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Il tesoretto di ManduriaIl tesoretto di Manduria, rinvenuto nel 1916, era costituito originariamente da 1027 esemplari medievali e del regno di Napoli. Del nucleo originale si conservano 689 nummi. Oggi è custodito presso il tesoriere del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
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Masseria San GrifoneNel 1816 la proprietà era del Marchesi di Lizzano, Nicola Chyurlia e si estendeva ad aree di macchia, bosco, corti di pecore e seminato, ma era definita semplicemente “curti di pecore” evidentemente era un semplice ovile di pecore a pianta a L, con alcune stanze per il massaro e per la produzione di latticini. L’attuale struttura fu poi probabilmente costruita dal cavalier Filippo Vasaturo.
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Il canale OstoneCorso d’acqua che sfocia a sud-est di Taranto lungo il quale sono state rintracciate numerose tracce di insediamenti antichi. Cippi in carparo con motivi a croce costituiscono i confini. Del neolitico sono state individuate presenze insediative lungo l’intero corso fluviale. Nell’età del bronzo (II millennio a.C.) si osserva una drastica contrazione. In età protostorica-arcaica si registrano contatti tra il mondo greco-tarantino e le popolazioni autoctone. Ben attestata è l’epoca classico-ellenistica con evidenti presenze di sepolcreti.
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Tesoretto di LizzanoIl tesoretto di Lizzano, inventariato con come IGCH 1926, fu rinvenuto nel 1950, a Lizzano ed è costituito da più di 43 esemplari in argento ed 1 in bronzo delle zecche di Tarentum, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia, Caulonia, Croton, Terina e Alessandro il Molosso. Data di occultamento risale al periodo tra 340-330 a.C. Oggi questo interessante gruzzolo di monete è custodino nel tesoriere del Museo Archeologico nazionale di Taranto
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FLORA: IL FICOIl fico (Ficus carica), è un albero della famiglia delle Moraceae, ben radicato nelle tradizioni del territorio. DESCRIZIONE: l'albero del fico può raggiungere un'altezza di 5-10 metri ed è caratterizzato da foglie grandi e lobate, di colore verde intenso. Produce frutti commestibili, i fichi, di forma allungata o sferica, di colore viola o verde scuro, e dal sapore dolce e succoso. Il fico è una pianta che preferisce climi caldi e asciutti, ma può anche essere coltivato in zone più umide, purché la pianta sia protetta dalle gelate invernali. DISTRIBUZIONE: originario del Medio Oriente e diffuso in molte regioni del mondo con clima mediterraneo. CURIOSITA: il fico viene coltivato principalmente per la produzione dei suoi frutti, che sono molto apprezzati in cucina. I fichi possono essere consumati freschi, ma anche essiccati, e sono utilizzati per la preparazione di dolci, marmellate, salse e piatti salati come insalate e formaggi, in particolare è famosa la tradizione a Oria del "ficu cucchiato", il cui commercio raggiunse l'apice nel 1800. Inoltre, il fico è utilizzato anche come pianta ornamentale, grazie alla sua forma elegante e alle sue foglie decorative. La presenza di un albero di fico in zone calcaree e con rocce affioranti è indice della presenza di grotte, piccole cave, ripari sottoroccia, ipogei in quanto tende a crescere, in modo selvatico, in questi luoghi. Il fico è collegato alle tradizioni artigianali del territorio, come la creazione dei cannizzi.
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Carta topografica di Casalnuovo del 1643Elaborata per conto del marchese Michele Imperiali da Francesco Antonio Centonze, rinvenuta da Giorgio Martucci nell’Archivio di Stato di Napoli. Nel 1990, Giuseppe Marzo propone una rielaborazione della Carta Topografica, inserendo i punti dei beni presento nel XVII secolo. In particolare di osserva la presenza della Porta Grande, all’inizio di via mercanti e le torri del cosiddetto castello (Palazzo Imperiali Filotico). Ben visibile la Purticedda, porta anticamente collocata al posto della Torre dell’Orologio, così come porta del mare, oggi scomparsa, alla fine di via Nettuno. Poco distante dalla Porta del mare si nota una cupoletta, attribuibile alla Chiesetta della Misericordia. Al posto della Chiesa di Santa Lucia, la piccola Cappella della Madonna della Nuova. Assenti, perché non costruiti nel 1643: giardini pubblici e il monumento ai caduti, il Calvario, la Chiesa della Madonna del Carmine e il suo monastero degli Scolopi, Porta Napoli.
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Insediamento in località CasalablancaUbicata a 3 km a Sud del comune di Lizzano, al confine con il territorio di Torricella. Sulla parte più alta sono state individuate tracce presistoriche. Nei pressi dell’omonima masseria sono state rilevate le tracce più significative di epoca magno-greca.
