La vita in campagna
- Titolo
- La vita in campagna
- Descrizione
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"La campagna ti shtampagna (la campagna ti stanca)"
In campagna si lavorava sempre e sodo, in tutte e quattro le stagioni, in base a ciò che si piantava e quindi si raccoglieva, ma la vita ruotava principalmente sulle colture di uva, grano e olive e su alcune tradizioni ancora oggi esistenti, .
Le coltivazioni di pomodori, legumi e ortaggi di stagione ornavano il paesaggio in qualsiasi mese dell’anno donando colori e profumi ad una terra difficile da mantenere, anche a causa dei lunghi periodi di siccità e agli episodi di sbalzo termico (ormai all'ordine del giorno) causando gravi danni alle colture.
Gli aspetti tradizionali della vita in campagna seguono, oggi come ieri, i ritmi della natura e delle colture. - Sezione
- società, enogastronomia, natura
Contenuti
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LA VITA IN CAMPAGNA: IL GRANONel cuore dell’estate salentina, tra campi dorati e cicale instancabili, prendeva vita uno dei momenti più solenni del calendario contadino: la mietitura del grano. Non era solo un lavoro agricolo, ma un vero e proprio evento collettivo, quasi sacro, a cui partecipava l’intera famiglia. In gioco non c’era solo il raccolto, ma il pane dell’anno, la sopravvivenza quotidiana e l’identità stessa del mondo rurale. Il grano era chiamato con rispetto “l’oro del Salento”: da quei chicchi maturi si otteneva la farina, destinata a diventare pane, pasta e focacce. Era il nutrimento essenziale, base della cucina contadina. Il momento della raccolta non seguiva un calendario fisso, ma si affidava all’occhio esperto del contadino, capace di leggere i segnali della natura. Quando le spighe si piegavano verso la terra, sotto il peso dei chicchi maturi, era il segno che il tempo era giunto: la mietitura poteva iniziare. L’intera famiglia si riuniva nei campi, all’alba, quando il sole era ancora basso e il calore sopportabile. Il lavoro era duro e incessante: con falci affilate si tagliavano le piante, che venivano raccolte in mannelli (piccoli fasci), legati e poi disposti in covoni, lasciati ad asciugare sotto il sole. La fatica si alternava a momenti di condivisione: un pasto semplice sotto l’ombra di un albero, qualche canto tradizionale, storie raccontate per spezzare la monotonia del gesto ripetuto. Ogni covone era una promessa di pane, ogni giorno nei campi era un rito di continuità. Una volta conclusa la mietitura, il lavoro proseguiva con un’altra fase fondamentale: la trebbiatura, processo che consentiva di separare il grano dalla spiga, trasformando i fasci raccolti in chicchi utili per la farina e, dunque, per il pane quotidiano. Le spighe tagliate venivano raccolte in fascine, legate con una spiga più lunga che fungeva da laccio naturale: così nascevano "li mannucci" (i covoni), che venivano portati nei pressi dell’aia, uno spiazzo battuto e soleggiato dove si svolgeva la trebbiatura vera e propria. Qui, i contadini battevano il grano a mano, usando la purcara, una mazza di legno che serviva a liberare i chicchi dalla spiga. Dove c’erano più mezzi, si ricorreva all’aiuto di un animale da tiro, spesso un cavallo, al quale veniva legata la pìsara: un masso ogivale, pesante, trascinato in cerchio sopra i covoni, con lo stesso scopo di frantumare le spighe. Ma non bastava: una volta frantumato, il grano veniva lanciato in aria con forche o pale di legno, approfittando della brezza che soffiava sull’aia per separare la pula e la paglia dai chicchi buoni, più pesanti, che cadevano a terra. Era un gesto sapiente e ripetuto, che mescolava gesto fisico, esperienza e osservazione del vento. Quando i sacchi si riempivano finalmente del grano “tanto sospirato”, i campi si svuotavano e le famiglie tornavano a casa, dove le donne preparavano una grande tavolata. Era il momento del ringraziamento, non affidato a riti arcaici o pagani come altrove – niente fuochi, né offerte all’acqua – ma alla condivisione del cibo, alla festa, al mangiare insieme sotto il segno della fatica comune e della speranza nell’anno a venire.
