Ciascun Comune delle Terre del Primitivo ha i suoi figli illustri. Intellettuali, scienziati, artisti, religiosi, sportivi, patrioti che hanno dato e continuano a dare lustro alla loro terra.
Descrizione
Le Terre del Primitivo vantano una serie di figure di spicco che hanno lasciato un segno importante nella storia, nella cultura e nella scienza. Tra questi, spiccano personaggi poeti e scrittori, ma anche politici e sportivi che hanno contribuito allo sviluppo della Regione Puglia. Altri illustri sono artisti, studiosi e personalità religiose che hanno portato onore alla città con le loro imprese e il loro talento. Queste figure rappresentano un patrimonio di orgoglio e ispirazione per la comunità.
Nato a Copertino l’11 febbraio 1962 ma vive a Manduria
Esordisce con Racconti Lupi (Filo Editore, Manduria 1998) seguito da Solitari (Filo Editore, Manduria 2001); Terra Nera - romanzo perfido e paradossale di cafoni e d'anarchia (Stampa Alternativa, Viterbo 2005); Le vicende notevoli di DON FEFÈ, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore CICCILLO (I Libri di Icaro, Lecce 2009); Invisibili - vivere e morire all'Ilva di Taranto, scritto con Fulvio Colucci (Kurumuny, Martignano 2011); Io e l'Ilva – monologo metalmeccanico (Lupo Editore, Copertino 2013). È stato vicedirettore de La Voce del Popolo (Taranto). Ha ricevuto numerosi premi per il suo mestiere delle parole. I suoi racconti sono compresi in prestigiose antologie. Nel 2008, il romanzo Terra Nera è stato adattato per il teatro dal regista Lauro Versari, interpreti principali Ketty Volpe e Aldo Rapè.
Tra i suoi successi: Come belve feroci; Benvenuti a Cipiernola; Mattanza.
La masseria si trova poco fuori l’abitato di Uggiano Montefusco, frazione di Manduria, e fa parte di un itinerario che propone, in poco più di 8 km, la visita alla Masseria fortificata Le Fiatte, all’ex Abbazia di Santa Maria di Bagnolo (XIII sec.) e alla Masseria Bagnolo. Essa è cinta da muri a secco. E immersa nel paesaggio, tra distese di vigneti e uliveti.
La prima pietra è stata posta da mons. Armando Franco il 12 agosto 1990 e mons e il vescovo Marcello Semeraro l’ha consacrarla, quando i lavori furono terminati, il 6 agosto 2000.
La chiesa dell’Annunciazione si presenta come un edificio imponente ma snello. un’unica navata, ampia e luminosa, che termina con l’area del presbiterio, al quale si accede attraverso quattro ampi gradini. L’altare, l’ambone e il battistero sono stati collocati negli anni 1993-94, mentre negli anni successivi sono state realizzale le vetrate da Francesco Selvaggi, artista del vetro e della luce:
La vetrata della foto 1 raffigura l’“Annunciazione dell’Angelo a Maria. Nella stessa parete altre due vetrate artistiche realizzate nel 1999, raffigurano la “Nascita di Gesù” (foto 2) e la “Resurrezione” (foto 3).
Francesco Selvaggi ha altresì realizzato (2009-2010) le ventitré vetrate artistiche che «si sgranano come i grani del Rosario lungo le pareti dell’unica navata» e raccontano le vicende terrene della Vergine Maria fino alla sua proclamazione di Madre della Chiesa.
“La nascita di Gesù” (foto 4), “L’incontro con i pastori” (foto 5), “L’incontro con i Magi” (foto. 6), “La fuga in Egitto” (foto 7), tanto vicine al tempo liturgico che il mondo cattolico sta vivendo.
Il sito è vicinissimo all'antico tracciato dell'Appia antica, l'ultimo tratto che collegava Roma e Brindisi, passando l’antica Taranto. Molto probabilmente tutti i soldati, che facevano la spola tra l'Italia e le province, passavano da qui. Addirittura Giulio Cesare e Cleopatra. È ancora visibile la traccia profonda lasciata dai carri nella roccia in contrada Puzzu Uelu, dove è ben riscontrabile un complesso sistema viario a doppia corsia e deviazione, in prossimità di un pozzo scavato nella roccia, miracolosamente salvo, con annessi abbeveratoi per i cavalli e per i soldati. Insomma una "stazione romana".