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Mura messapiche, fossato, porte, postierle e necropoliIl centro messapico di Manduria si estendeva per circa 71 ettari ed era circondato da una triplice cerchia muraria. Nevio Degrassi, Soprintendente alle Antichità della Puglia e del Materano, effettuò i primi scavi archeologici dell’impianto difensivo e delle necropoli, tra il 1955 e il 1960. Le indagini portarono alla scoperta di circa 1330 sepolture, disposte all’esterno dei tratti settentrionale ed orientale delle mura di cinta. L’impianto difensivo è costituito da una prima cerchia, attribuita al primo quarto del V secolo a. C., con blocchi disposti di testa ed assemblati a secco, e corre con il relativo fossato per circa 2 km, disegnando un percorso di forma pressappoco pentagonale. La seconda cerchia, costruita alla fine del III secolo a. C., racchiude la precedente, ed è costituita da un doppio paramento di blocchi disposti di testa, con riempimento interno. Oggi alta tra i 5 e i 6 metri, è preceduta da un ampio fossato, di ampiezza pari a quella delle mura, ed una profondità che raggiunge i 5 metri. Il circuito murario, che sul lato settentrionale corre parallelo alla prima cerchia, si allarga notevolmente verso sud-ovest, ampliando l’area dell’insediamento e raggiungendo un perimetro complessivo di 3.300 km. Era rafforzato da torri di difesa, una delle quali, individuata da Nevio Degrassi nel tratto meridionale delle mura, nei pressi della via per Lecce. Passaggi di natura strategica (c.d. postierle) erano ricavati nei settori settentrionale ed orientale del circuito murario esterno: conducevano all’interno del fossato, permettendo l’uscita dalla città in caso di assedio. All’interno del fossato difensivo della prima cerchia, fu individuato un altro tracciato murario, convenzionalmente definito “terza cerchia” che corre parallelo al primo circuito sino all’area della ferrovia, ove se ne discosta per seguire l’andamento della cerchia più esterna. Vi erano sei porte che si aprivano nel tratto orientale delle mura, lungo più di un km, a testimonianza del collegamento e dei traffici intensi con i centri del territorio. Ne è testimonianza la porta nord-est, che era già presente nel primo impianto difensivo, tanto da essere risparmiata dal taglio del fossato della seconda cerchia. Il passaggio prevedeva una doppia strada, nei due sensi di marcia, per renderne più comodo il transito. Un intervento di scavo condotto dalla Soprintendenza nel 2004 alle spalle del Consorzio Agrario, in via Erodoto, ha permesso di mettere in luce: un tratto della cinta muraria orientale, con una delle porte di accesso che si apriva nel sistema difensivo; il fossato con due postierle, ed un’antica strada che entrava nella città dalla parte di Lecce.
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Fonte PlinianoUno dei monumenti più emblematici della città. Raffigurato come un pozzo dal quale spunta un albero di mandorlo, costituisce lo stemma cittadino a partire dal 1534. La sorgente d’acqua è nascosta all’interno di una grotta profonda 8 metri e larga circa 18 m. di diametro, cui si può accedere tramite una scalinata. Al centro della grotta si colloca una vasca cinta da un muro circolare che riceve l'acqua da un pozzetto quadrato collegato alla sorgente. La luce proviene da un'apertura quadrangolare in lastroni al centro del soffitto, individuabile all'esterno da una struttura cilindrica in blocchi di pietra dal quale spunta l'albero di mandorlo che la leggenda vuole secolare. Deve il suo nome all'interpretazione di un passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio dove lo storico e naturalista latino ne descrive le caratteristiche. Ad attirare l'attenzione di Plinio fu che, per quanta acqua si prelevi dalla vasca, il livello rimane invariato. Ciò avviene perché il piano di calpestio della caverna è posto al livello della falda acquifera.
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Cripta Bizantina in contrada PoverellaChiesetta bizantina di contrada Poverella mai terminata (per cause ignote), risalente verosimilmente al sec. XI d.C. e caratterizzata dai tipici elementi di un luogo di culto italo-greco: un’aula, riservata ai fedeli e un presbiterio, riservato al celebrante. I due spazi sono divisi da un tramezzo litico (templon), provvisto di tre aperture, tipico dei luoghi di culto ortodossi. La cappella, che avrebbe ospitato non più di venti persone, fu probabilmente fatta costruire da un ricco signore, proprietario (come era in uso all’epoca) della terra e degli uomini che la lavoravano. La cappella avrebbe costituito dunque il punto di riferimento spirituale di un villaggio rurale anonimo, da collegare probabilmente all’altro ipogeo, di forma circolare, ubicato sotto la Casina Pasanisi, a poca distanza dalla chiesetta. Piero Memmi, proprietario dell’ipogeo, ne cura la periodica manutenzione. La cappella fu ripulita dai detriti accumulatisi nel tempo ad opera di un gruppo di soci Archeoclub (Gregorio Attanasio, Luciano Gennari, Nicola Morrone e Franco Moscogiuri) nel 1998.
