disponibilità immediata di nettare viene anche impiegata per ottenere un pregiato miele mono coltura. In ambito fitosanitario in piccole dosi è un'ottima alleata per i disturbi del ciclo mestruale, come cardio protettore, come tonificante per la pelle, come calmante per la tosse e come diuretico.
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Grotta LuceraA quattro chilometri a S-O di Manduria e a circa un chilometro a N-O della stazione neolitica di Masseria la Fiate. La grotta è formata da più ambienti posti al disotto del livello stradale, con l'imboccatura utilizzata, dai contadini, come sbocco di un profondo canale di convoglio delle acque piovane. Ricerche approfondite, effettuate all'interno della grotta dal prof. Caforio negli anni ‘60, hanno evidenziato presenze di ceramica impressa, incisa e graffita. Furono inoltre individuati numerosi frammenti di ceramica grigio-ferro; resti di paleofauna: Equus e Bos; materiale osseo, tra cui punteruoli, spatole e pezzi di testuggine; un pugnale litico in calcare selcioso. In uno degli ambienti fu rinvenuta una probabile sepoltura, costituita da una fossetta contenente resti ossei. Attualmente la grotta risulta in gran parte ricolma di terra.
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FLORA: L' ASPRAGGINE COMUNEL'aspraggine comune (nome scientifico Picris hieracioides L., 1753) è una specie di pianta angiosperma dicotiledone della famiglia delle Asteraceae. DESCRIZIONE: Le piante di questa specie sono erbacee perenni o biennali la cui altezza può variare dai 30 cm fino a 80 cm (massimo 1 metro). La forma biologica prevalente della specie è emicriptofita scaposa (H scap), ossia sono piante perennanti con gemme poste al livello del suolo con fusto allungato e mediamente foglioso; ma si possono trovare anche piante con la forma biologica emicriptofita bienne (H bienn). Tutta la pianta è ispida e sul fusto, sulle foglie e sulle squame sono presenti delle setole a forma d'ancora. Foglie: pelose (uno dei nomi comuni è anche “radicchio peloso”), sono ricoperte di brufoli biancastri Fiori: giallo dorati, rossicci sotto La piante da cruda è molto amara, ma una volta precotta tramite bollitura può essere impiegata in numerose ricette come torte salate e frittate, o più semplicemente ripassate in padella con olio e peperoncino DISTRIBUZIONE: La distribuzione è eurosiberiana, con ecotipi specifici per il cambiamento di latitudine, temperatura e altezza.
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Masseria le FiatteLa Masseria era di proprietà dell’abbazia di Bagnolo e compresa nel feudo omonimo. Apparteneva a Carmela Screti discendente di Michele Screti, affittuario della masseria “Bagnolo” nel 1887. In data 24 ottobre 1991 la Masseria "Le Fiatte" viene acquistata da Nicola Pesare e Grazia Melle, gli attuali proprietari che l'hanno restaurata.
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Chiesa di Santa Maria di BagnoloAlcune profonde arature intorno alla masseria, effettuate a più riprese a partire dagli anni 70, hanno messo in luce i resti di un consistente insediamento neolitico: avanzi di intonaco argilloso di capanna con impronte di piccoli tronchi, rami e canne, resti di macine litiche e frammenti vascolari di varie classi ceramiche. Anche la prosecuzione nell’età dei metalli è attestata. L’insediamento ellenistico-romano è localizzato nei terreni limitrofi alla chiesetta di S. Maria di Bagnolo. L'area in questione, leggermente rialzata rispetto alla campagna circostante, mostra avanzi di tegole, mattoni, scorie ferrose, frammenti vitrei, resti di anfore e di macine in pietra lavica, frammenti a vernice nera databili nel IV-VI sec. a.C. Le ceramiche sembrano attestare una frequentazione dell'area protrattasi sino ad età tardo-imperiale. Ad epoca romana sembra inoltre rimandare lo stesso toponimo «Bagnolo», derivato dal latino balneolum, che lascia supporre la presenza, in zona, di una fattoria o villa rustica fornita di impianto termale. Dell’insediamento medievale rimane solo la chiesetta intitolata a S. Maria di Bagnolo. La prima notizia dell'esistenza di un monastero con casale abitato è del 1290 (in P. Coco, 1984) quando aveva il nome di «Casale di Bagnolo de Abbate» e dipendeva dall'abbazia dei SS. Pietro ed Andrea di Taranto. Se ne colloca la fine intorno al XIV secolo. Ma secondo De Santis e Annoscia, il completo spopolamento della contrada si ha intorno al XVI secolo. Nel XVIII sec. la struttura della chiesa fu modificata e rinforzata, forse per riparare i danni provocati dal terremoto del 23 febbraio 1743.
