Titolo: Cenni storici di Manduria. (rist. anast. Manduria, 1901)
Autori: Leonardo Tarentini.
Data di pubblicazione: 1996
Editore: Atesa
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Cartapesta sacra a Manduria (secc. XVIII-XX)
Autori: Polito Salvatore Pietro.
Data di pubblicazione: 2002
Editore: Regione Puglia C.R.E.S.C. TA/55 MANDURIA
Argomenti: Storia e Tradizioni
Breve storia della cartapesta e 98 schede relative ad altrettante realizzazioni statuarie, presenti nelle chiese di Manduria e di Uggiano Montefusco. Le schede descrivono il soggetto, l'autore, la datazione, le dimensioni e lo stato di conservazione, la condizione giuridica, e sono corredate da note tecnico-artistiche e da illustrazioni in bianconero. In appendice, poi, vi sono alcune tavole a colori, una bibliografia, e l'elenco dei cartapestai attivi fra XVII e XX secolo.
Casalnuovo, 12 gennaio 1753 – Manduria, 28 settembre 1836.
È stato un medico italiano.
Educato dai padri scolopi, studiò in seguito logica, geometria, fisica e astronomia, finché si immatricolò nel 1773 all'Università di Napoli; ottenne però la laurea in medicina a Salerno, nel 1777. Intellettuale illuminista di vasta cultura, medico apprezzato e saggista. Fece parte dell’accademia dell’Arcadia.
Nel 1797 ebbe l’incarico di provvedere all’istruzione del nipote del generale Acton. Insegnò etica all’università di Napoli.
Nel 1820 fu eletto deputato del Parlamento napoletano.
Curiosità. Ritratto realizzato da G.B. Arnò in Manduria e Manduriani.
Curiosità. Gli è stata intitolata un plesso scolastico.
Curiosità. A piazza Plinio è presente un busto che lo ricorda. L’opera venne realizzata nel 1936 da Ettore Marzo.
Titolo: Capricci sulla Jettatura
Autori: Gian Leonardo Marugj
Data di pubblicazione: 2002. Ristampa della seconda edizione del 1815
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Il tesoretto di Monacizzo (IGCH 1965), rinvenuto nel 1908, è costituito da 2 esemplari in oro e da 66 in argento delle zecche di Tarentum, Heracleia, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia e Terina. Data di occultamento: 300-280 a.C. Del nucleo originale si conservano 67 esemplari, risulta mancante una dracma aurea di Tarentum.
Il tesoretto di Avetrana18, inventariato RRCH 440, fu rinvenuto nel 1936 ed è costituito da 1915 esemplari in argento del periodo romano repubblicano.
La data di occultamento risale al 38 a.C. o poco dopo.
Ubicata poco più a monte della Grotta di San Martino, lungo la sponda orografica sinistra del Canale, è di difficile individuazione a causa della folta vegetazione che ne maschera ampiamente l'imbocco.
Analogamente all'altra cavità situata lungo le sponde del Canale di San Martino, anche questa grotta costituisce il relitto fossile di una sorgente carsica d'intestrato scavata nelle Calcareniti del Salento.
Il modesto imbocco, interessato parzialmente da fenomeni di crollo della volta, immette in una caverna dalla pianta grosso modo circolare che porta, tramite un basso pertugio, in ambiente terminale che non presenta ulteriori prosecuzioni. Riempimenti prevalentemente terrigeni si rinvengono in tutta la cavità.
Sebbene questa grotta rappresenti la forma carsica più modesta di Avetrana, resta innegabile la sua importanza culturale per aver, anch'essa conservato tracce di frequentazione umana preistorica.
Curiosità: nella Sala I, vetrina n. 3 del MarTA è conservato un pendaglio in pietra levigata del Neolitico. La roccia appartiene a un fiore basaltico dell’Arco Calabro Peloritano. L’oggetto è stato rinvenuto in questa grotta nel 1952.
Nella vetrina n. 4 esposti una tazza dipinta in rosso e bruno datata a 5000-4300 a.C., un fiasco dipinto in rosso datato a | 5600-5000 a.C. e una pintadera con motivo a S, datate a 5000-4300 a.C. Le pintadere sono Timbri in terracotta utilizzati, forse, per tatuaggi corporali, stampi tessili o come marchi di riconoscimento per contrassegnare il pane nei forni comuni. Esposti, inoltre, una spatola, un manico, dei punteruoli e un ago. Questi oggetti sono stati rinvenuti nel 1952 e nel 1993.