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FLORA: L'ERBA VERGINE (VIPERINA)L'echinum plantagineum, noto comunemente come viperina comune o erba-vergine, è una pianta erbacea biennale o perenne. DESCRIZIONE: la pianta ha un'altezza che va dai 20 ai 60 cm, con fiori rosa, viola o blu che crescono in infiorescenze a forma di spiga sulla sommità del fusto. Le foglie sono lunghe e strette, con bordi interi o leggermente dentati. Echium plantagineum si adatta a una vasta gamma di habitat, compresi i prati, le zone costiere, i margini stradali e i terreni incolti. Tuttavia, come molte altre piante del genere Echium, anche la viperina comune è stata segnalata come invasiva in alcune regioni del mondo, in particolare in Australia e in Nuova Zelanda. DISTRIBUZIONE: originaria dell'Europa meridionale e occidentale, ma ora ampiamente diffusa in tutto il mondo come pianta ornamentale e mellifera. CURIOSITA: la viperina comune viene utilizzata come pianta ornamentale nei giardini e come pianta mellifera per produrre miele di alta qualità. Inoltre, la pianta è stata tradizionalmente utilizzata per scopi medicinali, come anti-infiammatorio e per alleviare il dolore, ma non ci sono molte ricerche scientifiche a supporto di questi usi. In cosmesi l'olio di semi di Viperina una spiccata azione antinfiammatoria e idratante (rilevante concentrazioni di acidi grassi). viene estratto per pressatura a freddo dei semi
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FLORA: IL COTOGNOIl cotogno (Cydonia oblonga Mill., 1768) è un albero da frutto appartenente alla famiglia delle Rosacee. È l'unica specie nota del genere Cydonia DESCRIZIONE: il cotogno si presenta come un piccolo albero o arbusto, caducifoglie e latifoglie, che può raggiungere i 5–8 m di altezza. La pianta si adatta anche a suoli relativamente poveri purché ben drenati, soffre per eccesso di calcare. Le foglie alternate, semplici, sono lunghe 6–11 cm, con margine intero, pubescenti (finemente pelose). I fiori sono bianchi o rosa, con cinque petali, con corolle di 5–7 cm di diametro; la fioritura avviene tardivamente (fine aprile inizio di maggio), e si ha dopo la emissione delle foglie. I frutti, le cotogne, sono di colore giallo oro intenso, sono pomi di dimensioni variabili, (a volte molto grandi in alcune varietà) asimmetrici, maliformi o piriformi. DISTRIBUZIONE: originario dell'Asia Minore e della zona del Caucaso, oggi è diffuso principalmente nell'areale occidentale del Mediterraneo ed in Cina. CURIOSITA: il frutto è usato per la preparazione di confetture, gelatine (cotognata), mostarde, distillati e liquori. Ottima è anche sciroppata. Con la cottura, nella preparazione di confetture, e quindi con la frammentazione dei polisaccaridi la polpa assume una dolcezza intensa, e la liberazione di un profumo di miele. L'elevato contenuto di pectina produce un veloce addensamento della confettura o della gelatina, limitando i tempi di cottura. In epoca precedente la diffusione dello zucchero raffinato la confettura
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Torre ColimenaTorre Colimena prende nome da un baluardo aragonese che si proietta direttamente a mare, antica vedetta contro lo sbarco di Turchi, oggi simbolo della località. Appartiene a Manduria, come estrema frazione limitanea, ma il vicino Comune di Avetrana accampa diritti di possesso sulla scorta di carte di storica data. Ma come intenzione di fondo i due Comuni puntano concordemente all'incremento del turismo annuale che tocca questa baia. Vicina ai boschi con macchia mediterranea ricchi di fauna migratoria e bacini di popolamento ittico. I quindici Km. della costa di Manduria che terminano a Torre Colimena, offrono qui l'appendice ultima del susseguirsi di ambite spiagge e situazioni paesaggistiche ben lungi dalla monotonia. Più raccolta e meno estesa di S. Pietro in Bevagna, apparentemente meno assillata dall'urbanizzazione, Torre Colimena sviluppa un turismo specifico. gravitante attorno al suo porticciolo discretamente attrezzato e vale la pena di essere visto da vicino. La comprensibile attenzione rivolta dai predoni a regioni abbastanza ricche dell'Italia