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Contrada CurticauriLa contrada Curticauri si colloca a circa cinque chilometri a Sud di Manduria, a breve distanza dal Monte dei Castelli. In questa località, secondo un carteggio compilato da M. Greco e custodito nella biblioteca Marco Gatti, fu rinvenuta nel 1940 un'iscrizione, insieme a numerosissima quantità di cocci, pezzi di mosaico a tasselli bianchi, avanzi di filtri di piombo e frammenti di comici con fregi e rosette e un frammento di cippo o di colonna in carparo in cui sono incise su tre linee le seguenti lettere ΓΟL. O. MENERVA AIV A. Il Ribezzo la interpreta come un cippo e scrive: «L'iscrizione di Curticauri è di notevole importanza perché latina arcaica e solo di poco posteriore all'occupazione romana del 241 a.C.». Interpreta l’iscrizione come una formula arcaica di matrice messapica «Apollonii» e MENERVA. Interpreta, poi, AIV A con ANA con una divinità illirica. Paride Tarentini riferisce che il cippo è conservato nella biblioteca comunale «Marco Gatti» di Manduria.
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Masseria e jazzo MaserinòSepolcreto messapico, insediamento rupestre Le cave hanno tagliato parte di una vasta necropoli, testimoniata dalla presenza di numerose tombe profanate, particolarmente frequenti nelle aree risparmiate poste a Nord e ad Est della cava limitrofa a Masseria Maserinò. Le sepolture sono del tipo a fossa semplice, scavata nella roccia. Su alcuni speroni di roccia risparmiati dalla cava compaiono 12 grandi sepolture scavate nel banco roccioso, tipologicamente costituite da fossa e controfossa. L'opera devastatrice dei clandestini risulta ancora oggi particolarmente intensa e sistematica. Accanto alle numerosissime tombe profanate, compaiono spesso avanzi ossei e ridottissimi frammenti vascolari appartenenti all'originario corredo funebre costituito da vasi acromi e a vernice nera. La documentazione archeologica sinora recuperata pur non essendo sufficiente per inquadramenti cronologici precisi, consente comunque una generica datazione del sepolcreto tra il V ed il IV -III sec. a.C. All'interno dello lazzo Maserinò, sul margine Ovest dell'area cavata, vi era fino agli anni ‘90 un insediamento in grotta. L'impianto si presentava formato da quattro grotte; delle tre affiancate, due erano intercomunicanti e sì affacciavano su uno spiazzo, al quale si accede per due carreggiate ancora visibili, con solchi carrai profondi cm. 25.
