Amarcord Maruggese - anno 1986
I fratelli Schirone di Maruggio, entrano nella hit parade nazionale con la canzone Onde. Un tormentone si direbbe oggi, dell'estate '86, partito da un percorso professionale musicale di due cantanti maruggesi.
Il duo debutta nel 1986 con il 45 giri Onde, pubblicato dalla CGD con cui partecipano al Festivalbar vincendo il Disco verde. Il disco contiene anche la versione strumentale di Onde, intitolata Waves, che farà parte della colonna sonora del film Rimini Rimini del 1987. Il brano è scritto insieme a Carmelo La Bionda.
L'anno successivo esce il loro secondo disco Un'estate fortunata, trainato dal brano omonimo, scritto sempre in collaborazione con i La bionda di cui saranno anche i produttori. Al testo partecipa anche Sergio Conforti, in arte Rocco Tanica degli Elio e le storie tese.
La festa della Madonna del Verde è un'antica e tradizionale festa religiosa di Maruggio celebrata da tempi remoti. Il culto della Vergine è legato ad una tradizione popolare secondo la quale la Madonna avrebbe il potere taumaturgico di far guarire dal "Male del Verde", ossia dall'anemia emolitica da favismo, che dava un colorito verde al corpo: per questa caratteristica avrebbe ricevuto l'appellativo di Madonna del Verde.
La chiesa a lei dedicata (originariamente consacrata a Santa Maria del Tempio e costruita alla fine del '500) era un tempo meta di pellegrinaggi anche dagli abitanti dei paesi limitrofi.
I riti legati alla festa iniziano il giorno 20 novembre, vigilia della festa vera e propria, con il rito detto 'Ssittàta alla Matònna (tradotto: seduta alla Madonna). Il 21 Novembre il simulacro viene portato in processione per le vie del paese. La tradizione popolare vuole che la festa segni la fine di tutte le processioni locali e l'inizio della stagione invernale a Maruggio.
Nel video diverse testimonianze dei maruggesi anziani che ricordano i miracoli compiuti dalla Madonna del Verde
Il 13 giugno 1637 i pirati turchi assalirono la Commenda Magistrale di Maruggio (ora provincia di Taranto), allora retta dai Cavalieri di Malta, in particolar modo da Fra’ Giovan Battista Naro che qualche anno prima aveva catturato numerose navi turche nel Mar Adriatico; l’esperto stratega, anche grazie all’aiuto del popolo di Maruggio, riuscì a scacciare gli invasori senza subire gravi perdite.
I turchi, narra la leggenda, riuscirono solo a rapire una giovincella che fu portata ad Algeri; molti anni dopo la stessa ritornò a Maruggio dopo essere stata liberata come premio per aver salvato la moglie del suo padrone grazie alle preghiere rivolte alla Madonna, dopo che tutti gli altri tentativi erano risultati vani. Da un po’ di anni proprio la comunità di Maruggio, rievoca questi due importanti avvenimenti storici in “Attacco a Maruggio”.
Leggenda della collinetta della “Madonnina dell’Altomare”
Si narra che nelle viscere della collinetta ci possa esser nascosto un tesoro. Un giorno un pastorello, che stava pascolando il gregge nei pressi della Madonnina, salito sulla sommità dell’altura, scorse di lontano un antro. Si avvicinò e vide una scalinata, scavata nella roccia che scendeva nell’interno. Spinto dalla curiosità scese i gradini e si trovò ben presto in un tempio sotterraneo dove c’era ogni ben di Dio: collane, anelli, pietre preziose e perle a bizzeffe. Ammaliato da tanto splendore, il pastorello si gettò dentro quel mare d’oro e d’argento. Ma sul più bello udì una voce dall’esterno che gridava: «al lupo!» Resosi conto del pericolo, risalì alla superficie, ma si avvide che il lupo non c’era e che le sue pecorelle pascolavano tranquillamente sulle pendici della collinetta. Allora corse nuovamente verso l’entrata della caverna, ma non la trovò: era sparita come per incanto!
IL TESORETTO DI MARUGGIO
In agro di Maruggio, in una località non precisata, fu rinvenuto un gruzzolo di monete inventariate IGCH 1914. Esse furono rinvenute nel 1905 e sono costituite da 48 esemplari in argento delle zecche di Tarentum, Meapontum, Sybaris, Thurium, Velia, Caulonia e Croton. Data di occultamento: 380 a.C. Del nucleo originale si conservano 36 esemplari, oggi conservati nel tesoriere presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
GRATICCIO DI CANNE CON FICHI
foto del 1954.
