Chiese e monumenti
- Titolo
- Chiese e monumenti
- Riassunto
- Le Terre del Primitivo sono ricche di storia e spiritualità. Chiese, palazzi e monumenti raccontano di antiche vestigia.
- Descrizione
- Passeggiando per i centri storici degli undici Comuni, si respira un’atmosfera antica, dove chiese e monumenti raccontano secoli di fede e civiltà. Oltre alla Chiesa Madre, la più grande e importante del paese, ci sono innumerevoli altre chiese, piccole cappelle e conventi che si nascondono nei vicoli, testimoni di una devozione popolare ancora viva. Ogni angolo dei centri urbani conserva memorie del passato, custodite in pietra e silenzio. Anche la campagna, punteggiata di ulivi e vigneti, è ricca di chiesette e altri elementi di architettura cosiddetta minore.
- Sezione
- arte e cultura, siti archeologici
Contenuti
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Sito neolitico La MarinaIl sito archeologico prende il nome dalla vicina masseria di origine cinquecentesca e ospita le tracce sulla roccia di un insediamento abitativo di età neolitica, rinvenuto nel 2002 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, in collaborazione con l’Università del Salento. Il sito appare interessato da una frequentazione riconducibile al Neolitico iniziale (VI millennio a.C.), come attestano grossi frammenti di ceramica impressa appartenuti a grandi contenitori per derrate e frammenti di macine. L’rea fu sede di un insediamento stabile, evidenziato da un considerevole numero di buche per pali di sostegno di strutture abitative a pianta rettangolare, alcune delle quali collegate da canali di fondazione. Nei pressi si sviluppa un’area funeraria articolata in sepolture, delimitata con circoli di pietra contenenti deposizioni in posizione rannicchiata. Il sito probabilmente fu nuovamente frequentato nel II-I sec. a.C., come fattoria tardo-repubblicana, e poi di nuovo in età medio-imperiale (II-III secolo d.C.). Curiosità: I reperti rinvenuti sono esposti alla mostra archeologica permanente situata nella casamatta del Complesso Fortilizio di Avetrana.
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Canale san NicolaIl Canale di S. Nicola si colloca a sinistra della strada provinciale per Borraco e si presenta come un profondo vallone naturale, lungo circa 1300 metri, che degrada verso la costa interrandosi a circa 400 metri dal litorale. Le sponde sono parzialmente coltivate a vigneto e oliveto; il letto presenta in alcuni tratti giardini e frutteti. Un modesto rigagnolo, spesso in secca, è quanto resta del corso d'acqua che in antico vi scorreva. Alcuni pozzi sono stati scavati per lo sfruttamento delle faIde sotterranee. La ceramica è presente con i tre tipi: impressa, incisa e graffita, tipica del neolitico. A. Corrado ed E. Ingravallo segnalano, in zona, presenze dell' età del bronzo; non forniscono ulteriori particolari. Secondo Fedele, sulla sponda nord, sulla stessa direttrice del sito neolitico, si attesta un insediamento ellenistico-romano: tegolame, frammenti di un mortaio in argilla chiara e rari frammenti a vernice Nera, databili genericamente nel IV-IIl sec. a.C. Il Tarentini ci dà notizie dell’esistenza di cisterne campaniformi, tratti di fondamenta e del ritrovamento di un tesoretto di monete greche nella contrada Tamari. Il Coco ci fa leggere come già nel 1172 sulle sponde del fiume Chidro fosse impiantato un mulino. Il Tarentini parla di un casale di S. Niccola che colloca in zona, asserendo che verso l'ultimo decennio si potevano vedere i resti di un impianto molitorio.
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Contrada SpecchiaricaBiagio Fedele segnala il ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica neolitica con decorazioni a impressione, eseguite con punta di bastoncello stondato, tagli di stecca e unghiate. In zona è segnalata la presenza di una specchia che il Neglia ubica su un pianoro macchioso a m. 1.250 circa dal mare, nella zona denominata «Monte della Specchìarica».