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Lu ggiurnu di li parmi 'nzignalatuTesto dall'archivio di Alfredo Maiorana
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LA VITA IN CAMPAGNA: LE OLIVEIl tempo delle olive nel Salento: lavoro, fatica e oro verde Appena terminata la vendemmia, nel Salento contadino cominciava un’altra grande stagione di lavoro: quella della raccolta delle olive, che tradizionalmente prendeva avvio intorno al 2 novembre. Una data non casuale: segna l'inizio dell'autunno più profondo, quando le olive raggiungono la piena maturazione. A seconda delle varietà e delle tecniche di coltivazione, la raccolta poteva protrarsi fino a dicembre, talvolta gennaio, e in alcuni casi isolati anche fino ad aprile. Un detto popolare ancora oggi vivo nella memoria dei più anziani recita: “L’aulia cchiù penni e cchiù renni” – “L’oliva più pende, più rende”. Un’espressione che riassume l’osservazione attenta del mondo agricolo: l’oliva più matura, pronta a cadere, è anche quella più carica di olio. A differenza della vendemmia, spesso corale e festosa, la raccolta delle olive era un'attività più silenziosa e solitaria. Si lavorava in piccoli gruppi, raramente più di due o tre persone per albero. Era un tempo lungo, metodico, meno cantato ma non meno importante. I metodi di raccolta Due erano le tecniche principali utilizzate nella tradizione salentina: -Scopatura da terra Le olive venivano raccolte dal suolo, utilizzando una scopa di salimenti (realizzata con fascine di rami secchi), con cui si formavano i muntirruni — piccoli mucchi ordinati — poi raccolti a mano nei panari (cesti intrecciati). Le olive venivano quindi vagliate con lo scigghiaturu, uno strumento utile per separare le olive da pietre, foglie e impurità, prima del trasporto al frantoio (lu trappitu) in sacchi di juta. -Raccolta diretta dall’albero (sprugghiata) Più faticosa ma anche più pulita, prevedeva la rimozione manuale delle olive dai rami, o l’uso di piccoli rastrelli di legno. Le olive cadevano su grandi teli stesi ai piedi degli alberi, e da lì venivano raccolte e insaccate. Curiosità: L’olio lampante e le vie del commercio In passato, gran parte della produzione serviva a realizzare olio lampante, di qualità modesta, destinato all’illuminazione e al riscaldamento. Fino all’Ottocento, la città di Gallipoli fu il principale centro di smistamento dell’olio nel Mediterraneo. Era qui che si “batteva” il prezzo dell’olio, in quanto la città controllava l’esportazione verso altri porti europei e ottomani. Dalla campagna al porto, le botti colme d’olio venivano trasportate su carrozze trainate da cavalli, seguendo percorsi che nel tempo formarono le “vie dell’olio”: sentieri ancora visibili sulle rocce calcaree salentine, segnate dal passaggio continuo dei carri (carrarecce). In alcuni tratti isolati, soprattutto tra i boschi di leccio, si verificarono anche assalti ai carri da parte di briganti, attratti dal valore di quel prezioso “oro verde”.
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LA VITA IN CAMPAGNA: L'UVANel Salento la vendemmia non era solo lavoro: era un vero e proprio rito contadino, un evento collettivo che racchiudeva le fatiche, le speranze e i frutti di un intero anno. Settembre, con il suo profumo di mosto, segnava il momento della raccolta tra i filari, quando il cerchio si chiudeva tra le potature invernali e la gioia di vedere l’uva trasformarsi in vino La vigna richiedeva due grandi impegni nel corso dell’anno: la manutenzione, distribuita su lunghi periodi, e la potatura e vendemmia, concentrate in due settimane o poco più, a seconda della varietà di uva. I contadini si alzavano all’alba, arrivavano nei filari alle 5 del mattino, spesso accompagnati da tutta la famiglia. Il lavoro era spartito con precisione: le donne e i bambini raccoglievano i grappoli maturi, spesso intonando canti antichi tramandati dai nonni, mentre gli uomini, detti cuf’naturi, trasportavano i pesanti cesti colmi e svuotavano i secchi. Gli attrezzi di lavoro erano semplici ma funzionali: le tine di legno (tineddhre) portate a spalla, e le cofane, grandi contenitori intrecciati di giunchi e canne, che potevano contenere fino a 50 chili d’uva. Il prodotto veniva caricato su lu traìnu, il carro agricolo trainato da muli o buoi, che conduceva i grappoli nei palmenti (o palimienti), antichi locali in pietra dove si svolgevano le fasi della pigiatura e torchiatura. La pigiatura era un momento quasi teatrale: l’uva veniva schiacciata con i piedi in grandi vasche di pietra, seguendo un movimento ritmico che ricordava una danza, quasi una tarantella, eseguita dal palmentaro. Le vasche si riempivano del dolce mosto, mentre intorno si levavano sciami di moscerini attratti dall’aroma intenso. Il mosto veniva lasciato a fermentare per circa 24 ore, poi colava in pozzi adiacenti e veniva raccolto in barili di legno. Le raspe – le bucce e i resti dell’uva – venivano poi inserite nel torchio a vite, da cui si estraeva ancora del prezioso liquido da unire al resto. La vendemmia poteva proseguire fino a ottobre inoltrato, ma il vero raccolto non era solo il vino: era la memoria di un gesto collettivo, la trasmissione di saperi antichi, la condivisione della fatica e della festa.
