Evoluzione e curiosità sulla condizione della donna nelle Terre del Primitivo
Descrizione
Figlie, mogli e madri in grado di portare avanti le famiglie numerose ma anche grandi lavoratrici, le donne sono state la vera forza delle Terre del Primitivo.
Anticamente la proprietà coincideva con tutta contrada Mucchio. Fino a circa la metà del ‘700 costituiva un’unica proprietà con masseria San Vito. Passando per diverse mani, dalla fine del 1901 la masseria ebbe come ultimo proprietario Giuseppe Maiorano di Lizzano. Ad oggi la masseria non esiste più essendo stata demolita dopo che era caduta in abbandono.
Se ne ha notizia a partire dal 1602. Fu a lungo in mano alla famiglia Chiurlia finché, nel periodo successivo al periodo della feudalità (1806), l’intero asse ereditario famigliare incontrò la frantumazione in piccole proprietà, tra cui la stessa Masseria Sgarrata.
Attualmente, la masseria è recintata con muretti a secco. Il corpo di fabbrica esposto a Nord è il più recente e reca allo spigolo di levante una statua della Madonna. Tutte le facciate presentano porte e finestre con cornice ad arco. Nel cortile campeggia una cisterna raggiunta con apposite tubature per la raccolta delle acque piovane. Ci sono anche altre costruzioni che dovettero servire da abitazione al massaro e ai contadini.
Lo sviluppo della tenuta, in base a varie documentazioni scritte, risulta segnato, da lunghi percorsi storico-insediativi: epoca neolitica, possibili fasi indigene e poi greco-romane, sino all'età medievale. La Masseria è citata in un atto di procura (anno 1531) e successivo rogito di vendita (anno 1544), con cui la stessa passava dall'antica Abbazia tarantina di San Vito del Pizzo, alla nobile famiglia Aielli.
Dopo aver conservato il nome di tale famiglia, la masseria prese la denominazione di San Vito in onore della cappella del Santo, ivi esistente dal 1500; nel XIII sec. finisce in possesso degli Agostiniani di Manduria, per passare poi, a seguito delle leggi napoleoniche e murattiane contro i privilegi feudali (1808), al Ducato Regio e Pubblico Demanio. La tradizione orale racconta che “Don Alfredo Maiorano” riuscì ad acquistare la Masseria di San Vito, in seguito ad un corposo dono in monete d’oro da parte di alcuni briganti, che vollero in tal modo ricompensarlo per aver dato loro rifugio e sostentamento.
La costruzione passò poi in possesso di Cosimo Lomartire di Sava che la suddivise in lotti: un lotto fu assegnato alla figlia Elena Lomartire. Il recupero della moderna struttura è il risultato della passione profonda, il lavoro continuo e l’impegno costante del Sig. Giuseppe Vagali, coniuge di Lomartire Elena. La masseria oggi è abitata e viva: ossia con un imprenditore agricolo (Giuseppe Vagali, appunto) in attività, desideroso di ricreare l’atmosfera di allegria, musica popolare e genuino divertimento che da sempre ha caratterizzato le notti di “San Vito” facendo sentire, secondo l’antica tradizione contadina, le persone come accolte in famiglia.
In un documento nel 1747 si legge che il Sommo pontefice Giulio II nel 1505 concesse agli abati dell’Abazia di San Vito del Pizzo il previlegio di utilizzare le terre della proprietà della masseria.
Della vecchia struttura resta quasi nulla, poiché nel XIX sec. è stata quasi completamente ricostruita.
Le stalle per gli animali sono al piano terra e dietro c’è la casa del massaro.
Secondo il Catasto Onciario del 1949 la masseria all’epoca apparteneva a Giovanni Magrisi. A causa di alcuni debiti passo poi nelle mano al Marchese di Lizzano, Nicola Chyrlia.
Oggi presenta due serie di costruzioni di cui una più antica. Dell’antica recinzione fatta con muretti a secco è rimasto ben poco.
Su questa masseria c’è una leggenda: al proprietario compariva un mostro a forma di toro scatenato che faceva spaventare tutti. Un giorno il proprietario invocò il nome della madonna e questo mostro scomparve e non ricomparve più.
Nelle vicinanze ci sono numerose sepolture di epoca magno-greca.
In un documento del 14 maggio 1747 si attesta che la masseria è di proprietà del Marchese di Lizzano Nicola Ciurla di 50 tomoli comprendente molti alberi di ulivo.
La vecchia masseria crollò tra il 1920 e il 1930 provocando solo la morte di alcuni buoi. Alcune parti sono state poi inglobate nella nuova costruzione.