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San Pietro in BevagnaQuesta località è caratterizzata dalla presenza di una torre costiera cui è addossata la chiesa di S. Pietro in Bevagna; l'intero complesso si colloca a 200 metri circa dal litorale. Nella zona sono attestati insediamenti neolitici studiati dal Fedele, che effettuò i rilievi quando l'area non era ancora interessata dal fenomeno di urbanizzazione intensa. Presenze altomedievali sono state individuate all'interno dell'edificio sacro addossato alla torre costiera.
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Torre BorracoLa località è caratterizzata dalla presenza di una torre costiera che si colloca su un leggero pianoro a 100 metri dal mare ed è attraversata dal fiumiciattolo omonimo, che sfocia a breve distanza ad Ovest della torre. Il Fedele, in una pubblicazione del 1972, ubica in zona tre aree con impianti capannicoli. Ricognizioni di superficie successive hanno consentito l'individuazione, ad Est della torre, di alcuni frammenti di lama a sezione triangolare in ossidiana e una scheggia di osso lavorata. Furono inoltre individuate tracce di un probabile impianto capannicolo. Saggi di scavo, effettuati dalla dott.ssa Gorgoglione, hanno confermato le presenze di ceramica impressa, incisa e graffita, ceramica dipinta a bande rosse, nonché reperti di cultura Serra D'Alto e Diana. Ciò dimostra il protrarsi della frequentazione dell'area in una fase neolitica tarda. Durante lo scavo sono stati individuati parte di un fossato, resti di intonaco di capanna, numerosi avanzi di molluschi marini e terrestri, frammenti di selce e ossidiana, nonché strumenti ossei costituiti da punteruoli, punte triangolari e frammenti di spatola. Anche Corrado ed Ingravallo segnalano la presenza in zona di una continuità, di vita, ma sino all'età del bronzo, confermata da recenti ricognizioni di superficie. Il Fedele, inoltre, afferma di aver rinvenuto cocci di ceramica ellenistica e romana e cita la presenza di costruzioni medievali rimaste incastonate nel tessuto urbanistico di moderne costruzioni balneari, ma non fornisce ulteriori notizie. L'antica torre antisaracena fu edificata intorno al 1560-1570 e, più precisamente, nel suffeudo "Comunale", detto pure "Concordato". Lasciata abbandonata alle intemperie per molti secoli, la torre nel 2011 è stata sottoposta a un restauro completo e alla costruzione ex novo di una scala. La torre è stata riportata al suo stato originale. Come la maggior parte delle torri di questo periodo si presenta con un impianto piuttosto semplice, ma massiccio. Curiosità. Nella Sala I, alla vetrina n. 4 del MarTa, sono esposti alcuni oggetti rinvenuti a Torre Borraco nel 1968 e datati al 6000-5300 a.C.: Protome applicata su orlo di grande contenitore.
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Masseria MarcheseIn un'area a Sud della Masseria del Marchese, Biagio Fedele rinvenne frammenti di ceramica neolitica. Trattasi di ceramica ad impasto piuttosto consistente, con motivi decorativi costituiti da tratti più o meno profondi, ottenuti con taglio di stecca, cardium e pizzicato.
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Grotta LuceraA quattro chilometri a S-O di Manduria e a circa un chilometro a N-O della stazione neolitica di Masseria la Fiate. La grotta è formata da più ambienti posti al disotto del livello stradale, con l'imboccatura utilizzata, dai contadini, come sbocco di un profondo canale di convoglio delle acque piovane. Ricerche approfondite, effettuate all'interno della grotta dal prof. Caforio negli anni ‘60, hanno evidenziato presenze di ceramica impressa, incisa e graffita. Furono inoltre individuati numerosi frammenti di ceramica grigio-ferro; resti di paleofauna: Equus e Bos; materiale osseo, tra cui punteruoli, spatole e pezzi di testuggine; un pugnale litico in calcare selcioso. In uno degli ambienti fu rinvenuta una probabile sepoltura, costituita da una fossetta contenente resti ossei. Attualmente la grotta risulta in gran parte ricolma di terra.
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Masseria le FiatteLa Masseria era di proprietà dell’abbazia di Bagnolo e compresa nel feudo omonimo. Apparteneva a Carmela Screti discendente di Michele Screti, affittuario della masseria “Bagnolo” nel 1887. In data 24 ottobre 1991 la Masseria "Le Fiatte" viene acquistata da Nicola Pesare e Grazia Melle, gli attuali proprietari che l'hanno restaurata.