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Uggiano MontefuscoLa frazione di Uggiano Montefusco si colloca a circa due chilometri a S-O della città di Manduria. Fino agli anni 40 erano ivi visibili i resti di un castello medievale, che Del Prete datava intorno al XIII secolo; questi ruderi furono completamente demoliti nel 1949 per far posto a costruzioni moderne. Nell’immediata periferia ad Ovest del paese, a seguito di un intervento di scavo operato dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto nel luglio 1983, furono portate alla luce due tombe medievali, costituite da fosse rettangolari rivestite internamente con lastre di pietra carparo. Esse mostravano un restringimento delle fiancate verso la testata. Da alcuni resti ossei rinvenuti all'interno si ipotizza l'utilizzo per deposizioni plurirne. Numerosi resti di ceramica medievale, frammisti a tegole, sono stati individuati, infine, in alcuni poderi posti immediatamente ad Est del centro urbano, nella contrada di S. Moro, spesso citata dagli storici locali come sede di un casale medievale: ceramiche acrome, invetriate gialle, verdi e graffite «tipo Castrignano» e maiolicate bianche e policrome; alcuni frammenti presentano motivi decorativi tipici dello stile «a linee sottili» e «ad uccelli»; rara è la protomaiolica. Queste classi ceramiche sembrano attestare una frequentazione della contrada protrattasi sino al XV-XVI secolo. Memorie locali, raccolte anche dal del Prete, parlano della presenza, in questa località, di un antico fortilizio messapico; nel nome di Uggiano si è inoltre voluto individuare un toponimo di origine romana derivato da Audius.
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TerragneIl sito si trova alla periferia sud-ovest di Manduria, nei pressi dell’ASL. La Soprintendenza Archeologica di Taranto ha effettuato alcune ricognizioni tra il 1983 e il 1985, in occasione delle costruzioni civili, attestando testimonianze di un insediamento di epoca ellenistico-romana, di resti medievali, e soprattutto, nella parte più alta del cosiddetto Monte Terragna, di resti preistorici del neolitico, dell'età del bronzo e del ferro. Già il Tarentini avanzava l’ipotesi, anche se senza riscontri archeologici, dell'utilizzo di questa contrada in epoche remote. Gorgoglione, esaminando i dati, ipotizzava l’esistenza di un villaggio neolitico di fase antico-media. La stratificazione archeologica dimostra l'avvicendamento dalle fasi finali del Mesolitico al momento dello sviluppo dei villaggi Neolitici e di quelli dell'età del Bronzo fino ad epoca romana e medioevale. Il sito di Terragne si discosta dai modelli insediativi caratteristici del Salento, che sembrano previlegiare aree pianeggianti e litoranee con siti anche molto estesi. Terragne evidenzia, inoltre, un’importanza particolare per la probabile presenza di forme di transizione tra Bove selvatico e Bove domestico. Sulla base dei dati palinologici, la zona, durante il mesolitico e poi il neolitico antico-medio, era costituita da un paesaggio aperto, arido, improntato a vegetazione erbacea di steppa a gariga poco rappresentata la vegetazione boschiva. Con l'inizio del V millennio a.C. le testimonianze si intensificano e si aggiungono quelle della coltura di frumenti. Secondo lo studio di Paride Tarentini le testimonianze di epoca ellenistico-romana sono piuttosto sporadiche sul pianoro e concentrate nell'area pianeggiante ad Est, tra la base del Monte Terragna. In tale area i reperti più significativi raccolti in superficie indicano una frequentazione dal IV sec. a.C. circa ad epoca imperiale romana. Al IV sec. sembra risalire un capitello dorico ritrovato. Alla stessa epoca rimandano rari frammenti di vasi a figure rosse, il più significativo dei quali reca evidenti tracce di figura umana. La zona è stata abitata nel X secolo ed è citata in atti notarili del 1508 e nella visita pastorale di mons. Bovio del 1565. Fino agli anni ’50 del ‘900 vi si coltivava il cotone. Oggi il quartiere è costituito in prevalenza da case popolari al alta densità demografica, costruite negli anni ’80. Curiosità. Nella Sala I alla vetrina n. 1 del MarTa sono esposti alcuni oggetti rinvenuti a Terragne, con gli scavi della Soprintendenza del 1988-1991: ansa di grande contenitore decorato a impressione; ciotola decorata a graffito; parete di grande contenitore decorato a impressione; applicazione plastica di protome antropomorfa su orlo di vaso.