Anche la vetrina 9B espone oggetti trovati nella grotta e riferibili al Tardo Elladico III (1425-1000 a.C.).
Titolo: Arcipreti e Sacerdoti della Chiesa Matrice di Uggiano Montefusco. Vol. 1 e 2
Autori: Giulio Becci
Data di pubblicazione: 2004
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Nato a Copertino l’11 febbraio 1962 ma vive a Manduria
Esordisce con Racconti Lupi (Filo Editore, Manduria 1998) seguito da Solitari (Filo Editore, Manduria 2001); Terra Nera - romanzo perfido e paradossale di cafoni e d'anarchia (Stampa Alternativa, Viterbo 2005); Le vicende notevoli di DON FEFÈ, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore CICCILLO (I Libri di Icaro, Lecce 2009); Invisibili - vivere e morire all'Ilva di Taranto, scritto con Fulvio Colucci (Kurumuny, Martignano 2011); Io e l'Ilva – monologo metalmeccanico (Lupo Editore, Copertino 2013). È stato vicedirettore de La Voce del Popolo (Taranto). Ha ricevuto numerosi premi per il suo mestiere delle parole. I suoi racconti sono compresi in prestigiose antologie. Nel 2008, il romanzo Terra Nera è stato adattato per il teatro dal regista Lauro Versari, interpreti principali Ketty Volpe e Aldo Rapè.
Tra i suoi successi: Come belve feroci; Benvenuti a Cipiernola; Mattanza.
Secondo il Coco l’origine di questo borgo risale alla fine del secolo XII, quando alcuni abitanti di Casalnuovo (Manduria) si rifugiarono nel luogo dove sorge Uggiano, nel quale sembra che vi fosse stata una dimora di sentinelle o vigili, vigilarum, "posta al confine del principato di Taranto lungo la via Appia". Da lì il nome, Viggiano. Colella nella sua Toponomastica Pugliese sostiene invece che il nome richiami le vigne che si estendono in quantità nei dintorni.
La tradizione vuole che già in età federiciana vi fosse localizzato un castello, ma mancano, purtroppo, attestazioni certe, e la località salentina non è menzionata nello Statutum de reparatione castrorum. Il primo documento che parla di Uggiano è una carta del 1315, dove il re Roberto d’Angiò concede il feudo, il casale con tutte le pertinenze a Costanza Montefusco, vedova del cavaliere Egidio de Fallosa, che già possedeva i casali di Cellino, Parietalto e il territorio di San Marzano. Da allora il paese cominciò ad essere denominato Montefusco, in onore della famiglia feudale. Nel 1949, la Soprintendenza ai Beni Culturali di Taranto, constatando la completa distruzione del monumento, revoca il vincolo che essa aveva posto su tutto il comprensorio del castello. Con la colpevole e forse interessata negligenza sia del proprietario che della Soprintendenza, il castello medievale di Uggiano Montefusco scompare per sempre, sostituito da abitazioni private.
La masseria si trova poco fuori l’abitato di Uggiano Montefusco, frazione di Manduria, e fa parte di un itinerario che propone, in poco più di 8 km, la visita alla Masseria fortificata Le Fiatte, all’ex Abbazia di Santa Maria di Bagnolo (XIII sec.) e alla Masseria Bagnolo. Essa è cinta da muri a secco. E immersa nel paesaggio, tra distese di vigneti e uliveti.
Piccola cappella con copertura a volta a crociera, il un piccolo altare è addossato alla parete frontale, con un quadro che rappresenta il Crocifisso. Al di sopra del timpano, si eleva una croce in ferro.
Prima contrada Baroni, poi largo Sant’Eligio.
Piccola chiesetta con volta a botte.
L'immagine di Sant'Eligio è sulla parete frontale dipinta su una lastra di rame ed inserita in una teca in legno. Sulla destra un’antica acquasantiera a forma di mano.