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Chiesa di Santa Maria di BagnoloAlcune profonde arature intorno alla masseria, effettuate a più riprese a partire dagli anni 70, hanno messo in luce i resti di un consistente insediamento neolitico: avanzi di intonaco argilloso di capanna con impronte di piccoli tronchi, rami e canne, resti di macine litiche e frammenti vascolari di varie classi ceramiche. Anche la prosecuzione nell’età dei metalli è attestata. L’insediamento ellenistico-romano è localizzato nei terreni limitrofi alla chiesetta di S. Maria di Bagnolo. L'area in questione, leggermente rialzata rispetto alla campagna circostante, mostra avanzi di tegole, mattoni, scorie ferrose, frammenti vitrei, resti di anfore e di macine in pietra lavica, frammenti a vernice nera databili nel IV-VI sec. a.C. Le ceramiche sembrano attestare una frequentazione dell'area protrattasi sino ad età tardo-imperiale. Ad epoca romana sembra inoltre rimandare lo stesso toponimo «Bagnolo», derivato dal latino balneolum, che lascia supporre la presenza, in zona, di una fattoria o villa rustica fornita di impianto termale. Dell’insediamento medievale rimane solo la chiesetta intitolata a S. Maria di Bagnolo. La prima notizia dell'esistenza di un monastero con casale abitato è del 1290 (in P. Coco, 1984) quando aveva il nome di «Casale di Bagnolo de Abbate» e dipendeva dall'abbazia dei SS. Pietro ed Andrea di Taranto. Se ne colloca la fine intorno al XIV secolo. Ma secondo De Santis e Annoscia, il completo spopolamento della contrada si ha intorno al XVI secolo. Nel XVIII sec. la struttura della chiesa fu modificata e rinforzata, forse per riparare i danni provocati dal terremoto del 23 febbraio 1743.
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Uggiano MontefuscoLa frazione di Uggiano Montefusco si colloca a circa due chilometri a S-O della città di Manduria. Fino agli anni 40 erano ivi visibili i resti di un castello medievale, che Del Prete datava intorno al XIII secolo; questi ruderi furono completamente demoliti nel 1949 per far posto a costruzioni moderne. Nell’immediata periferia ad Ovest del paese, a seguito di un intervento di scavo operato dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto nel luglio 1983, furono portate alla luce due tombe medievali, costituite da fosse rettangolari rivestite internamente con lastre di pietra carparo. Esse mostravano un restringimento delle fiancate verso la testata. Da alcuni resti ossei rinvenuti all'interno si ipotizza l'utilizzo per deposizioni plurirne. Numerosi resti di ceramica medievale, frammisti a tegole, sono stati individuati, infine, in alcuni poderi posti immediatamente ad Est del centro urbano, nella contrada di S. Moro, spesso citata dagli storici locali come sede di un casale medievale: ceramiche acrome, invetriate gialle, verdi e graffite «tipo Castrignano» e maiolicate bianche e policrome; alcuni frammenti presentano motivi decorativi tipici dello stile «a linee sottili» e «ad uccelli»; rara è la protomaiolica. Queste classi ceramiche sembrano attestare una frequentazione della contrada protrattasi sino al XV-XVI secolo. Memorie locali, raccolte anche dal del Prete, parlano della presenza, in questa località, di un antico fortilizio messapico; nel nome di Uggiano si è inoltre voluto individuare un toponimo di origine romana derivato da Audius.