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LE AREE NATURALISTICHE: CHIDROIl Chidro è il fiume più importante della zona nonostante la sua lunghezza di poco più di 10 km, sfocia nei pressi di San Pietro in Bevagna, poco più a sud di Maruggio e poco distante dalla Provincia di Lecce. Il nome è chiaramente di derivazione greca, forse dalla crasi tra χεον ύδωρ, acqua corrente. Il fiume Chidro, sebbene breve nel suo corso, ha rappresentato per secoli una risorsa di grande valore economico e strategico grazie alla sua abbondanza di pesce. Questo lo rese oggetto di desiderio e contesa tra ordini religiosi, nobili casati e famiglie locali. Durante il periodo feudale, il possesso del Chidro era attribuito ai monaci Benedettini di Aversa, ma il diritto di pesca — considerato estremamente redditizio — passò successivamente a diverse famiglie nobiliari. I Bonifacio ne esercitarono il controllo nel 1557, seguiti dai Borromeo, dagli Spinola e infine dagli Imperiali, che mantennero questo privilegio fino al 1782, anno dell’estinzione della loro casata. Numerosi documenti storici legati alla località di San Pietro in Bevagna testimoniano l'importanza di tale diritto di pescagione. La ricchezza del Chidro fu anche all’origine di conflitti, come quello tra i Benedettini e il principe di Francavilla Fontana, che ambiva a esercitare lo stesso privilegio. Tali dispute sottolineano quanto fosse ambito il controllo di questo corso d’acqua. Nel 1839 il fiume fu acquistato dalla famiglia Schiavone, che ne mantenne sia la proprietà che il diritto di pesca per circa un secolo, fino a quando, con l’emanazione di una legge sulla regolamentazione delle acque, l’uso privato del fiume venne definitivamente interrotto. Oggi il Chidro conserva la sua importanza come bene naturalistico e storico, testimone silenzioso di un passato in cui le sue acque limpide rappresentavano una vera ricchezza per il territorio. Attorno al fiume Chidro, luogo di grande fascino naturalistico, si intrecciano da secoli credenze popolari e racconti di fede. Tre antiche leggende legano questo luogo al passaggio di San Pietro Apostolo, trasformando il piccolo corso d’acqua in un punto cardine della memoria religiosa del Salento. - La conversione di Fellone e il miracolo delle acque La prima e più nota leggenda narra che San Pietro, in viaggio verso Roma, giunse sulle coste di San Pietro in Bevagna nel 44 d.C., dopo un naufragio causato da un violento vento di scirocco. Accolto dal signore del vicino villaggio di Felline, di nome Fellone, l’apostolo lo convertì al cristianesimo. Il battesimo avvenne nelle acque torbide del fiume Chidro, che miracolosamente si trasformarono in acqua limpida e rigenerante. Fellone, affetto da lebbra, guarì all’istante. Secondo la leggenda, San Pietro avrebbe poi proseguito il suo cammino evangelizzando e guarendo gli abitanti del Salento, fino a raggiungere Oria e altre città, per infine salire a Roma. - Le “Lacrime di San Pietro” Un’altra leggenda racconta che San Pietro, colto dal rimorso per aver rinnegato Gesù, si raccolse in penitenza nei pressi del Chidro. Attraversando il fiume, pianse a lungo, e le sue lacrime si trasformarono in piccole conchiglie, poi chiamate “Lacrime di San Pietro”. Gli abitanti del luogo, considerandole reliquie, le raccoglievano con devozione, vedendovi il segno tangibile del dolore e del pentimento del Santo. - Il segno della croce e la distruzione dell’idolo Un’ultima e più rara leggenda narra che nei pressi del Chidro sorgeva un’idolatra statua di Zeus. Alla sua vista, San Pietro si fece il segno della croce e, per miracolo, la scultura si frantumò. In questo gesto simbolico di vittoria sulla religione pagana, si apre il cammino alla cristianizzazione del luogo: proprio lì avrebbero avuto luogo i primi battesimi dei fedeli locali.