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Masseria CuturiMasseria Cuturi nasce nel 1881 con la famiglia Schiavoni Tafuri, la proprietà si estende su 270 ettari e comprende al suo interno una parte del Bosco Li Cuturi, piantato da Federico II di Svevia nel 1100, una zona archelogica Messapica e un piccolo promontorio conosciuto come Il Monte dei Diavoli che sovrasta la proprietà. Il toponimo è attribuito ad una porzione di terreno nel quale ci sono uliveti e vigneti, molti pascoli e una lecceta, originariamente detta Felline e compare già in atti notarili nel 1507. La Masseria ceduta a censo a Ponte di Donno il 10 aprile del 1560. Nel 1625 passò a Matteo del Prete. Nel 700 Michele Imperiali comprò tutta la zona, in precedenza suddivisa. Dopo la morte dell’ultimo principe la proprietà amministrativa passò nelle mani dell’amministrazione regia. Una parte riscattata dai Monaci di Aversa, Masseria, cappella e parte dei terreni e la casa del massaro. Dopo la confisca napoleonica, una parte fu acquistata dagli Schiavoni, proprietà rimasta quasi intatta per secoli, finché pochi anni fa gli eredi hanno venduto la gran parte dei terreni e la masseria stessa. A questa famiglia è legato l’origine del Vino Primivo di Manduria, infatti, nel 1881 Tommaso Schiavoni Tafuri sposò la contessa Sabini, di Altamura. La nobildonna portò in dote le “barbatelle” di Primitivo (la “barbatella” è una talea di vite innestata), che furono piantate a “Cuturi” nella fertile Conca D’Oro. Ed è qui che nacquero i primi alberelli di Primitivo, il cui vino risultò più alcolico e corposo di altri vini pugliesi, un vero nettare degli Dei. Il nome Primitivo gli venne riconosciuto dalla precocità di maturazione di questa varietà rispetto alle altre. Cave, sepolcreto di età ellenistica secondo Arcangelo Alessio, e tombe scarse caratterizzano la zona. I muri di pietra che delineano il bosco alzati riutilizzando i resti dell’antico centro abitato. La notte precedente alla processione di San Pietro da questo bosco di tagliavano le “stanghe”, veri e propri tirsi, bastoni.
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Contrada GuardiolaLa contrada si colloca a destra della provinciale Manduria - San Pietro in Bevagna, a circa 6 chilometri da Manduria e a km. 1,500 a S-O del Monte dei Castelli. Nel 1963 fu scoperta e recuperata dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto una tomba con relativo corredo composto da una trozzella e un aryballos. La trozzella presenta corpo globulare, collo breve e largo a tronco dì cono, con ampia imboccatura; piede piccolo e basso; anse a nastro formanti un angolo ottuso, prive di trozze. L'aryballos è di tipo mesoconrizio. La Forti data la deposizione intorno al primo terzo del VI sec. a.C.
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FLORA: L'ASPARAGO SELVATICOL'asparago selvatico ( Asparagus acutifolius) appartiene alla famiglia delle Liliaceae, la stessa degli asparagi comuni (asparagus officinalis). DESCRIZIONE: Dal punto di vista botanico, gli asparagi selvatici sono i germogli di una pianta rizomatosa chiamata asparagina. Il rizoma si sviluppa in profondità nel terreno, creando una struttura reticolare. La parte aerea della pianta, che spunta dal rizoma, si presenta sotto forma di un lungo stelo legnoso di colore verde chiaro o verde intenso con sfumature violacee in prossimità della punta. La cima del germoglio, ovvero la parte più tenera e commestibile, prende il nome di turione. DISTRIBUZIONE: Crescono nei prati incolti, nelle radure e nelle zone boschive fino a 1300 metri. Molto diffusi nell’Italia centromeridionale, sono presenti quasi ovunque nella nostra penisola, ad eccezione di Piemonte, Valle d’Aosta e Trentino. Nel nostro territorio sono comuni negli anfratti dei muretti a secco, lungo le arterie rurali. CURIOSITA: già nei tempi antichi venivano consumati sia crudi che cotti non tanto per le qualità organolettiche, ma quanto per depurare fegato e apparato urinario (se usato nelle giuste quantità).