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TerragneIl sito si trova alla periferia sud-ovest di Manduria, nei pressi dell’ASL. La Soprintendenza Archeologica di Taranto ha effettuato alcune ricognizioni tra il 1983 e il 1985, in occasione delle costruzioni civili, attestando testimonianze di un insediamento di epoca ellenistico-romana, di resti medievali, e soprattutto, nella parte più alta del cosiddetto Monte Terragna, di resti preistorici del neolitico, dell'età del bronzo e del ferro. Già il Tarentini avanzava l’ipotesi, anche se senza riscontri archeologici, dell'utilizzo di questa contrada in epoche remote. Gorgoglione, esaminando i dati, ipotizzava l’esistenza di un villaggio neolitico di fase antico-media. La stratificazione archeologica dimostra l'avvicendamento dalle fasi finali del Mesolitico al momento dello sviluppo dei villaggi Neolitici e di quelli dell'età del Bronzo fino ad epoca romana e medioevale. Il sito di Terragne si discosta dai modelli insediativi caratteristici del Salento, che sembrano previlegiare aree pianeggianti e litoranee con siti anche molto estesi. Terragne evidenzia, inoltre, un’importanza particolare per la probabile presenza di forme di transizione tra Bove selvatico e Bove domestico. Sulla base dei dati palinologici, la zona, durante il mesolitico e poi il neolitico antico-medio, era costituita da un paesaggio aperto, arido, improntato a vegetazione erbacea di steppa a gariga poco rappresentata la vegetazione boschiva. Con l'inizio del V millennio a.C. le testimonianze si intensificano e si aggiungono quelle della coltura di frumenti. Secondo lo studio di Paride Tarentini le testimonianze di epoca ellenistico-romana sono piuttosto sporadiche sul pianoro e concentrate nell'area pianeggiante ad Est, tra la base del Monte Terragna. In tale area i reperti più significativi raccolti in superficie indicano una frequentazione dal IV sec. a.C. circa ad epoca imperiale romana. Al IV sec. sembra risalire un capitello dorico ritrovato. Alla stessa epoca rimandano rari frammenti di vasi a figure rosse, il più significativo dei quali reca evidenti tracce di figura umana. La zona è stata abitata nel X secolo ed è citata in atti notarili del 1508 e nella visita pastorale di mons. Bovio del 1565. Fino agli anni ’50 del ‘900 vi si coltivava il cotone. Oggi il quartiere è costituito in prevalenza da case popolari al alta densità demografica, costruite negli anni ’80. Curiosità. Nella Sala I alla vetrina n. 1 del MarTa sono esposti alcuni oggetti rinvenuti a Terragne, con gli scavi della Soprintendenza del 1988-1991: ansa di grande contenitore decorato a impressione; ciotola decorata a graffito; parete di grande contenitore decorato a impressione; applicazione plastica di protome antropomorfa su orlo di vaso.
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Masseria CuturiMasseria Cuturi nasce nel 1881 con la famiglia Schiavoni Tafuri, la proprietà si estende su 270 ettari e comprende al suo interno una parte del Bosco Li Cuturi, piantato da Federico II di Svevia nel 1100, una zona archelogica Messapica e un piccolo promontorio conosciuto come Il Monte dei Diavoli che sovrasta la proprietà. Il toponimo è attribuito ad una porzione di terreno nel quale ci sono uliveti e vigneti, molti pascoli e una lecceta, originariamente detta Felline e compare già in atti notarili nel 1507. La Masseria ceduta a censo a Ponte di Donno il 10 aprile del 1560. Nel 1625 passò a Matteo del Prete. Nel 700 Michele Imperiali comprò tutta la zona, in precedenza suddivisa. Dopo la morte dell’ultimo principe la proprietà amministrativa passò nelle mani dell’amministrazione regia. Una parte riscattata dai Monaci di Aversa, Masseria, cappella e parte dei terreni e la casa del massaro. Dopo la confisca napoleonica, una parte fu acquistata dagli Schiavoni, proprietà rimasta quasi intatta per secoli, finché pochi anni fa gli eredi hanno venduto la gran parte dei terreni e la masseria stessa. A questa famiglia è legato l’origine del Vino Primivo di Manduria, infatti, nel 1881 Tommaso Schiavoni Tafuri sposò la contessa Sabini, di Altamura. La nobildonna portò in dote le “barbatelle” di Primitivo (la “barbatella” è una talea di vite innestata), che furono piantate a “Cuturi” nella fertile Conca D’Oro. Ed è qui che nacquero i primi alberelli di Primitivo, il cui vino risultò più alcolico e corposo di altri vini pugliesi, un vero nettare degli Dei. Il nome Primitivo gli venne riconosciuto dalla precocità di maturazione di questa varietà rispetto alle altre. Cave, sepolcreto di età ellenistica secondo Arcangelo Alessio, e tombe scarse caratterizzano la zona. I muri di pietra che delineano il bosco alzati riutilizzando i resti dell’antico centro abitato. La notte precedente alla processione di San Pietro da questo bosco di tagliavano le “stanghe”, veri e propri tirsi, bastoni.