Il dipinto del santo sarebbe da attribuirsi al pittore manduriano Pietro Stano, e reca in basso la scritta "PS Sant'Eligio 1907"
Probabilmente costruite nel 1700, accanto c’è una colonna dell’Osanna. In passato , nei primi giorni di maggio si svolgeva la fiera del bestiame.
Giulio Becci riporta la relazione del 1729 dopo la visita pastorale del vescovo Labanchi: Visitò questa nella quale trovò l’altare sotto il titolo di Sant’Eligio privo della pietra sacrale e di ogni altro ornamento necessario. Il vescovo diede incarico affinché tutto fosse messo in ordine.
Il Becci riporta anche la relazione di una seconda visita fatta nel1784 dal Vescovo Kalefati: di forma rettangolare con copertura ad archi. Di rimpetto all’unica porta vi è un altare con l’immagine dl Vescovo S. Eligio, S. Filippo Neri e S. Leonardo Confessore. Sulla parete la pittura di S. Gaetano da Thienee dei Santi Vito e Trifone. Non vi è alcuna campanella o sepolcro. Nel documento si fa menzione del fatto che la cappella non avesse nessuna rendita e che si provvedeva alle cose necessarie grazie alle elemosine dei fedeli.
L’olio per le lampade era ogni giorno portato dalla vedova Anna Lucia Rossi del Castello. La nobildonna nel testamento aveva chiesto ai suoi eredi di far consacrare nuovamente la pietra sacra dietro l’altare.
Oggi la facciata appare modificata, la finestrella sopra la porta non è simmetrica, così come non centrato è l’ingresso.
La volta osservata da Becci fa datare la struttura al ‘500 e ipotizza che anticamente era dedicata a San Pietro Apostolo. In effetti nella relazione della visita pastorale di Bovio nel 1565 se ne fa riferimento.
Oggi non ci sono affreschi.
A Uggiano si festeggiava il 13 dicembre (giorno della consacrazione del Santo) e poiché veniva considerato protettore degli animali era consuetudine tenere in quei giorni una fiera equina.
A largo sant’Eligio, lasciata dai Padri Passionisti alla fine della loro missione. La colonna con nicchia sorregge la croce.
Sulla croce un tempo si leggeva la data della missione, ma a causa di un incidente venne distrutto e ricostruita
È una cappella che dista qualche isolato dalla Chiesa Madre ed è dedicata al Santo Patrono di Uggiano, San Nicola, festeggiato l'8 e il 9 ottobre. Recentemente restaurata ad opera dell'Architetto francavillese Mario Passaro con due interventi separati di impermeabilizzazione delle coperture e asportazione di incrostazioni dai prospetti, in questa cappella viene celebrata la "Novena".
Ai tempi del terremoto del febbraio 1743 per esempio funse da parrocchia a causa del crollo della medievale Chiesa Matrice. La tradizione, poi, tramanda l’usanza secondo la quale visitare il Santo nei giorni della sua festa (8 e 9 ottobre) da parte delle giovani ragazze, garantiva l’esaudimento delle proprie aspirazioni in merito all’uomo da sposare.
Nel 1961 sono state eliminate le due colonne all’ingresso e gli scalini che erano utilizzati dai cittadini che qui si incontravano. Il dislivello venne appianato per consentire alla statua di essere portata fuori in sicurezza.
Durante i lavori venne trovata una sepoltura. Fino al secolo scorso il camposanto degli uggianesi era il borgo o la chiesa.
Tre spighe di grano stemma civico di Uggiano e simbolo di fecondità della terra e del prodotto agricolo più diffuso a Uggiano. Antico stemma fino al dicembre del 1816 quando, a causa della legge sul riordino dei comuni promulgata da Ferdinando I di Borbone, il piccolo casale divenne.
Le stemma è stato restaurato/rifatto durante i lavori di restauro. In alto si legge la data 1719, anno della ricostruzione.
La cuspide richiama la trinità. In alto una croce, ai lati due piccole piramidi.
Sulla campanella: Trani, 1891.
Il primo documento che fa riferimento alla chiesa risale al 1629: una visita pastorale.