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Contrada PiacentiniLa località si colloca a circa 5 chilometri a Sud di Manduria ed a 600 m. a S-O del Monte dei Castelli. Nel 1903, presso la masseria omonima, oggi distrutta, furono rinvenute, due iscrizioni pubblicate dal Ribezzo prima e dal Parlangeli poi. La prima è su un frammento trapezoidale di lastra tufacea, che il Parlangeli ipotizza tra il III ed il II sec. a.C.. Si leggono due parole,: artas varetis. La seconda, rinvenuta assieme alla prima, si trova incisa sulle scanalature di un tamburo di colonna, che il Parlangeli ipotizza facesse parte di un tempio. L'iscrizione si compone di tre parole: tizao plaratames donrato.
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FLORA: L'ASFODELOL'asphodelus (L., 1753) è un genere di piante della famiglia Liliaceae che comprende diverse specie erbacee, note con il nome volgare di asfodelo. Il nome: deriva dal greco ἀσφόδελος (asphódelos=narciso). DESCRIZIONE: Foglie: strette e lineari, con l'estremità appuntita. Dal centro della rosetta emerge uno stelo nudo che porta una spiga di fiori più o meno ramificata. Fiori: iniziano a sbocciare già all'inizio di marzo (pianta molto rustica e resistente a condizioni meteorologiche avverse). La fioritura dura tutto marzo e metà aprile e abbelliscono di molto il paesaggio intorno Frutti :capsule tondeggianti Radice: commestibile DISTRIBUZIONE: Bacino del Mediterraneo e Asia Minore Gli asfodeli amano i prati soleggiati e sono invadenti nei terreni con rocce affioranti e nei terreni soggetti a pascolo perché le loro foglie si rigenerano in continuazione; i caprini se ne cibano sia quando le foglie sono fresche che quando sono secche a fine ciclo vegetativo, inoltre le capre sono ghiotte dei frutti secchi della pianta espulsi ancora attivi dalle deiezioni
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Insediamenti nel Bosco CuturiBosco Cuturi si colloca a circa sei chilometri da Manduria, a Sud del Monte dei Castelli. Gran parte dell'area boschiva si è sviluppata su antiche cave, cui sono probabilmente da collegare le carrarecce, poco profonde, che attraversano il bosco in più punti, provenendo da direzioni diverse. Ripetuti scavi clandestini hanno rivelato la presenza, all’'interno del bosco, di due aree archeologiche. La prima si colloca nei pressi del muro di confine prospiciente la masseria omonima; presenta blocchi da costruzione in pietra carparo, divelti dal loro sito originario, tegolame frammentato e numerosi mattoni in argilla. La seconda area archeologica si colloca a circa 400 metri dalla precedente, tra il muro di confine posto a N-O e la strada provinciale Manduria-S. Pietro in Bevagna. In quest'area i continui interventi dei clandestini hanno messo in luce numerose tombe scavate nel banco roccioso. Alcune presentano forma rettangolare e dimensioni variabili. Nei pressi o all'interno di alcune tombe sono ancora visibili i resti dell'originaria copertura, costituita da lastre in pietra e carparo locale.