Un uomo ed una donna intenti a disporre i fichi sui graticci di canne (cannizzi) per essiccarli al sole.
CASETTA DI CAMPAGNE CON GRATICCIO DI CANNE CON FICHI
foto del 1954
Uomini e donne intenti a disporre i fichi sui graticci di canne (cannizzi) per essiccarli al sole. Alle loro spalle una piccola casa di campagna con pergolato.
A.D. 1571. Durante la guerra per la conquista dell’isola di Cipro tra l’Impero Turco e la Repubblica Cristiana di Venezia, si verificò un avvenimento prodigioso e soprannaturale. Alcune flotte dei turchi, acerrimi nemici dei cristiani, decisero di sbarcare sulle coste joniche in cerca di rifornimenti ed attraccarono a Capo Ovo. Dirigendosi verso Monacizzo, che sapevano essere dimora di religiosi cristiani per saccheggiarlo, la campana della chiesetta locale annunciò il pericolo; i contadini impauriti si nascosero ed in preghiera assistettero ad un evento miracoloso: la Madonna di Loreto apparve lì in quel luogo d'assedio accecando con la sua luce i Turchi, che cercavano invano di raggiungere l’abitato dei contadini. Accecati e spaesati, i Turchi decisero di tornare indietro verso le loro navi.
La lingua arbëreshe, anche chiamata albanese d'Italia o italo-albanese, è parlata da una piccola comunità albanese in Italia. È una variante dell'albanese parlata nel sud dell'Albania, da dove proviene la maggior parte dei suoi parlanti che si sono trasferiti in Italia nel corso dei secoli.
Gli arbëreshë sono discendenti degli albanesi che si sono stabiliti in Italia a partire dal XV secolo, provenienti dall'Albania, dall'Epiro e da altre regioni albanesi. Attualmente, ci sono circa 109.550 persone che appartengono a questa comunità.
La lingua albanese in Italia è protetta dallo Stato secondo la legge n. 482 del 15 dicembre 1999.
A San Marzano di San Giuseppe ancora oggi si parla questa lingua e si tramandano usi e costumi arbëreshe.
Il progetto del maestro Carmine De Padova per la salvaguardia della lingua e delle tradizioni Arbëresh a San Marzano di San Giuseppe in un documentario della RAI in quattro puntate.
La tonnara di Torre Ovo sorge nelle immediate vicinanze dell’omonima torre ed è costituita da un edificio usato nell’immediato dopoguerra da un gruppo di pescatori del luogo, per poi essere chiusa e riattivata dal 1960 al 1966.
I tonni pescati, del tipo tonno rosso, venivano selezionati in base al loro peso ed inviati nel canale di Sicilia presso una fabbrica di lavorazione di tonni o venduti nei mercati locali. All’interno dell’edificio c’era “lu trajellu” (=corda di sostegno), “lu picciulu” (= piccola camera dove i tonni erano depositati dopo la pesca), “la cammira ti la morti”(= la camera, stanza dove venivano puliti i tonni).
La foto, datata 1955, ritrae in primo piano uno squalo smeriglio pescato nella tonnara di Torre Ovo, con pescatori e contadini della zona.
Insieme a Librari e Trullo di Mare costituisce la marina di Torricella, anche se è amministrativamente parte del comune di Maruggio.
Edificata nel 1473 nell’allora feudo di Maruggio come sistema difensivo contro i Saraceni e di altezza di 15 m, fu utilizzata nel 1900 come torre d’avvistamento nella seconda guerra mondiale, per questo nella spiaggia vicina si possono notare altre piccole torrette. Il suo mare custodisce i resti di una delle più antiche attività pescherecce del Mediterraneo, ovvero la tonnara, nonché di un antico porto.
“… lontano da detto fiume Ostone vi è la Torre del Monte dell’Ovo, la quale è sita in un capo, dove si innalza alquanto la terra, detto il capo, e il Monte dell’Uovo, dalla figura ovale, al quale si viene per dirittura ingolfando la navigazione di Gallipoli”.
Cripta della SS Trinità. Nei pressi di Masseria Tremola, toponimo già esistente nella mappa del Regno di Napoli del 1868, vi è questa struttura cultuale rurale costituita da un edificio di culto edificato su un riparo sottoroccia, quest’ultimo diviene cripta proprio con la costruzione dell’edificio superiore. In foto toponimo della Masseria.
Sorge nelle immediate vicinanze dell’omonima torre ed è costituita da un edificio usato nell’immediato dopoguerra da un gruppo di pescatori del luogo, per poi essere chiusa e riattivata dal 1960 al 1966.