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Contrada GuardiolaLa contrada si colloca a destra della provinciale Manduria - San Pietro in Bevagna, a circa 6 chilometri da Manduria e a km. 1,500 a S-O del Monte dei Castelli. Nel 1963 fu scoperta e recuperata dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto una tomba con relativo corredo composto da una trozzella e un aryballos. La trozzella presenta corpo globulare, collo breve e largo a tronco dì cono, con ampia imboccatura; piede piccolo e basso; anse a nastro formanti un angolo ottuso, prive di trozze. L'aryballos è di tipo mesoconrizio. La Forti data la deposizione intorno al primo terzo del VI sec. a.C.
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Contrada PiacentiniLa località si colloca a circa 5 chilometri a Sud di Manduria ed a 600 m. a S-O del Monte dei Castelli. Nel 1903, presso la masseria omonima, oggi distrutta, furono rinvenute, due iscrizioni pubblicate dal Ribezzo prima e dal Parlangeli poi. La prima è su un frammento trapezoidale di lastra tufacea, che il Parlangeli ipotizza tra il III ed il II sec. a.C.. Si leggono due parole,: artas varetis. La seconda, rinvenuta assieme alla prima, si trova incisa sulle scanalature di un tamburo di colonna, che il Parlangeli ipotizza facesse parte di un tempio. L'iscrizione si compone di tre parole: tizao plaratames donrato.
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Insediamenti nel Bosco CuturiBosco Cuturi si colloca a circa sei chilometri da Manduria, a Sud del Monte dei Castelli. Gran parte dell'area boschiva si è sviluppata su antiche cave, cui sono probabilmente da collegare le carrarecce, poco profonde, che attraversano il bosco in più punti, provenendo da direzioni diverse. Ripetuti scavi clandestini hanno rivelato la presenza, all’'interno del bosco, di due aree archeologiche. La prima si colloca nei pressi del muro di confine prospiciente la masseria omonima; presenta blocchi da costruzione in pietra carparo, divelti dal loro sito originario, tegolame frammentato e numerosi mattoni in argilla. La seconda area archeologica si colloca a circa 400 metri dalla precedente, tra il muro di confine posto a N-O e la strada provinciale Manduria-S. Pietro in Bevagna. In quest'area i continui interventi dei clandestini hanno messo in luce numerose tombe scavate nel banco roccioso. Alcune presentano forma rettangolare e dimensioni variabili. Nei pressi o all'interno di alcune tombe sono ancora visibili i resti dell'originaria copertura, costituita da lastre in pietra e carparo locale.
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Masseria CampanellaNel 1977, durante i lavori agricoli a breve distanza da Masseria Campanella, vennero alla luce i resti di un insediamento neolitico. L'area interessata si colloca a circa 3 chilometri a Sud del centro urbano di Manduria. I reperti individuati in superficie attestano la presenza di un villaggio di capanne, del quale si sono recuperati resti di intonaco argilloso recante tracce di paletti e canne. Trovati, inoltre, frammenti di ceramica impressa, incisa e graffita con motivi piuttosto comuni nella produzione vascolare neolitica, quali unghiate, punzonature, zigzag, linee oblique, rette parallele, triangoli riempiti a reticolo. Non si segnala ceramica dipinta, mentre risulta recuperata un’ansa a rocchetto tipo Diana. L'industria litica, non molto abbondante, mostra frammenti di strumenti di selce ed alcune lamelle di ossidiana; è presente inoltre la pietra levigata. Il Neglia colloca la frequentazione dell'area intorno alla metà del V -inizi IV millennio a.C.