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FLORA: L'ALLOROL'alloro (Laurus nobilis L., 1753) è una pianta aromatica e pianta officinale appartenente alla famiglia Lauraceae e al genere laurus. DESCRIZIONE: Si presenta, poiché spesso sottoposto a potatura, in forma di arbusto di varie dimensioni ma è un vero e proprio albero alto fino a 10 m, con rami sottili e glabri che formano una densa corona piramidale. Legno: aromatico ed emana il tipico profumo delle foglie. Foglie: ovate, sono verde scuro, coriacee, lucide nella pagina superiore e opache in quella inferiore. DISTRIBUZIONE: Mar Mediterraneo e Asia Minore. In Italia cresce spontaneamente nelle zone centro-meridionali e lungo le coste. L'ampia diffusione spontanea in condizioni naturali ha fatto individuare uno specifico tipo di macchia: la macchia ad alloro o Lauretum che si stabilisce nelle zone meno aride e più fresche dell'area occupata in generale dalla macchia. DIFFUSIONE: per seme (tramite uccelli); la moltiplicazione (per polloni) il che da vita a dei piccoli boschi prodotti da un solo individuo (cioè dei cloni dell'albero di partenza). CURIOSITA’: Nell'antichità greco-romana, l'alloro era sacro ad Apollo, e simbolo di sapienza e di gloria: di corone di a. si cingeva la fronte dei poeti e dei vincitori; ancora oggi l'alloro viene raffigurato su stemmi, medaglie, ecc. Di qui l'uso fig. per trionfo, premio, vittoria, gloria. In cucina è ampiamente consumato come ingrediente per soffritti, brodi di carne e arrosti mentre è di elevata fattura l'amaro che si può ricavare. Ottimi anche gli infusi (spesso in un mix con erbe) per alleviare la tosse.
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Masseria CampanellaNel 1977, durante i lavori agricoli a breve distanza da Masseria Campanella, vennero alla luce i resti di un insediamento neolitico. L'area interessata si colloca a circa 3 chilometri a Sud del centro urbano di Manduria. I reperti individuati in superficie attestano la presenza di un villaggio di capanne, del quale si sono recuperati resti di intonaco argilloso recante tracce di paletti e canne. Trovati, inoltre, frammenti di ceramica impressa, incisa e graffita con motivi piuttosto comuni nella produzione vascolare neolitica, quali unghiate, punzonature, zigzag, linee oblique, rette parallele, triangoli riempiti a reticolo. Non si segnala ceramica dipinta, mentre risulta recuperata un’ansa a rocchetto tipo Diana. L'industria litica, non molto abbondante, mostra frammenti di strumenti di selce ed alcune lamelle di ossidiana; è presente inoltre la pietra levigata. Il Neglia colloca la frequentazione dell'area intorno alla metà del V -inizi IV millennio a.C.
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Masseria delle MonacheMasseria delle Monache si colloca a circa tre chilometri a S-E del centro urbano di Manduria. Durante i lavori di sterro per l'apertura di una cava di materiale nella zona limitrofa sono venuti alla luce resti archeologici, che un intervento della Soprintendenza Archeologica di Taranto ha messo in sicurezza. Fondamenta in pietra carparo di probabili edifici, tuttora in sito, e altri blocchi da costruzione sono sparsi intorno, divelti dal loro assetto originario. La ricognizione dell'area ha evidenziato la presenza di abbondante tegolame, frammisto a mattoni in argilla rossastra; sono stati inoltre individuati resti di anfore, scorie di ferro e di piombo ed alcuni frammenti vitrei. Tra i numerosi resti vascolari sparsi in superficie si segnalano rari frammenti di ceramica a vernice nera di età ellenistica e numerosi resti di ceramica a vernice nera su pasta grigia, databili intorno al II-I sec. a.C. Ben rappresentati risultano i resti di epoca imperiale romana, costituiti da frammenti di ceramica aretina e da numerosi cocci in terra sigillata di difficile attribuzione tipologica.
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LA VITA IN CAMPAGNA: LI LAMPASCIUNIAneddoti di vita contadina: i cipollotti selvatici (lampasciuni) crescono nelle ampie radure soleggiate del nostro territorio e soprattutto nelle piantagioni di grano e negli uliveti. Così, quando il contadino andava in campagna per manutere il terreno, si dedicava anche alla raccolta di questi doni della natura. A raccontarci questa tradizione c’è un nostro amico, Vincenzo Cavallo, che abbiamo incontrato nuovamente. Questa volta abbiamo trascritto l’intervista in italiano. “Dunque, l’arte della raccolta del lampascione era qualcosa di incredibilmente tradizionale. Ogni lampascione cavato dal terreno portava via del tempo e impiegava forza e pazienza, in quanto poteva essere anche 30 cm interrato, e se a questo aggiungiamo la siccità che da sempre accompagnava queste zone… beh, potete capire quanta difficoltà! Immaginate un panaru (il nostro classico panaru, onnipresente nella tradizione di campagna) pieno di lampascioni quanta fatica poteva portare nello scavare tra le gnofe di terra (pezzi induriti di terra) ma quanta soddisfazione poteva soprattutto dare? Tante volte vendevamo per strada il raccolto agli ngoli di punti strategici, e ci fruttava un bel po’! La cosa bella e divertente era che la raccolta aveva un seguito tra amici e anche, chiamiamoli, sfidanti: la sera ci incontravamo in piazza per contare quanti lampascioni avevamo raccolto e chi vinceva aveva una bevuta gratis!