In un documento notarile del 1750 se ne attribuisce la proprietà a Monteparano.
È posta a Nord-ovest di Lizzano, alle spalle del convento di San Pasquale. Pianta a L.
Archivio privato di N. Gigli di Manduria. Riproduzione è tratta dalla pubblicazione di Filomena. Fuori dalle mura si notano ad Est, le cappelle di San Giovanni e S. Nicola extra moenia.
Sul versante opposto S. M. Dello Verde.
In agro di Maruggio, in una località non precisata fu rinvenuto un gruzzolo di monete inventariate IGCH 1914. Esse furono rinvenute nel 1905 e sono costituito da 48 esemplari in argento delle zecche di Tarentum, Meapontum, Sybaris, Thurium, Velia, Caulonia e Croton. Data di occultamento: 380 a.C. Del nucleo originale si conservano 36 esemplari, oggi conservato nel tesoriere presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Il tesoretto di Manduria, rinvenuto nel 1916, era costituito originariamente da 1027 esemplari medievali e del regno di Napoli. Del nucleo originale si conservano 689 nummi. Oggi è custodito presso il tesoriere del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Nel 1816 la proprietà era del Marchesi di Lizzano, Nicola Chyurlia e si estendeva ad aree di macchia, bosco, corti di pecore e seminato, ma era definita semplicemente “curti di pecore” evidentemente era un semplice ovile di pecore a pianta a L, con alcune stanze per il massaro e per la produzione di latticini. L’attuale struttura fu poi probabilmente costruita dal cavalier Filippo Vasaturo.
Corso d’acqua che sfocia a sud-est di Taranto lungo il quale sono state rintracciate numerose tracce di insediamenti antichi. Cippi in carparo con motivi a croce costituiscono i confini.
Del neolitico sono state individuate presenze insediative lungo l’intero corso fluviale. Nell’età del bronzo (II millennio a.C.) si osserva una drastica contrazione.
In età protostorica-arcaica si registrano contatti tra il mondo greco-tarantino e le popolazioni autoctone. Ben attestata è l’epoca classico-ellenistica con evidenti presenze di sepolcreti.
Il tesoretto di Lizzano, inventariato con come IGCH 1926, fu rinvenuto nel 1950, a Lizzano ed è costituito da più di 43 esemplari in argento ed 1 in bronzo delle zecche di Tarentum, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia, Caulonia, Croton, Terina e Alessandro il Molosso. Data di occultamento risale al periodo tra 340-330 a.C.
Oggi questo interessante gruzzolo di monete è custodino nel tesoriere del Museo Archeologico nazionale di Taranto
Elaborata per conto del marchese Michele Imperiali da Francesco Antonio Centonze, rinvenuta da Giorgio Martucci nell’Archivio di Stato di Napoli.
Nel 1990, Giuseppe Marzo propone una rielaborazione della Carta Topografica, inserendo i punti dei beni presento nel XVII secolo.
In particolare di osserva la presenza della Porta Grande, all’inizio di via mercanti e le torri del cosiddetto castello (Palazzo Imperiali Filotico). Ben visibile la Purticedda, porta anticamente collocata al posto della Torre dell’Orologio, così come porta del mare, oggi scomparsa, alla fine di via Nettuno.
Poco distante dalla Porta del mare si nota una cupoletta, attribuibile alla Chiesetta della Misericordia. Al posto della Chiesa di Santa Lucia, la piccola Cappella della Madonna della Nuova.
Assenti, perché non costruiti nel 1643: giardini pubblici e il monumento ai caduti, il Calvario, la Chiesa della Madonna del Carmine e il suo monastero degli Scolopi, Porta Napoli.
Ubicata a 3 km a Sud del comune di Lizzano, al confine con il territorio di Torricella.
Sulla parte più alta sono state individuate tracce presistoriche.
Nei pressi dell’omonima masseria sono state rilevate le tracce più significative di epoca magno-greca.
Il centro messapico di Manduria si estendeva per circa 71 ettari ed era circondato da una triplice cerchia muraria.