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Masseria delle MonacheMasseria delle Monache si colloca a circa tre chilometri a S-E del centro urbano di Manduria. Durante i lavori di sterro per l'apertura di una cava di materiale nella zona limitrofa sono venuti alla luce resti archeologici, che un intervento della Soprintendenza Archeologica di Taranto ha messo in sicurezza. Fondamenta in pietra carparo di probabili edifici, tuttora in sito, e altri blocchi da costruzione sono sparsi intorno, divelti dal loro assetto originario. La ricognizione dell'area ha evidenziato la presenza di abbondante tegolame, frammisto a mattoni in argilla rossastra; sono stati inoltre individuati resti di anfore, scorie di ferro e di piombo ed alcuni frammenti vitrei. Tra i numerosi resti vascolari sparsi in superficie si segnalano rari frammenti di ceramica a vernice nera di età ellenistica e numerosi resti di ceramica a vernice nera su pasta grigia, databili intorno al II-I sec. a.C. Ben rappresentati risultano i resti di epoca imperiale romana, costituiti da frammenti di ceramica aretina e da numerosi cocci in terra sigillata di difficile attribuzione tipologica.
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Insediamento AcquasantaraIn contrada Acquasantara, durante lavori agricoli effettuati nel 1989, vennero alla luce resti archeologici. L'area interessata si colloca a circa 4 chilometri a Sud di Manduria, è coltivata prevalentemente a vigneto e si presenta leggermente rialzata rispetto ai terreni circostanti. L'indagine di superficie ha permesso di individuare, sparsi su circa 2.000 mq. di terreno, numerosi frammenti di tegole, mattoni, anfore, pithoi, pietre macine e scorie ferrose. Su un basso muretto di confine, posto ad Ovest, si sono notati numerosi blocchi da costruzione in pietra carparo, perfettamente squadrati, recanti spesso incavi e modanature. Da tale muretto provengono un rocchio di colonna in pietra carparo, decorato con reticolo di rombi incisi, ed alcuni resti di pavimento su cocciopesto a tessere quadrangolari. Recuperalo alla base dello stesso muretto anche un capitello in pietra tenera, decorato con fascia di rettangoli contrapposti incisi. Le classi ceramiche, individuate in superficie, attestano una frequentazione dell'area dal IV sec. a.C. ad età imperiale romana. Al IV secolo rimandano, in particolare. alcuni resti di vasi a figure rosse, tra i quali si distinguono pareti di forme aperte decorate con spirali o palmette e un orlo di cratere apulo col tipico ramo d'alloro, a larghe foglie. Sono stati inoltre recuperati fondi e pareti di vasi a vernice nera e a vernice nera su pasta grigia, che si potrebbe datare, solo in maniera generica, tra il IV-III ed II-I sec. a.C. Ben documentate risultano, infine, le ceramiche di epoca romana imperiale.
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Contrada CurticauriLa contrada Curticauri si colloca a circa cinque chilometri a Sud di Manduria, a breve distanza dal Monte dei Castelli. In questa località, secondo un carteggio compilato da M. Greco e custodito nella biblioteca Marco Gatti, fu rinvenuta nel 1940 un'iscrizione, insieme a numerosissima quantità di cocci, pezzi di mosaico a tasselli bianchi, avanzi di filtri di piombo e frammenti di comici con fregi e rosette e un frammento di cippo o di colonna in carparo in cui sono incise su tre linee le seguenti lettere ΓΟL. O. MENERVA AIV A. Il Ribezzo la interpreta come un cippo e scrive: «L'iscrizione di Curticauri è di notevole importanza perché latina arcaica e solo di poco posteriore all'occupazione romana del 241 a.C.». Interpreta l’iscrizione come una formula arcaica di matrice messapica «Apollonii» e MENERVA. Interpreta, poi, AIV A con ANA con una divinità illirica. Paride Tarentini riferisce che il cippo è conservato nella biblioteca comunale «Marco Gatti» di Manduria.