meridionale, determinò in ogni epoca l'esigenza alla difesa sia contro i pericoli provenienti dal mare sia contro le scorrerie interne. Tale esigenza fu particolarmente sentita in Puglia che, per la sua posizione geografica e con le sue coste prive di difesa naturale, fu oggetto di ripetuti e sanguinosi saccheggi. Già nel 1220, Federico II, per porre fine agli sbarchi corsari a Porto Cesareo, con conseguenti saccheggi dell'entroterra. aveva fatto edificare Torre di Leverano e nel 1230 aveva fatto restaurare Torre della Serpe, a sud d'Otranto. La brindisina Torre del Cavallo, fu invece fatta costruire nel 1301 da Carlo II d'Angiò e la Torre di S. Cataldo, a pochi Km. da Lecce, era già eretta nel 1485. Nel secolo XVI, con l'intensificarsi delle incursioni piratesche, apparve evidente la necessità di una pianificazione della difesa costiera ed, infatti, nel 1532-33, sotto il governo del viceré Don Pietro de Toledo, si prescrive alle principali Università di fortificazioni a proprie spese. La torre nel 1547 assisite all’approdo di 5 galee turche (Cria) fig. 1 . Questo primo tentativo di pianificazione difensiva non ebbe, però, molto successo, risultando del tutto insufficiente l'iniziativa privata e pertanto, sotto il viceré don Parafan Ribiera de Alacala', fu emanata, nel 1563 una seconda ordinanza che, accentrando il potere direttivo nelle autorità viceregnali, si proponeva di sopperire all'incapacità' economica ed organizzativa delle Università. L’incarico viene affidato all’ingegnere Giovanni Maria Tommaso Scala. O per tempo o per questioni economiche la vecchia torre, completata nel 1570, non viene distrutta, ma inglobata nella nuova (fig. 2). Nel Tentativo di uniformare le tipologie e le modalità difensive, si stabiliva che ogni opera fortificata dovesse essere autorizzata dalla Regia Corte, mentre per quelle già esistenti e ritenute idonee, dovesse aver luogo l'esproprio. L'ubicazione e la dislocazione delle torri, inoltre, doveva avvenire in modo tale che le stesse costituissero un cordone ininterrotto e pertanto ogni torre doveva guardare a vista la precedente e la successiva. Nuove Torri furono quindi costruite e le esistenti modificate e restaurate, come ad esempio Torre S. Sabina a Carovigno, che, già distrutta nel 1396, fu oggetto di riedificazione a pianta stellare nel 1570. Le torri costruite a seguito di quest'ordinanza, assumono una diversa configurazione: da torre di avvistamento diventano torri di difesa. La base circolare scompare del tutto per dare spazio alla base quadrata (peraltro già presente) con sviluppo volumetrico troncopiramidale e caditoie in controscarpa. Normalmente costituite da un unico ambiente posto al primo piano e fornito di camino, le torri avevano solidamente una porta sul lato a monte, accessibile mediante scale retrattili di legno che successivamente e solo per talune torri, si trasformavano in scale fisse. Nel basamento delle torri, si trovava sempre una cisterna di raccolta delle acque piovane e sul terrazzo venivano alloggiati gli armamenti e l'attrezzatura di segnalazione all'entroterra in caso di avvistamento nemico. Purtroppo molte di queste postazioni difensive furono interessate da un prematuro degrado, dovuto forse all'inadeguatezza dei materiali usati e spesso all'imperizia e disonestà dei costruttori, alcune crollarono durante la costruzione. Da ricerche effettuate da Vittorio Faglia risulta che il territorio pugliese era interessato dalla presenza di 132 torri costiere delle quali 101 ancora esistenti (conservate o ruderi). Nel ‘600 per disporre di un punto di avvistamento ancora più alto si costruiscono sul terrazzamento due ambienti che innalzano la torre fino a 20 metri. A questo periodo dovrebbe risalire la data di costruzione della scala in pietra. Collegata con la torre tramite un ponte levatoio (fig. 3). Allentato il periodo turno, nel 1730 la torre risulta custodita da Giulio briganti; nel 1777 dai soldati del Reggimento degli Invalidi; nel 1820 dalle guardie doganali; nel 1870 risulta abbandonata. Nei primi del ‘900 si costruisce al secondo piano un grande ambiente, un dormitorio e una cucina dotata di un secondo camino (fig. 4).