Si racconta che essendosi logorata la vecchia la statua ne fu ordinata una nuova a Lecce e l’artista incaricato ne aveva già una pronta che raffigurava Sant’Agostino in paramenti latini e che era stata commissionata dagli Agostiniani di Manduria. Questi, però avevano rifiutato il lavoro ultimato non ritenendolo corrispondente all’immagine, così gli uggianesi rilevarono la statua alla quale fecero fare le giuste modifiche. Ecco perché il santo indossa abiti romani e non orientali. Il libro delle confessioni divenne il libro del Vangelo e su di esso vennero appoggiate le tre sfere d’oro (riferimento alle tre fanciulle aiutate dal Santo, ma anche simbolo di Trinità con riferimento alle dispute sostenute da San Nicola al concilio di Nicea. Ai piedi della statua la tinozza con i tre bambini: Secondo una prima versione, il fatto sarebbe accaduto mentre Nicola si recava al concilio di Nicea. Fermatosi ad un'osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l'oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l'oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel "pesce". L'oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l'oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.
È una cappella che dista qualche isolato dalla Chiesa Madre ed è dedicata al Santo Patrono di Uggiano, San Nicola, festeggiato l'8 e il 9 ottobre. Recentemente restaurata ad opera dell'Architetto francavillese Mario Passaro con due interventi separati di impermeabilizzazione delle coperture e asportazione di incrostazioni dai prospetti, in questa cappella viene celebrata la "Novena".
Ai tempi del terremoto del febbraio 1743 per esempio funse da parrocchia a causa del crollo della medievale Chiesa Matrice. La tradizione, poi, tramanda l’usanza secondo la quale visitare il Santo nei giorni della sua festa (8 e 9 ottobre) da parte delle giovani ragazze, garantiva l’esaudimento delle proprie aspirazioni in merito all’uomo da sposare.
Nel 1961 sono state eliminate le due colonne all’ingresso e gli scalini che erano utilizzati dai cittadini che qui si incontravano. Il dislivello venne appianato per consentire alla statua di essere portata fuori in sicurezza.
Durante i lavori venne trovata una sepoltura. Fino al secolo scorso il camposanto degli uggianesi era il borgo o la chiesa.
Tre spighe di grano stemma civico di Uggiano e simbolo di fecondità della terra e del prodotto agricolo più diffuso a Uggiano. Antico stemma fino al dicembre del 1816 quando, a causa della legge sul riordino dei comuni promulgata da Ferdinando I di Borbone, il piccolo casale divenne.
Le stemma è stato restaurato/rifatto durante i lavori di restauro. In alto si legge la data 1719, anno della ricostruzione.
La cuspide richiama la trinità. In alto una croce, ai lati due piccole piramidi.
Sulla campanella: Trani, 1891.
Il primo documento che fa riferimento alla chiesa risale al 1629: una visita pastorale.
Si racconta che essendosi logorata la vecchia la statua ne fu ordinata una nuova a Lecce e l’artista incaricato ne aveva già una pronta che raffigurava Sant’Agostino in paramenti latini e che era stata commissionata dagli Agostiniani di Manduria. Questi, però avevano rifiutato il lavoro ultimato non ritenendolo corrispondente all’immagine, così gli uggianesi rilevarono la statua alla quale fecero fare le giuste modifiche. Ecco perché il santo indossa abiti romani e non orientali. Il libro delle confessioni divenne il libro del Vangelo e su di esso vennero appoggiate le tre sfere d’oro (riferimento alle tre fanciulle aiutate dal Santo, ma anche simbolo di Trinità con riferimento alle dispute sostenute da San Nicola al concilio di Nicea. Ai piedi della statua la tinozza con i tre bambini: Secondo una prima versione, il fatto sarebbe accaduto mentre Nicola si recava al concilio di Nicea. Fermatosi ad un'osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l'oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l'oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel "pesce". L'oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l'oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.
È una cappella attigua alla Chiesa Madre e risale al 1749. Comunica con la chiesa principale ed è sede dell’omonima confraternita, e da questa fortemente voluta.
A navata unica a tre campate, molto semplice e priva di stucchi. Volta a stella con 4 punte
La campana pregevolmente fregiata, davanti in rilievo, la Madonna con il bambino e al lato destro l’iscrizione: IN TE DOMINE SPERAVIT NON CONFUNDAT IN AETERNUM. Dietro la figura di San Nicola con la mano alzata (1961).