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Masseria e jazzo MaserinòSepolcreto messapico, insediamento rupestre Le cave hanno tagliato parte di una vasta necropoli, testimoniata dalla presenza di numerose tombe profanate, particolarmente frequenti nelle aree risparmiate poste a Nord e ad Est della cava limitrofa a Masseria Maserinò. Le sepolture sono del tipo a fossa semplice, scavata nella roccia. Su alcuni speroni di roccia risparmiati dalla cava compaiono 12 grandi sepolture scavate nel banco roccioso, tipologicamente costituite da fossa e controfossa. L'opera devastatrice dei clandestini risulta ancora oggi particolarmente intensa e sistematica. Accanto alle numerosissime tombe profanate, compaiono spesso avanzi ossei e ridottissimi frammenti vascolari appartenenti all'originario corredo funebre costituito da vasi acromi e a vernice nera. La documentazione archeologica sinora recuperata pur non essendo sufficiente per inquadramenti cronologici precisi, consente comunque una generica datazione del sepolcreto tra il V ed il IV -III sec. a.C. All'interno dello lazzo Maserinò, sul margine Ovest dell'area cavata, vi era fino agli anni ‘90 un insediamento in grotta. L'impianto si presentava formato da quattro grotte; delle tre affiancate, due erano intercomunicanti e sì affacciavano su uno spiazzo, al quale si accede per due carreggiate ancora visibili, con solchi carrai profondi cm. 25.
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Lu ggiurnu di li parmi 'nzignalatuTesto dall'archivio di Alfredo Maiorana
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LE AREE NATURALISTICHE: CHIDROIl Chidro è il fiume più importante della zona nonostante la sua lunghezza di poco più di 10 km, sfocia nei pressi di San Pietro in Bevagna, poco più a sud di Maruggio e poco distante dalla Provincia di Lecce. Il nome è chiaramente di derivazione greca, forse dalla crasi tra χεον ύδωρ, acqua corrente. Il fiume Chidro, sebbene breve nel suo corso, ha rappresentato per secoli una risorsa di grande valore economico e strategico grazie alla sua abbondanza di pesce. Questo lo rese oggetto di desiderio e contesa tra ordini religiosi, nobili casati e famiglie locali. Durante il periodo feudale, il possesso del Chidro era attribuito ai monaci Benedettini di Aversa, ma il diritto di pesca — considerato estremamente redditizio — passò successivamente a diverse famiglie nobiliari. I Bonifacio ne esercitarono il controllo nel 1557, seguiti dai Borromeo, dagli Spinola e infine dagli Imperiali, che mantennero questo privilegio fino al 1782, anno dell’estinzione della loro casata. Numerosi documenti storici legati alla località di San Pietro in Bevagna testimoniano l'importanza di tale diritto di pescagione. La ricchezza del Chidro fu anche all’origine di conflitti, come quello tra i Benedettini e il principe di Francavilla Fontana, che ambiva a esercitare lo stesso privilegio. Tali dispute sottolineano quanto fosse ambito il controllo di questo corso d’acqua. Nel 1839 il fiume fu acquistato dalla famiglia Schiavone, che ne mantenne sia la proprietà che il diritto di pesca per circa un secolo, fino a quando, con l’emanazione di una legge sulla regolamentazione delle acque, l’uso privato del fiume venne definitivamente interrotto. Oggi il Chidro conserva la sua importanza come bene naturalistico e storico, testimone silenzioso di un passato in cui le sue acque limpide rappresentavano una vera ricchezza per il territorio. Attorno al fiume Chidro, luogo di grande fascino naturalistico, si intrecciano da secoli credenze popolari e racconti di fede. Tre antiche leggende legano questo luogo al passaggio di San Pietro Apostolo, trasformando il piccolo corso d’acqua in un punto cardine della memoria religiosa del Salento. - La conversione di Fellone e il miracolo delle acque La prima e più nota leggenda narra che San Pietro, in viaggio verso Roma, giunse sulle coste di San Pietro in Bevagna nel 44 d.C., dopo un naufragio causato da un violento vento di scirocco. Accolto dal signore del vicino villaggio di Felline, di nome Fellone, l’apostolo lo convertì al cristianesimo. Il battesimo avvenne nelle acque torbide del fiume Chidro, che miracolosamente si trasformarono in acqua limpida e rigenerante. Fellone, affetto da lebbra, guarì all’istante. Secondo la leggenda, San Pietro avrebbe poi proseguito il suo cammino evangelizzando e guarendo gli abitanti del Salento, fino a raggiungere Oria e altre città, per infine salire a Roma. - Le “Lacrime di San Pietro” Un’altra leggenda racconta che San Pietro, colto dal rimorso per aver rinnegato Gesù, si raccolse in penitenza nei pressi del Chidro. Attraversando il fiume, pianse a lungo, e le sue lacrime si trasformarono in piccole conchiglie, poi chiamate “Lacrime di San Pietro”. Gli abitanti del luogo, considerandole reliquie, le raccoglievano con devozione, vedendovi il segno tangibile del dolore e del pentimento del Santo. - Il segno della croce e la distruzione dell’idolo Un’ultima e più rara leggenda narra che nei pressi del Chidro sorgeva un’idolatra statua di Zeus. Alla sua vista, San Pietro si fece il segno della croce e, per miracolo, la scultura si frantumò. In questo gesto simbolico di vittoria sulla religione pagana, si apre il cammino alla cristianizzazione del luogo: proprio lì avrebbero avuto luogo i primi battesimi dei fedeli locali.