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Sito neolitico La MarinaIl sito archeologico prende il nome dalla vicina masseria di origine cinquecentesca e ospita le tracce sulla roccia di un insediamento abitativo di età neolitica, rinvenuto nel 2002 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, in collaborazione con l’Università del Salento. Il sito appare interessato da una frequentazione riconducibile al Neolitico iniziale (VI millennio a.C.), come attestano grossi frammenti di ceramica impressa appartenuti a grandi contenitori per derrate e frammenti di macine. L’rea fu sede di un insediamento stabile, evidenziato da un considerevole numero di buche per pali di sostegno di strutture abitative a pianta rettangolare, alcune delle quali collegate da canali di fondazione. Nei pressi si sviluppa un’area funeraria articolata in sepolture, delimitata con circoli di pietra contenenti deposizioni in posizione rannicchiata. Il sito probabilmente fu nuovamente frequentato nel II-I sec. a.C., come fattoria tardo-repubblicana, e poi di nuovo in età medio-imperiale (II-III secolo d.C.). Curiosità: I reperti rinvenuti sono esposti alla mostra archeologica permanente situata nella casamatta del Complesso Fortilizio di Avetrana.
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FLORA: LA CICERCHIALa cicerchia comune (Lathyrus sativus L., 1753) è una pianta annua a distribuzione mediterranea, di antica introduzione, il cui consumo in Italia è limitato ad alcune aree del centro-sud ed è in costante declino. DESCRIZIONE: ha radici robuste e fusti prostrati o rampicanti lunghi 15–60 cm (raramente fino a 100 cm). Le foglie hanno due pinnule e, nelle foglie superiori, viticci semplici o ramificati. I fiori, solitari in infiorescenze racemose, sono portati da un peduncolo lungo 3–6 cm che supera il picciolo fogliare; all’apice presenta una brattea a forma di squama. DISTRIBUZIONE: presente in tutte le regioni d’Italia. CURIOSITA: i semi (cicerchie) sono tossici; In passato i semi delle cicerchie selvatiche venivano usati nell'alimentazione umana, specialmente durante le carestie. L'uso prolungato causava spesso una grave sindrome neurologica detta "latirismo" dovuta alla presenza nei semi di un aminoacido tossico. La pianta veniva anche coltivata come foraggio e raccolta prima della maturazione dei semi per evitare avvelenamenti agli animali. Il nome generico è la latinizzazione dell'antico termine greco 'lathyros', che designava una pianta non identificata da cui si estraeva una sostanza eccitante; il nome specifico è quello usato per la pianta dagli antichi romani. Il nome della specie "cicera" dal latino cicer = cece, per la somiglianza del seme della cicerchia. Periodo di fioritura: marzo-giugno.
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Canale san NicolaIl Canale di S. Nicola si colloca a sinistra della strada provinciale per Borraco e si presenta come un profondo vallone naturale, lungo circa 1300 metri, che degrada verso la costa interrandosi a circa 400 metri dal litorale. Le sponde sono parzialmente coltivate a vigneto e oliveto; il letto presenta in alcuni tratti giardini e frutteti. Un modesto rigagnolo, spesso in secca, è quanto resta del corso d'acqua che in antico vi scorreva. Alcuni pozzi sono stati scavati per lo sfruttamento delle faIde sotterranee. La ceramica è presente con i tre tipi: impressa, incisa e graffita, tipica del neolitico. A. Corrado ed E. Ingravallo segnalano, in zona, presenze dell' età del bronzo; non forniscono ulteriori particolari. Secondo Fedele, sulla sponda nord, sulla stessa direttrice del sito neolitico, si attesta un insediamento ellenistico-romano: tegolame, frammenti di un mortaio in argilla chiara e rari frammenti a vernice Nera, databili genericamente nel IV-IIl sec. a.C. Il Tarentini ci dà notizie dell’esistenza di cisterne campaniformi, tratti di fondamenta e del ritrovamento di un tesoretto di monete greche nella contrada Tamari. Il Coco ci fa leggere come già nel 1172 sulle sponde del fiume Chidro fosse impiantato un mulino. Il Tarentini parla di un casale di S. Niccola che colloca in zona, asserendo che verso l'ultimo decennio si potevano vedere i resti di un impianto molitorio.
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FLORA: IL CARRUBOIl carrubo o la carruba (Ceratonia siliqua) è un albero della famiglia delle Fabaceae, originario delle regioni del Mediterraneo. DESCRIZIONE: l'albero del carrubo può raggiungere un'altezza di circa 10-15 metri ed è caratterizzato da una chioma densa e tondeggiante. Produce frutti di forma allungata, i carrubi, di colore marrone scuro e dal sapore dolce e intenso. DISTRIBUZIONE: il carrubo è una pianta che predilige climi caldi e aridi e cresce bene su terreni calcarei e ben drenati. La pianta può essere coltivata sia in campo aperto che in vaso e richiede poche cure. In Italia, il carrubo è diffuso soprattutto nelle regioni meridionali, come la Sicilia, la Puglia e la Calabria ed in genere si possono trovare nei boschi misti (querce e carrubi soprattutto) o nei giardini appartenenti un tempo ai nobili o alle congregazioni religiose. CURIOSITA: I frutti del carrubo sono utilizzati principalmente come ingrediente per la preparazione di prodotti alimentari come la farina di carrube, il miele di carrubo e il liquore di carrubo. Inoltre, l'albero del carrubo è utilizzato anche come pianta ornamentale, grazie alla sua forma elegante e alle sue foglie decorative. I nostri nonni o anche le generazioni più antiche, usavano, consapevolmente, scambiare il carrubo come cioccolata: una sorta di "diversivo" per figli o i nipoti (o più in generale bambini) che piangevano o si lamentavano.