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Insediamento AcquasantaraIn contrada Acquasantara, durante lavori agricoli effettuati nel 1989, vennero alla luce resti archeologici. L'area interessata si colloca a circa 4 chilometri a Sud di Manduria, è coltivata prevalentemente a vigneto e si presenta leggermente rialzata rispetto ai terreni circostanti. L'indagine di superficie ha permesso di individuare, sparsi su circa 2.000 mq. di terreno, numerosi frammenti di tegole, mattoni, anfore, pithoi, pietre macine e scorie ferrose. Su un basso muretto di confine, posto ad Ovest, si sono notati numerosi blocchi da costruzione in pietra carparo, perfettamente squadrati, recanti spesso incavi e modanature. Da tale muretto provengono un rocchio di colonna in pietra carparo, decorato con reticolo di rombi incisi, ed alcuni resti di pavimento su cocciopesto a tessere quadrangolari. Recuperalo alla base dello stesso muretto anche un capitello in pietra tenera, decorato con fascia di rettangoli contrapposti incisi. Le classi ceramiche, individuate in superficie, attestano una frequentazione dell'area dal IV sec. a.C. ad età imperiale romana. Al IV secolo rimandano, in particolare. alcuni resti di vasi a figure rosse, tra i quali si distinguono pareti di forme aperte decorate con spirali o palmette e un orlo di cratere apulo col tipico ramo d'alloro, a larghe foglie. Sono stati inoltre recuperati fondi e pareti di vasi a vernice nera e a vernice nera su pasta grigia, che si potrebbe datare, solo in maniera generica, tra il IV-III ed II-I sec. a.C. Ben documentate risultano, infine, le ceramiche di epoca romana imperiale.
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LA VITA IN CAMPAGNA: IL POMODORINO DI MANDURIALa semina del pomodorino di Manduria inizia a fine febbraio, se i terreni sono in prossimità della fascia costiera, mentre nell’entroterra si sposta a marzo, nel periodo della tradizionale fiera Pessima, che si svolge da due secoli la seconda settimana del mese (l’origine del nome curioso di questo evento non è certa, secondo alcune fonti sarebbe legato alle condizioni meteorologiche spesso inclementi di quest’epoca). La coltivazione è manuale, non prevede irrigazione ed esclude trattamenti chimici (secondo le regole dell’agricoltura biologica). La raccolta inizia nel periodo di Sant’Antonio (13 giugno) e dura fino alla fine di luglio. Con i frutti più maturi si prepara la passata. Alcune famiglie – nel mese di agosto – lasciano appassire i pomodori su graticci di canne. Dai pomodori del primo palco – ossia i frutti migliori, che si trovano alla base della pianta – si recuperano i semi per la stagione successiva. Tradizionalmente il pomodorino di Manduria si mangia fresco insieme al carosello, un cetriolo tipico della zona o nella “jatedda”, un’insalata estiva a base di pomodorini freschi, aglio, olio, sale, capperi e origano con cui si condiscono le friselle (pane biscottato). Riferimenti alla sua coltivazione si riscontrano in Mariggiò A., (1969) - Formazione e destinazione del reddito nelle famiglie contadine in Manduria; nel testo di Mariggiò A., DeBlasi G., (1983) si fa preciso riferimento alla coltura del pomodoro locale coltivato in asciutto nell’area omogenea di Manduria-Maruggio (TA). Altri riferimenti alla sua coltivazione sono riportati in: “Puglia dalla terra alla tavola, Mario Adda Editore, 1979,” in cui si cita una superficie consistente coltivata a pomodoro a Manduria. Dal 9 luglio 2018 il Pomodorino di Manduria è Presidio Slow Food.