Nevio Degrassi, Soprintendente alle Antichità della Puglia e del Materano, effettuò i primi scavi archeologici dell’impianto difensivo e delle necropoli, tra il 1955 e il 1960. Le indagini portarono alla scoperta di circa 1330 sepolture, disposte all’esterno dei tratti settentrionale ed orientale delle mura di cinta. L’impianto difensivo è costituito da una prima cerchia, attribuita al primo quarto del V secolo a. C., con blocchi disposti di testa ed assemblati a secco, e corre con il relativo fossato per circa 2 km, disegnando un percorso di forma pressappoco pentagonale. La seconda cerchia, costruita alla fine del III secolo a. C., racchiude la precedente, ed è costituita da un doppio paramento di blocchi disposti di testa, con riempimento interno. Oggi alta tra i 5 e i 6 metri, è preceduta da un ampio fossato, di ampiezza pari a quella delle mura, ed una profondità che raggiunge i 5 metri. Il circuito murario, che sul lato settentrionale corre parallelo alla prima cerchia, si allarga notevolmente verso sud-ovest, ampliando l’area dell’insediamento e raggiungendo un perimetro complessivo di 3.300 km. Era rafforzato da torri di difesa, una delle quali, individuata da Nevio Degrassi nel tratto meridionale delle mura, nei pressi della via per Lecce. Passaggi di natura strategica (c.d. postierle) erano ricavati nei settori settentrionale ed orientale del circuito murario esterno: conducevano all’interno del fossato, permettendo l’uscita dalla città in caso di assedio. All’interno del fossato difensivo della prima cerchia, fu individuato un altro tracciato murario, convenzionalmente definito “terza cerchia” che corre parallelo al primo circuito sino all’area della ferrovia, ove se ne discosta per seguire l’andamento della cerchia più esterna. Vi erano sei porte che si aprivano nel tratto orientale delle mura, lungo più di un km, a testimonianza del collegamento e dei traffici intensi con i centri del territorio. Ne è testimonianza la porta nord-est, che era già presente nel primo impianto difensivo, tanto da essere risparmiata dal taglio del fossato della seconda cerchia. Il passaggio prevedeva una doppia strada, nei due sensi di marcia, per renderne più comodo il transito. Un intervento di scavo condotto dalla Soprintendenza nel 2004 alle spalle del Consorzio Agrario, in via Erodoto, ha permesso di mettere in luce: un tratto della cinta muraria orientale, con una delle porte di accesso che si apriva nel sistema difensivo; il fossato con due postierle, ed un’antica strada che entrava nella città dalla parte di Lecce.
Uno dei monumenti più emblematici della città. Raffigurato come un pozzo dal quale spunta un albero di mandorlo, costituisce lo stemma cittadino a partire dal 1534. La sorgente d’acqua è nascosta all’interno di una grotta profonda 8 metri e larga circa 18 m. di diametro, cui si può accedere tramite una scalinata. Al centro della grotta si colloca una vasca cinta da un muro circolare che riceve l'acqua da un pozzetto quadrato collegato alla sorgente. La luce proviene da un'apertura quadrangolare in lastroni al centro del soffitto, individuabile all'esterno da una struttura cilindrica in blocchi di pietra dal quale spunta l'albero di mandorlo che la leggenda vuole secolare. Deve il suo nome all'interpretazione di un passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio dove lo storico e naturalista latino ne descrive le caratteristiche. Ad attirare l'attenzione di Plinio fu che, per quanta acqua si prelevi dalla vasca, il livello rimane invariato. Ciò avviene perché il piano di calpestio della caverna è posto al livello della falda acquifera.
Chiesetta bizantina di contrada Poverella mai terminata (per cause ignote), risalente verosimilmente al sec. XI d.C. e caratterizzata dai tipici elementi di un luogo di culto italo-greco: un’aula, riservata ai fedeli e un presbiterio, riservato al celebrante. I due spazi sono divisi da un tramezzo litico (templon), provvisto di tre aperture, tipico dei luoghi di culto ortodossi.
La cappella, che avrebbe ospitato non più di venti persone, fu probabilmente fatta costruire da un ricco signore, proprietario (come era in uso all’epoca) della terra e degli uomini che la lavoravano.
La cappella avrebbe costituito dunque il punto di riferimento spirituale di un villaggio rurale anonimo, da collegare probabilmente all’altro ipogeo, di forma circolare, ubicato sotto la Casina Pasanisi, a poca distanza dalla chiesetta.
Piero Memmi, proprietario dell’ipogeo, ne cura la periodica manutenzione. La cappella fu ripulita dai detriti accumulatisi nel tempo ad opera di un gruppo di soci Archeoclub (Gregorio Attanasio, Luciano Gennari, Nicola Morrone e Franco Moscogiuri) nel 1998.