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Contrada SpecchiaricaBiagio Fedele segnala il ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica neolitica con decorazioni a impressione, eseguite con punta di bastoncello stondato, tagli di stecca e unghiate. In zona è segnalata la presenza di una specchia che il Neglia ubica su un pianoro macchioso a m. 1.250 circa dal mare, nella zona denominata «Monte della Specchìarica».
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Sarcofagi di San Pietro in BevagnaIl relitto di San Pietro in Bevagna è ubicato a circa 70 m dalla costa, non lontano dalla foce del fiume Chidro. Il carico occupa un’area di circa 150 mq, su un fondale prevalentemente sabbioso, soggetto a frequenti insabbiamenti, a una profondità compresa tra 3 e 6 m. Il relitto, noto fin dagli anni ’30 del XX secolo, fu investigato per la prima volta nel 1964 (da Peter Throckmorton e John M. Bullit) ed è stato in seguito oggetto di indagini da parte della Soprintendenza Archeologica di Taranto nel 1995 e dell’ISCR nel 2009; inoltre, tra il 2010 e il 2011, analisi mineralogico-petrografiche e isotopiche sono state effettuate sui campioni di marmo dal CNR-IBAM di Lecce, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e dall’Università del Salento. Il carico della nave è composto complessivamente da 23 sarcofagi (peso totale: 75 tonnellate ca.) in marmo bianco dolomitico delle cave di Vathy-Saliara, sull’isola di Taso, non finiti e di varie dimensioni: alcuni di forma rettangolare, altri ovali del tipo a lenos, con estremità arrotondate e bugne sporgenti, che potevano essere scolpite in un secondo momento con busti o protomi leonine. Per una razionalizzazione degli spazi in fase di trasporto, tre sarcofagi di dimensioni particolarmente ridotte sono posti all’interno di quelli di dimensioni maggiori e tre esemplari sono doppi, cioè con due cavità affiancate e ottenute dallo stesso monolite, che sarebbero stati separati giunti a destinazione. Tra i materiali recuperati si segnalano: due frammenti in legno d’olmo, forse attribuibili alle ordinate della nave; una lamina e una lastra (della pompa di sentina?) in piombo, un anello sempre di piombo, frammenti di sigillata africana e di anfore, e la “cassa” di bordo con le monete. Il carico, datato al III secolo d. C., era verosimilmente destinato al mercato di Roma. Al fine di migliorare la fruibilità del complesso, sono stati posati sul fondale due pannelli esplicativi.
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FLORA: LA CAROTALa carota (Daucus carota L., 1753) è una pianta erbacea dal fusto di colore verde appartenente alla famiglia delle Apiaceae; DESCRIZIONE: a differenza della carota comune quella selvatica è una pianta biennale con una radice legnosa che dal secondo anno di vita sviluppa un grande fusto fioriero che si ramifica e forma degli ombrellini alla cui estremità si sviluppano le infiorescenza, i fiori sono molto piccoli, di colore bianco e raggruppati in mazzetti, più o meno grandi, nel cui centro spiccano dei fiori di colore rosso molto scuro. DISTRIBUZIONE: nel territorio italiano: zone umide e temperate, ai margini dei sentieri oppure lungo le dune sabbiose della costa e addirittura sulla sommità delle scogliere. Considerata una pianta infestante. CURIOSITA: la pianta viene usata in ambito medicale e cosmetico oltre che culinario, la pianta è ricchissima di oli essenziali ma soprattutto Pectina, flavonoidi, sostanze minerali, carotene e vitamine B1; B2, C Utile per combattere scottature, dermatiti e sfoghi della pelle, ha effetto di gastroprotettore sul intestino, aiuta a combattere il bruciore agli occhi. In ambito cosmetico può essere impiegata come base per trucchi in Ambito culinario ormai completamente sostituita dalla sua discendente domestica, può però essere impiegata, le foglie in insalate, le radici bollite , e i semi come base per liquori