Dedicata alla Madonna Assunta, fu costruita su una precedente piccola chiesetta nel 1794 e finanziata dalla piccola comunità ma soprattutto da Marianna Giannuzzi che diede 725 ducati, cioè il reddito di un intero anno. Tarentini parla di 500 ducati, il Becci 725, 425 dice Bentivoglio.
Originariamente dedicata a Santa Maria del Campo Verde e doveva seguire lo stile romanico e molto probabilmente l’ingresso/facciata era rivolto e est. Ma a causa dell’incuria molti erano i danni nel 1780.
Forse a causa del famoso terremoto.
La sede fu scelta proprio per la piccola sopraelevazione del sito e doveva dominare sul piccolo borgo, senza, però superare l’altezza del castello. Solo dopo il restauro del 1794 l’altezza della chiesa superò quella del castello, evidentemente il potere era passato di mano.
Durante i lavori le funzioni vennero celebrate nella cappella di San Nicola. Nel 1900 la chiesa fu ingrandita. Venne sfondato il muro a nord e se ne ricavò l’attuale abside. Allo stesso periodo risale la piccola cantoria.
A navata unica decorata con stucchi.
Oltre all’altare maggiore del 1919 ci sono l’altare di San Nicola di Mira (a d.) e l’altare del Sacro Cuore di Gesù a s.
Nell’abside ci sono 4 nicchie che ospitano statue in cartapesta leccese: Madonna del Rosario, Sant’Antonio da Padova, Immacolata e Addolorata.
Nella nicchia sotto l’altare del sacro Cuore di Gesù, il Cristo Morto.
La chiesa venne ingrandita nel 1900 per venire in contro all’aumento demografico.
Conserva belle tele dei fratelli Bianchi (pittori manduriani del settecento). Suggestivi sono gli affreschi del pittore manduriano Ettore Marzo che, negli anni sessanta del Novecento, quando furono eseguiti interventi strutturali nella chiesa, la impreziosì ancor più.
Oltre ai Quattro Evangelisti, particolarmente interessante e l'immagine raffigurante San Pietro che sembra posare i piedi sulla sabbia ed ha sullo sfondo una marina, richiamando all'attenzione la spiaggia di San Pietro in Bevagna, luogo di sbarco in Italia del Santo.
La campana del 1679 rimossa e fusa nel 1941.
La tela dell’Ultima cena di Pasquale Bianchi è una delle ultime opere del pittore che la eseguì a 73 anni, così come la Crocifissione. In quest’ultima opera il pittore venne probabilmente aiutato dal padre, ormai anziano, e il figlio Giuseppe.
Nella tela di San Nicola di Pasquale Bianchi si nota la chiesa madre e il castello di Uggiano.
l nome Monaci deriva dai Monaci Benedettini, che a partire dall’anno mille avevano reso quest’area una fabbrica del sale. L’acqua marina si depositava durante le mareggiate in una depressione naturale. Per migliorarne lo sfruttamento, i monaci tagliarono la roccia creando un canale di scorrimento e regolazione dell’afflusso di acqua, e realizzarono edifici per la lavorazione ed il deposito del sale, oltre ad una torre di guardia e ad una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Carmelo.
I Magazzini sono un complesso con volta a botte di 3 locali piuttosto ampi (misurano 25×8 mt). La Cappella si trova a poche decine di metri dal complesso dei magazzini e conserva ancora la volta originaria, le pareti son affrescate. La Torre ha base quadra e tronco piramidale.
Negli anni che vanno dalla fine del 1800 agli anni ’40 si proposero interventi di bonifica per il problema della malaria, qui particolarmente diffusa. Per fortuna gli interventi furono minimi, e non compromisero la Salina e i suoi panorami.
A partire dagli anni ’60 la Salina fu oggetto di pesanti interventi di speculazione edilizia e sviluppo turistico incontrollato. Furono distrutte dune e importanti distese di macchia mediterranea, le falde furono inquinate, la salina fu persino utilizzata come campo di calcio estivo. A ciò si aggiunse la nefasta presenza dei bracconieri.
Gli anni successivi rappresentarono un’inversione di rotta, una nuova sensibilità ambientale e l’impegno delle istituzioni portarono ad interventi a tutela della zona e all’istituzione, nel 2000, dell’Area protetta delle saline di Torre Colimena, dal 2010 inserita nell’elenco delle aree protette italiane.