Il sito archeologico prende il nome dalla vicina masseria di origine cinquecentesca e ospita le tracce sulla roccia di un insediamento abitativo di età neolitica, rinvenuto nel 2002 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, in collaborazione con l’Università del Salento. Il sito appare interessato da una frequentazione riconducibile al Neolitico iniziale (VI millennio a.C.), come attestano grossi frammenti di ceramica impressa appartenuti a grandi contenitori per derrate e frammenti di macine.
L’rea fu sede di un insediamento stabile, evidenziato da un considerevole numero di buche per pali di sostegno di strutture abitative a pianta rettangolare, alcune delle quali collegate da canali di fondazione. Nei pressi si sviluppa un’area funeraria articolata in sepolture, delimitata con circoli di pietra contenenti deposizioni in posizione rannicchiata.
Il sito probabilmente fu nuovamente frequentato nel II-I sec. a.C., come fattoria tardo-repubblicana, e poi di nuovo in età medio-imperiale (II-III secolo d.C.).
Curiosità: I reperti rinvenuti sono esposti alla mostra archeologica permanente situata nella casamatta del Complesso Fortilizio di Avetrana.
Il Canale di S. Nicola si colloca a sinistra della strada provinciale per Borraco e si presenta come un profondo vallone naturale, lungo circa 1300 metri, che degrada verso la costa interrandosi a circa 400 metri dal litorale. Le sponde sono parzialmente coltivate a vigneto e oliveto; il letto presenta in alcuni tratti giardini e frutteti. Un modesto rigagnolo, spesso in secca, è quanto resta del corso d'acqua che in antico vi scorreva. Alcuni pozzi sono stati scavati per lo sfruttamento delle faIde sotterranee.
La ceramica è presente con i tre tipi: impressa, incisa e graffita, tipica del neolitico.
A. Corrado ed E. Ingravallo segnalano, in zona, presenze dell' età del bronzo; non forniscono ulteriori particolari.
Secondo Fedele, sulla sponda nord, sulla stessa direttrice del sito neolitico, si attesta un insediamento ellenistico-romano: tegolame, frammenti di un mortaio in argilla chiara e rari frammenti a vernice
Nera, databili genericamente nel IV-IIl sec. a.C.
Il Tarentini ci dà notizie dell’esistenza di cisterne campaniformi, tratti di fondamenta e del ritrovamento di un tesoretto di monete greche nella contrada Tamari.
Il Coco ci fa leggere come già nel 1172 sulle sponde del fiume Chidro fosse impiantato un mulino.
Il Tarentini parla di un casale di S. Niccola che colloca in zona, asserendo che verso l'ultimo decennio si potevano vedere i resti di un impianto molitorio.
Biagio Fedele segnala il ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica neolitica con decorazioni a impressione, eseguite con punta di bastoncello stondato, tagli di stecca e unghiate.
In zona è segnalata la presenza di una specchia che il Neglia ubica su un pianoro macchioso a m. 1.250 circa dal mare, nella zona denominata «Monte della Specchìarica».
Questa località è caratterizzata dalla presenza di una torre costiera cui è addossata la chiesa di S. Pietro in Bevagna; l'intero complesso si colloca a 200 metri circa dal litorale.
Nella zona sono attestati insediamenti neolitici studiati dal Fedele, che effettuò i rilievi quando l'area non era ancora interessata dal fenomeno di urbanizzazione intensa.
Presenze altomedievali sono state individuate all'interno dell'edificio sacro addossato alla torre costiera.
In un'area a Sud della Masseria del Marchese, Biagio Fedele rinvenne frammenti di ceramica neolitica.
Trattasi di ceramica ad impasto piuttosto consistente, con motivi decorativi costituiti da tratti più o meno profondi, ottenuti con taglio di stecca, cardium e pizzicato.
A quattro chilometri a S-O di Manduria e a circa un chilometro a N-O della stazione neolitica di Masseria la Fiate.
La grotta è formata da più ambienti posti al disotto del livello stradale, con l'imboccatura utilizzata, dai contadini, come sbocco di un profondo canale di convoglio delle acque piovane.
Ricerche approfondite, effettuate all'interno della grotta dal prof. Caforio negli anni ‘60, hanno evidenziato presenze di ceramica impressa, incisa e graffita. Furono inoltre individuati numerosi frammenti di ceramica grigio-ferro; resti di paleofauna: Equus e Bos; materiale osseo, tra cui punteruoli, spatole e pezzi di testuggine; un pugnale litico in calcare selcioso.
In uno degli ambienti fu rinvenuta una probabile sepoltura, costituita da una fossetta contenente resti ossei.
Attualmente la grotta risulta in gran parte ricolma di terra.