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L'ARTE DELL'INTRECCIO: I PANARIQuando si parla di boschi associamo subito la naturalezza del luogo ma anche i doni che madre natura fornisce: erbe spontanee e funghi soprattutto. E cosa usiamo per raccogliere questi fantastici doni? I panari, contenitori areati in materiale naturale e creati da artigiani che mantengono la memoria storica dell'arte dell'intreccio. Ne abbiamo parlato con Antimo Calò il cestaio, che possiede una bottega a Uggiano Montefusco. “Ciao, e grazie per questa intervista. Mi chiamo Antimo Calò e mi occupo di creare "panari e cannizzi" da più generazioni anche se è un mestiere in via di estinzione. Ci sono alcuni miei “colleghi” a Oria, Lecce e Mesagne ma siamo ormai pochi artigiani che si occupano di queste creazioni. Un tempo venivano usati per la raccolta di olive ma anche come forme per il formaggio ricotta, ora vengono usati prevalentemente come cesti per raccolta funghi ma anche per addobbare case e allestire spazi (nelle masserie ad esempio). La creazione di un cesto non è semplice e richiede pazienza e amore per la natura: tutto parte innanzitutto dalla conoscenza degli arbusti, dove trovarli e dalla raccolta e successivo taglio, bollitura e levigazione ed infine essiccazione dei filamenti di giungo, ulivo o mirto. Mi risulta difficile spiegare tutte le tappe per la realizzazione del prodotto finale, l’intreccio avviene secondo una modalità che sarei contento di mostrarvi dal vivo”
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Area Archeologica de “Li Castelli”L’insediamento de Li Castelli, a circa cinque chilometri a Sud del centro abitato di Manduria, a sinistra della strada provinciale che porta al Santuario di S. Pietro in Bevagna, su un colle, detto Monte Li Castelli, alto 112 posto su un pianoro nell’entroterra di Manduria, ha restituito, oltre alle tracce di una originaria frequentazione risalente all’età del ferro, resti di tre cinte murarie databili a partire dal VI secolo a.C., dell’abitato e della necropoli di IV-III secolo a.C., insieme ad un complesso ellenistico con connotazioni cultuali, sito a sud-ovest della cinta più interna. Le più antiche testimonianze di strutture connesse a cerimonie di tipo collettivo nel sito sono costituite da due escharai all’interno di questa cinta muraria, utilizzate per l’espletamento di rituali di libagione con consumo di vino e carne, secondo pratiche testimoniate in altri siti del Salento. Alla fine del IV-inizi del III secolo a.C. risale l’impianto di un complesso ellenistico, in uso fino al II secolo a.C., posto a inquadrare scenograficamente il muro di cinta non più in uso che può essere messo in rapporto con le soluzioni architettoniche adottate da maestranze magnogreche che operano sia a Taranto che a Eraclea. L’insieme di queste strutture può essere collegato ad una coeva tomba, topograficamente isolata dalla necropoli, nonché ad un grande edificio residenziale di tipo signorile, elementi che complessivamente evidenziano l’emergere nel sito, in periodo ellenistico, di un ceto dominante aperto e ricettivo alle novità.