La statua della Madonna del Mare si trova a circa mezzo miglio dalla costa, a 17 metri di profondità nei fondali di Torre Colimena, in direzione sud-sud-est. Fu collocata nell’ottobre del 2008, dal Corpo Carabinieri Subacquei, una statua bianca della Madonna in seguito a un progetto proposto dal Gruppo Subacquei Alfa A.P.S. MADONNA DEL MARE DI AVETRANA. La Madonna del Mare si festeggia con un rito suggestivo l’ultima domenica di luglio. Oltre a processioni, canti ed inni, viene deposta, alla base della statua, una teca contenente alcune frasi che i credenti del posto rivolgono alla Madonna.
La prima pietra è stata posta da mons. Armando Franco il 12 agosto 1990 e mons e il vescovo Marcello Semeraro l’ha consacrarla, quando i lavori furono terminati, il 6 agosto 2000.
La chiesa dell’Annunciazione si presenta come un edificio imponente ma snello. un’unica navata, ampia e luminosa, che termina con l’area del presbiterio, al quale si accede attraverso quattro ampi gradini. L’altare, l’ambone e il battistero sono stati collocati negli anni 1993-94, mentre negli anni successivi sono state realizzale le vetrate da Francesco Selvaggi, artista del vetro e della luce:
La vetrata della foto 1 raffigura l’“Annunciazione dell’Angelo a Maria. Nella stessa parete altre due vetrate artistiche realizzate nel 1999, raffigurano la “Nascita di Gesù” (foto 2) e la “Resurrezione” (foto 3).
Francesco Selvaggi ha altresì realizzato (2009-2010) le ventitré vetrate artistiche che «si sgranano come i grani del Rosario lungo le pareti dell’unica navata» e raccontano le vicende terrene della Vergine Maria fino alla sua proclamazione di Madre della Chiesa.
“La nascita di Gesù” (foto 4), “L’incontro con i pastori” (foto 5), “L’incontro con i Magi” (foto. 6), “La fuga in Egitto” (foto 7), tanto vicine al tempo liturgico che il mondo cattolico sta vivendo.
Nel 1092 San Piero fu ceduta si monaci Benedettini di Aversa, i quali vi stabilirono la loro comunità.
Dal punto di vista religioso essi diedero impulso al culto di San Pietro ed i pellegrinaggi aumentarono a tal punto che si cercò i organizzarli in periodi prestabiliti. Anche sul piano economico la loro presenza fu efficace. Nel 1172 acquistarono la Salina di Torre Colimena da Guglielmo il Buono. Nello stesso anno si attesta la presenza di un mulino nel fiume Bevagna.
Il convento venne soppresso e quindi abbandonato ai primi dell’800
Torre costiera anti-saracena, annessa alla chiesa di San Pietro, situata in Piazza delle Perdonanze in pieno centro di San Pietro in Bevagna, la marina di Manduria. Comunica ad est Torre Colimena, ad ovest con Torre Borraco, a nord con Torre la Marina.
Ha una singolare pianta a stella con quattro punte, detta "a cappello di prete", unica insieme a torre Santa Sabina e a torre della tonnara di Cofano. La torre è stata donata nel 1092 da Ruggero d'Altavilla ai monaci dell'Abbazia di San Lorenzo di Aversa, che tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo vi costruirono una chiesa dai caratteri neogotici. Nel 1578 la Regia Corte espropria la torre ai benedettini di Aversa con una somma di 807 ducati e viene ceduta alla diocesi di Oria come dimora del rettore del santuario nel 1845 da Francesco II delle Due Sicilie. Diviene di proprietà demaniale nel 1860 con l'incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d'Italia, per poi essere ceduta al comune di Manduria quarant'anni dopo. Nel corso degli scavi archeologici eseguiti nel 2004 sono stati riportati alla luce sepolture di epoca bizantina e reperti numismatici, facendo supporre l'esistenza di una precedente cripta ipogea al di sotto della chiesa. Presenta una facciata a capanna con portale lunettato contenente uno stemma papale in bassorilievo e sormontato da una finestra e altri due stemmi ai lati di essa, per poi terminare con un piccolo campanile a vela sulla cima. L'interno è costituito da un'unica navata con l'altare ricavato nella torre.