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FLORA: LA CARDOGNA MACCHIATALa cardogna macchiata (Scolymus maculatus L., 1753) è un genere di piante angiosperme dicotiledoni della famiglia delle Asteraceae. DISTRIBUZIONE: pianta erbacea annuale della famiglia Asteracee, presente in tutto il bacino del Mediterraneo dal livello del mare fino alla zona submontana. Più frequente al sud e nelle isole; nei ruderi, lungo le strade, negli incolti; qualsiasi tipo di terreno con esposizione in pieno sole; non hanno bisogno di essere irrigate se non a fronte di prolungata siccità. DESCRIZIONE: è una pianta con portamento vigoroso, che nel primo anno forma una rosetta basale di foglie e nel secondo anno lo scapo fiorale alto fino ad oltre 100 cm (fusto alto 1m) Le foglie: tutta la superficie della foglia è lucida, con grandi venature bianche che spiccano sul verde chiaro (disegno marmorizzato); è di consistenza coriacea, flessibile e difficile a rompersi. Il rivestimento ceroso agevola il deflusso dell'acqua per mezzo di grosse gocce. Le spine sono difficili da maneggiare e richiedono l'uso di guanti di protezione. I fiori: sono ermafroditi di colore giallo La radice: robusta, capace di dissodare naturalmente i terreni compatti. CURIOSITA: le giovani foglie e le radici sono commestibili, anche se non in tutte le nostre regioni sono conosciute le sue qualità, esse non sono affatto trascurabili, forse la presenza di spine ispide ed insidiose non invita a raccoglierla. La radice carnosa si usa bollita o stufata ed è eccellente, quale contorno per carni e pesci, mentre tostata viene usata quale succedanea del caffè. Le coste private doverosamente dalle spine e dalle foglie, si mangiano sia lesse che fritte ed hanno un sapore più intenso dei carciofi.I fiori essiccati sono usati per la colorazione di alimenti ed in certi casi sostituisce lo zafferano, benché dia solo un bel colore, ma non altrettanto sapore.
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San Pietro in BevagnaQuesta località è caratterizzata dalla presenza di una torre costiera cui è addossata la chiesa di S. Pietro in Bevagna; l'intero complesso si colloca a 200 metri circa dal litorale. Nella zona sono attestati insediamenti neolitici studiati dal Fedele, che effettuò i rilievi quando l'area non era ancora interessata dal fenomeno di urbanizzazione intensa. Presenze altomedievali sono state individuate all'interno dell'edificio sacro addossato alla torre costiera.
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FLORA: IL CARDO MARIANOIl cardo mariano (Silybum marianum (L.) Gaertn., 1791) è una pianta erbacea biennale della famiglia Asteracee DESCRIZIONE: è una pianta con portamento vigoroso, che nel primo anno forma una rosetta basale di foglie e nel secondo anno lo scapo fiorale alto fino ad oltre 150 cm (fusto alto 1-2 metri) Le foglie: tutta la superficie della foglia è lucida, con grandi venature bianche che spiccano sul verde chiaro (disegno marmorizzato); è di consistenza coriacea, flessibile e difficile a rompersi. Il rivestimento ceroso agevola il deflusso dell'acqua per mezzo di grosse gocce. Le spine sono difficili da maneggiare e richiedono l'uso di guanti di protezione. I fiori: sono ermafroditi. La fioritura ha luogo in piena primavera, da aprile a maggio del secondo anno. Sono color porpora, profumati, simili a quelli del carciofo. I frutti: sono costituiti da un frutto secco contenente due o più semi. Maturano in piena estate e in seguito all'apertura dei capolini i semi vengono disseminati dal vento. La radice: robusta, capace di dissodare naturalmente i terreni compatti DISTRIBUZIONE: Mediterraneo, dal livello del mare fino alla zona submontana. Più frequente al sud e nelle isole; nei ruderi, lungo le strade, negli incolti; qualsiasi tipo di terreno con esposizione in pieno sole; non hanno bisogno di essere irrigate se non a fronte di prolungata siccità. CURIOSITA: pianta officinale dalle proprietà depurative e protettive sul fegato, ingrediente nella preparazione di liquori d'erbe, decotto o infuso efficace antiossidante, le radici hanno proprietà diuretiche e febbrifughe. Le foglie hanno proprietà aperitive, in cucina i capolini possono essere usati in risotti, le radici si possono lessare e consumare insieme ad altre verdure dell'orto o per insaporire minestre, le foglie più tenere si possono raccogliere e farcire come cannelloni, il gambo ben pulito e affettato può essere usato per la parmigiana. CENNI STORICI: Un'antica tradizione cristiana, vuole che il nome "mariano" derivi da piccole striature bianche sulle foglie della pianta, che dovrebbero rappresentare il latte di Maria Vergine, perso durante l'allattamento presso un riparo in una vegetazione di cardi, nel periodo di fuga in Egitto con Giuseppe e Gesù bambino. Successivamente, venne quindi indicato in particolare a tutte le madri in allattamento, appunto per i suoi principi depurativi. NELLA CULTURA POPOLARE : era associato alla disintossicazione da funghi velenosi. Contiene una sostanza (tiramina) in grado di stimolare la produzione di eccitanti (dopamina, adrenalina) che aumentano i livelli di pressione arteriosa. L’assunzione frequente e in grandi dosi di cardo mariano è controindicata nei pazienti che soffrono di ipertensione