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L'ARTE DELL'INTRECCIO: I PANARIQuando si parla di boschi associamo subito la naturalezza del luogo ma anche i doni che madre natura fornisce: erbe spontanee e funghi soprattutto. E cosa usiamo per raccogliere questi fantastici doni? I panari, contenitori areati in materiale naturale e creati da artigiani che mantengono la memoria storica dell'arte dell'intreccio. Ne abbiamo parlato con Antimo Calò il cestaio, che possiede una bottega a Uggiano Montefusco. “Ciao, e grazie per questa intervista. Mi chiamo Antimo Calò e mi occupo di creare "panari e cannizzi" da più generazioni anche se è un mestiere in via di estinzione. Ci sono alcuni miei “colleghi” a Oria, Lecce e Mesagne ma siamo ormai pochi artigiani che si occupano di queste creazioni. Un tempo venivano usati per la raccolta di olive ma anche come forme per il formaggio ricotta, ora vengono usati prevalentemente come cesti per raccolta funghi ma anche per addobbare case e allestire spazi (nelle masserie ad esempio). La creazione di un cesto non è semplice e richiede pazienza e amore per la natura: tutto parte innanzitutto dalla conoscenza degli arbusti, dove trovarli e dalla raccolta e successivo taglio, bollitura e levigazione ed infine essiccazione dei filamenti di giungo, ulivo o mirto. Mi risulta difficile spiegare tutte le tappe per la realizzazione del prodotto finale, l’intreccio avviene secondo una modalità che sarei contento di mostrarvi dal vivo”
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Area Archeologica de “Li Castelli”L’insediamento de Li Castelli, a circa cinque chilometri a Sud del centro abitato di Manduria, a sinistra della strada provinciale che porta al Santuario di S. Pietro in Bevagna, su un colle, detto Monte Li Castelli, alto 112 posto su un pianoro nell’entroterra di Manduria, ha restituito, oltre alle tracce di una originaria frequentazione risalente all’età del ferro, resti di tre cinte murarie databili a partire dal VI secolo a.C., dell’abitato e della necropoli di IV-III secolo a.C., insieme ad un complesso ellenistico con connotazioni cultuali, sito a sud-ovest della cinta più interna. Le più antiche testimonianze di strutture connesse a cerimonie di tipo collettivo nel sito sono costituite da due escharai all’interno di questa cinta muraria, utilizzate per l’espletamento di rituali di libagione con consumo di vino e carne, secondo pratiche testimoniate in altri siti del Salento. Alla fine del IV-inizi del III secolo a.C. risale l’impianto di un complesso ellenistico, in uso fino al II secolo a.C., posto a inquadrare scenograficamente il muro di cinta non più in uso che può essere messo in rapporto con le soluzioni architettoniche adottate da maestranze magnogreche che operano sia a Taranto che a Eraclea. L’insieme di queste strutture può essere collegato ad una coeva tomba, topograficamente isolata dalla necropoli, nonché ad un grande edificio residenziale di tipo signorile, elementi che complessivamente evidenziano l’emergere nel sito, in periodo ellenistico, di un ceto dominante aperto e ricettivo alle novità.



