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LA VITA IN CAMPAGNA: IL GRANONel cuore dell’estate salentina, tra campi dorati e cicale instancabili, prendeva vita uno dei momenti più solenni del calendario contadino: la mietitura del grano. Non era solo un lavoro agricolo, ma un vero e proprio evento collettivo, quasi sacro, a cui partecipava l’intera famiglia. In gioco non c’era solo il raccolto, ma il pane dell’anno, la sopravvivenza quotidiana e l’identità stessa del mondo rurale. Il grano era chiamato con rispetto “l’oro del Salento”: da quei chicchi maturi si otteneva la farina, destinata a diventare pane, pasta e focacce. Era il nutrimento essenziale, base della cucina contadina. Il momento della raccolta non seguiva un calendario fisso, ma si affidava all’occhio esperto del contadino, capace di leggere i segnali della natura. Quando le spighe si piegavano verso la terra, sotto il peso dei chicchi maturi, era il segno che il tempo era giunto: la mietitura poteva iniziare. L’intera famiglia si riuniva nei campi, all’alba, quando il sole era ancora basso e il calore sopportabile. Il lavoro era duro e incessante: con falci affilate si tagliavano le piante, che venivano raccolte in mannelli (piccoli fasci), legati e poi disposti in covoni, lasciati ad asciugare sotto il sole. La fatica si alternava a momenti di condivisione: un pasto semplice sotto l’ombra di un albero, qualche canto tradizionale, storie raccontate per spezzare la monotonia del gesto ripetuto. Ogni covone era una promessa di pane, ogni giorno nei campi era un rito di continuità. Una volta conclusa la mietitura, il lavoro proseguiva con un’altra fase fondamentale: la trebbiatura, processo che consentiva di separare il grano dalla spiga, trasformando i fasci raccolti in chicchi utili per la farina e, dunque, per il pane quotidiano. Le spighe tagliate venivano raccolte in fascine, legate con una spiga più lunga che fungeva da laccio naturale: così nascevano "li mannucci" (i covoni), che venivano portati nei pressi dell’aia, uno spiazzo battuto e soleggiato dove si svolgeva la trebbiatura vera e propria. Qui, i contadini battevano il grano a mano, usando la purcara, una mazza di legno che serviva a liberare i chicchi dalla spiga. Dove c’erano più mezzi, si ricorreva all’aiuto di un animale da tiro, spesso un cavallo, al quale veniva legata la pìsara: un masso ogivale, pesante, trascinato in cerchio sopra i covoni, con lo stesso scopo di frantumare le spighe. Ma non bastava: una volta frantumato, il grano veniva lanciato in aria con forche o pale di legno, approfittando della brezza che soffiava sull’aia per separare la pula e la paglia dai chicchi buoni, più pesanti, che cadevano a terra. Era un gesto sapiente e ripetuto, che mescolava gesto fisico, esperienza e osservazione del vento. Quando i sacchi si riempivano finalmente del grano “tanto sospirato”, i campi si svuotavano e le famiglie tornavano a casa, dove le donne preparavano una grande tavolata. Era il momento del ringraziamento, non affidato a riti arcaici o pagani come altrove – niente fuochi, né offerte all’acqua – ma alla condivisione del cibo, alla festa, al mangiare insieme sotto il segno della fatica comune e della speranza nell’anno a venire.
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Contrada CurticauriLa contrada Curticauri si colloca a circa cinque chilometri a Sud di Manduria, a breve distanza dal Monte dei Castelli. In questa località, secondo un carteggio compilato da M. Greco e custodito nella biblioteca Marco Gatti, fu rinvenuta nel 1940 un'iscrizione, insieme a numerosissima quantità di cocci, pezzi di mosaico a tasselli bianchi, avanzi di filtri di piombo e frammenti di comici con fregi e rosette e un frammento di cippo o di colonna in carparo in cui sono incise su tre linee le seguenti lettere ΓΟL. O. MENERVA AIV A. Il Ribezzo la interpreta come un cippo e scrive: «L'iscrizione di Curticauri è di notevole importanza perché latina arcaica e solo di poco posteriore all'occupazione romana del 241 a.C.». Interpreta l’iscrizione come una formula arcaica di matrice messapica «Apollonii» e MENERVA. Interpreta, poi, AIV A con ANA con una divinità illirica. Paride Tarentini riferisce che il cippo è conservato nella biblioteca comunale «Marco Gatti» di Manduria.