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Torre BorracoLa località è caratterizzata dalla presenza di una torre costiera che si colloca su un leggero pianoro a 100 metri dal mare ed è attraversata dal fiumiciattolo omonimo, che sfocia a breve distanza ad Ovest della torre. Il Fedele, in una pubblicazione del 1972, ubica in zona tre aree con impianti capannicoli. Ricognizioni di superficie successive hanno consentito l'individuazione, ad Est della torre, di alcuni frammenti di lama a sezione triangolare in ossidiana e una scheggia di osso lavorata. Furono inoltre individuate tracce di un probabile impianto capannicolo. Saggi di scavo, effettuati dalla dott.ssa Gorgoglione, hanno confermato le presenze di ceramica impressa, incisa e graffita, ceramica dipinta a bande rosse, nonché reperti di cultura Serra D'Alto e Diana. Ciò dimostra il protrarsi della frequentazione dell'area in una fase neolitica tarda. Durante lo scavo sono stati individuati parte di un fossato, resti di intonaco di capanna, numerosi avanzi di molluschi marini e terrestri, frammenti di selce e ossidiana, nonché strumenti ossei costituiti da punteruoli, punte triangolari e frammenti di spatola. Anche Corrado ed Ingravallo segnalano la presenza in zona di una continuità, di vita, ma sino all'età del bronzo, confermata da recenti ricognizioni di superficie. Il Fedele, inoltre, afferma di aver rinvenuto cocci di ceramica ellenistica e romana e cita la presenza di costruzioni medievali rimaste incastonate nel tessuto urbanistico di moderne costruzioni balneari, ma non fornisce ulteriori notizie. L'antica torre antisaracena fu edificata intorno al 1560-1570 e, più precisamente, nel suffeudo "Comunale", detto pure "Concordato". Lasciata abbandonata alle intemperie per molti secoli, la torre nel 2011 è stata sottoposta a un restauro completo e alla costruzione ex novo di una scala. La torre è stata riportata al suo stato originale. Come la maggior parte delle torri di questo periodo si presenta con un impianto piuttosto semplice, ma massiccio. Curiosità. Nella Sala I, alla vetrina n. 4 del MarTa, sono esposti alcuni oggetti rinvenuti a Torre Borraco nel 1968 e datati al 6000-5300 a.C.: Protome applicata su orlo di grande contenitore.
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FLORA: LA CALENDULA ARVENSISLa calendula arvensis L., 1763 è una specie di pianta angiosperma dicotiledone della famiglia delle Asteraceae (sottofamiglia Asteroideae). DESCRIZIONE: pianta con ciclo annuale o biennale, si presenta con un'altezza che varia dai 30 ai 50 cm, le foglie sono posizionate nella parte più alta dello stelo, presentano dimensioni ridotte tra i 20-50 mm, presentano margini piuttosto uniformi, con una leggera peluria biancastra, la pianta presenta infiorescenze a capolino tipiche della famiglia, con i fiori centrali maschili e i fiori esterni femminili, l'infiorescenza presenta il caratteristico colore giallo arancio. DISTRIBUZIONE: la pianta è diffusa in tutto il bacino del mediterraneo e nel vicino oriente, ma si può trovare anche in Germania e Svizzera e Austria cresce fino ai 600 m s.l.m, con substrati possibilmente calcarei e con pH basico. CURIOSITA: la pianta ha vari usi in ambito medico e cosmetico, la pianta presenta la capacità di essere un analgesico per i dolori del ciclo mestruale oltre che a regolarne il flusso e la durata, inoltre il decotto può essere impiegato per le infiammazioni del cavo orale e intestinale e inoltre ha la capacità cicatrizzante, in cosmesi viene usata per i suoi oli essenziali che hanno capacità idratante e rinfrescante, utili per combattere la secchezza della pelle. Accompagna inoltre le colture delle Solanacee, per la sua capacità di frammentare e ammorbidire il terreno grazie alle sue radici profonde e di attirare insetti per la lotta biologica. In cucina si usano i fiori per profumare l'acqua per paste o risotti o per ottenere mieli mono cultura.