I tonni pescati, del tipo il tonno rosso, venivano selezionati in base al loro peso ed inviati nel canale di Sicilia presso una fabbrica di lavorazione di tonni o venduti nei mercati locali. All’interno dell’edificio c’era “lutrajellu” (=corda di sostegno), “lupicciulu” (= piccola camera dove i tonni erano depositati dopo la pesca), “la cammirati la morti”(= la camera, stanza dove venivano puliti i tonni).
Insieme a Librari e Trullo di mare costituisce la marina di Torricella, anche se è amministrativamente parte del comune di Maruggio.
Edificata nel 1473 nell’allora feudo di Maruggio come sistema difensivo contro i Saraceni. Di altezza di 15 m, fu utilizzata nel 1900 come torre d’avvistamento nella seconda guerra mondiale, per questo nella spiaggia vicina si possono notare altre piccole torrette. Il suo mare custodisce i resti di una delle più antiche attività pescherecce del Mediterraneo, ovvero la tonnara (si rimanda al paragrafo successivo), nonché di un antico porto.
“… lontano da detto fiume Ostone vi è la Torre del Monte dell’Ovo, la quale è sita in un capo, dove si innalza alquanto la terra, detto il capo, e il Monte dell’Uovo, dalla figura ovale, al quale si viene per dirittura ingolfando la navigazione di Gallipoli”.
Nel seguente link mappa della costa ionica, dal tarantino al leccese:
https://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AN%3ANAP0856670&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU
Tra queste strutture ovviamente menzione particolare viene data ai mulini per la realizzazione della farina per realizzare il pane.
Il pane e solitamente era realizzato in casa. Vi erano forni comuni attorno ai quali vi era una vera e propria tradizione folkloristica. Nelle famiglie ci si aiutava a fare il pane, si andava al forno per prenotarsi la cottura per il mattino. La sera precedente quindi si impastava il pane ed al mattino il fornaio passava dalle case per ritirare l'impasto da cuocere. Una volta cotto la famiglia andava al forno per ritirare il proprio panetto.
I frantoi più antichi, primi fra tutti quelli ipogei, risalgono al XVII. A Sava possiamo trovarne di diversi, in foto possiamo vedere una Macina alla calabrese risalente al XVII sec. (Frantoio Corrado) sita in corso Francia e una vita senza fine, sempre di una pressa alla genovese, del XVIII sec. sita in via S. Filomena. Tuttavia una delle strutture più importanti del territorio, al pari di quella di Torre S.S., è un frantoio semi ipogeo (parzialmente interrato), localizzato sotto il Palazzo Comunale. La sua costruzione risale al 1600 circa, nell' 1800 inizia la sua attività ed oggi è sede del museo dell'olio.
Tra le celebrazioni più sentite dalla comunità di Sava spiccava un tempo la festa dedicata ai Santi Medici, celebrata in ottobre. Intorno a questa ricorrenza si svolgeva una fiera del bestiame, molto attesa, soprattutto perché arrivava dopo la vendemmia, quando le famiglie contadine disponevano delle risorse per acquistare animali sia da lavoro sia da sostentamento. Oggi di quella fiera resta solo il ricordo.
Un’altra festa profondamente radicata nella tradizione savese — oggi purtroppo scomparsa — era quella di San Giuseppe, celebrata il 19 marzo, caratterizzata dalla preparazione delle “mattre”: grandi tavolate colme di pietanze, simbolo di carità e condivisione, destinate ai più poveri. Si rinnovava in questa occasione anche la tradizione del “pane di San Giuseppe”, che alcune famiglie ancora oggi custodiscono. La vigilia, il paese si animava con piccoli falò per le strade, e uno più grande nei pressi della chiesa. Intorno al fuoco si arrostivano ceci e fave, accompagnati da un bicchiere di vino e da un momento di aggregazione popolare. Con l’avvento del gas e le nuove normative, questa consuetudine è andata perduta.
Il 13 giugno si celebrava invece la festa di Sant’Antonio, anch’essa scomparsa. In questa occasione la statua del Santo veniva issata su un carro infiorato che attraversava le vie del paese in una solenne parata di mezzi agricoli: traini, carri, aratri — tutti in cerca della benedizione divina. Anche questa festa era profondamente legata alla cultura gastronomica: in casa si preparavano piatti tipici per onorare il Santo, dando vita a un intreccio profondo tra fede e tradizione contadina.
Piatto ricco della tradizione savese. La Laiena era la pasta realizzata con asta di legno (lu laienaturu) e la si stendeva a formare delle piccole fasce, simile alle tagliatelle.