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Masseria e jazzo MaserinòSepolcreto messapico, insediamento rupestre Le cave hanno tagliato parte di una vasta necropoli, testimoniata dalla presenza di numerose tombe profanate, particolarmente frequenti nelle aree risparmiate poste a Nord e ad Est della cava limitrofa a Masseria Maserinò. Le sepolture sono del tipo a fossa semplice, scavata nella roccia. Su alcuni speroni di roccia risparmiati dalla cava compaiono 12 grandi sepolture scavate nel banco roccioso, tipologicamente costituite da fossa e controfossa. L'opera devastatrice dei clandestini risulta ancora oggi particolarmente intensa e sistematica. Accanto alle numerosissime tombe profanate, compaiono spesso avanzi ossei e ridottissimi frammenti vascolari appartenenti all'originario corredo funebre costituito da vasi acromi e a vernice nera. La documentazione archeologica sinora recuperata pur non essendo sufficiente per inquadramenti cronologici precisi, consente comunque una generica datazione del sepolcreto tra il V ed il IV -III sec. a.C. All'interno dello lazzo Maserinò, sul margine Ovest dell'area cavata, vi era fino agli anni ‘90 un insediamento in grotta. L'impianto si presentava formato da quattro grotte; delle tre affiancate, due erano intercomunicanti e sì affacciavano su uno spiazzo, al quale si accede per due carreggiate ancora visibili, con solchi carrai profondi cm. 25.
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Lu ggiurnu di li parmi 'nzignalatuTesto dall'archivio di Alfredo Maiorana
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LA VITA IN CAMPAGNA: LE OLIVEIl tempo delle olive nel Salento: lavoro, fatica e oro verde Appena terminata la vendemmia, nel Salento contadino cominciava un’altra grande stagione di lavoro: quella della raccolta delle olive, che tradizionalmente prendeva avvio intorno al 2 novembre. Una data non casuale: segna l'inizio dell'autunno più profondo, quando le olive raggiungono la piena maturazione. A seconda delle varietà e delle tecniche di coltivazione, la raccolta poteva protrarsi fino a dicembre, talvolta gennaio, e in alcuni casi isolati anche fino ad aprile. Un detto popolare ancora oggi vivo nella memoria dei più anziani recita: “L’aulia cchiù penni e cchiù renni” – “L’oliva più pende, più rende”. Un’espressione che riassume l’osservazione attenta del mondo agricolo: l’oliva più matura, pronta a cadere, è anche quella più carica di olio. A differenza della vendemmia, spesso corale e festosa, la raccolta delle olive era un'attività più silenziosa e solitaria. Si lavorava in piccoli gruppi, raramente più di due o tre persone per albero. Era un tempo lungo, metodico, meno cantato ma non meno importante. I metodi di raccolta Due erano le tecniche principali utilizzate nella tradizione salentina: -Scopatura da terra Le olive venivano raccolte dal suolo, utilizzando una scopa di salimenti (realizzata con fascine di rami secchi), con cui si formavano i muntirruni — piccoli mucchi ordinati — poi raccolti a mano nei panari (cesti intrecciati). Le olive venivano quindi vagliate con lo scigghiaturu, uno strumento utile per separare le olive da pietre, foglie e impurità, prima del trasporto al frantoio (lu trappitu) in sacchi di juta. -Raccolta diretta dall’albero (sprugghiata) Più faticosa ma anche più pulita, prevedeva la rimozione manuale delle olive dai rami, o l’uso di piccoli rastrelli di legno. Le olive cadevano su grandi teli stesi ai piedi degli alberi, e da lì venivano raccolte e insaccate. Curiosità: L’olio lampante e le vie del commercio In passato, gran parte della produzione serviva a realizzare olio lampante, di qualità modesta, destinato all’illuminazione e al riscaldamento. Fino all’Ottocento, la città di Gallipoli fu il principale centro di smistamento dell’olio nel Mediterraneo. Era qui che si “batteva” il prezzo dell’olio, in quanto la città controllava l’esportazione verso altri porti europei e ottomani. Dalla campagna al porto, le botti colme d’olio venivano trasportate su carrozze trainate da cavalli, seguendo percorsi che nel tempo formarono le “vie dell’olio”: sentieri ancora visibili sulle rocce calcaree salentine, segnate dal passaggio continuo dei carri (carrarecce). In alcuni tratti isolati, soprattutto tra i boschi di leccio, si verificarono anche assalti ai carri da parte di briganti, attratti dal valore di quel prezioso “oro verde”.