Il terreno che avrebbe ospitato la masseria entrò nel marchesato Chiurlia a partire dal 1729, tant’è che nel catasto onciario del 1749 non se ne trova menzione. Il primo documento che la cita è del 1811. Concessa in affitto più volte a diversi conduttori, dalla seconda metà dell’800 la masseria diventò di proprietà di Orazio Airò, poi ancora della famiglia Chiurlia e infine della famiglia di Adolfo Tocci.
Attualmente, la costruzione della cantina sociale San Pasquale ha nascosto quella che fu residenza di campagna della famiglia Tocci.
La masseria è composta di una zona ad esclusivo uso del proprietario e di un’altra con gli alloggi del massaro e dei contadini e le curti.
Di proprietà del defunto duca Clodinio, nel 1698 fu devoluta alla Regia Camera, entrata successivamente nel marchesato Chiurli, fu concessa in affitto fino al 1853. Attualmente permane una costruzione non molto antica (fine ‘800 inizi ‘900) con un camino e una cantina sottoposta, che serviva da stalla.
Compare nel catasto onciario di Lizzano del 1749, alla proprietà del R. D. Domenico Tana, leccese, rettore e cappellano del Santissimo Rosario in terra di Lizzano. Affittata e subaffittata per diversi decenni, dopo la metà dell’800 la masseria passò nelle mano di Michele Campo. Attualmente la masseria appare composta da un unico locale con un camino. Una chiesetta continua la costruzione a ponente. Al suo interno si conserva un grazioso altare e sotto le imbiancate a calce si intravedono dei dipinti. Molto interessante è l’acquaio della masseria, uno dei più grandi e ben conservati dell’agro di Lizzano.
Se ne ha notizia a partire dal 1886, quale proprietà integrante il marchesato di Nicola Chiurlia. Ne fu conduttore Francesco Pagano che ne divenne in seguito proprietario lasciandola in successione nel proprio asse ereditario. La masseria è stata demolita in epoca recente.
Se ne ha notizia a partire dal 1749, anno in cui risulta di proprietà di D. Francesco Fedele, sacerdote della terra di Monteiasi. Per molti decenni, nella disponibilità della famiglia marchesale Chiurlia, in epoca napoleonica fu gestita dal cerusico Stanislao Tocci, il quale la concesse in affitto. I fabbricati di Masseria Specchia Vecchia sono stati aboliti in epoca recente. Attualmente si conserva il grandissimo Acquaro a due bocche.
Ve ne è attestazione documentale a partire dal 1658.
Parte integrante del Marchesato Chiurlia figurava al feudo di Lizzano pur essendo di fatto in quello di Monacizzo. Bagnara era una delle masserie con maggiore estensione territoriale, inferiore solo a quella di Porvica.
Con la fine del feudalesimo, a partire dal 1829 la masseria passò alla famiglia Benucci e Perillo che la concessero in affitto a più riprese finché nel 1901 ne divenne proprietario Giulio Tocci. Attualmente è in perfetto stato.
L’androne è selciato con lastre di pietra calcarea.
La denominazione di San Cassiano è riscontrata già nel XIII-XIV sec. Si tratta di una proprietà probabilmente annessa alla Masseria Porvica.
Storica proprietà del Marchese Chiurlia. Fu espropriata nel 1826 e concessa in affitto. Restò di proprietà del Comune di Lizzano fino agli inizi del XX secolo, quando passò in mano private.
Al momento si possono vedere alcuni fabbricati, alcuni rimaneggiati, altri parzialmente crollati.
Sul posto sono stati rinvenuti molti frammenti ceramici di epoca magno-greca.
Anticamente la proprietà coincideva con tutta contrada Mucchio. Fino a circa la metà del ‘700 costituiva un’unica proprietà con masseria San Vito. Passando per diverse mani, dalla fine del 1901 la masseria ebbe come ultimo proprietario Giuseppe Maiorano di Lizzano. Ad oggi la masseria non esiste più essendo stata demolita dopo che era caduta in abbandono.
Se ne ha notizia a partire dal 1602. Fu a lungo in mano alla famiglia Chiurlia finché, nel periodo successivo al periodo della feudalità (1806), l’intero asse ereditario famigliare incontrò la frantumazione in piccole proprietà, tra cui la stessa Masseria Sgarrata.
Attualmente, la masseria è recintata con muretti a secco. Il corpo di fabbrica esposto a Nord è il più recente e reca allo spigolo di levante una statua della Madonna. Tutte le facciate presentano porte e finestre con cornice ad arco. Nel cortile campeggia una cisterna raggiunta con apposite tubature per la raccolta delle acque piovane. Ci sono anche altre costruzioni che dovettero servire da abitazione al massaro e ai contadini.
Lo sviluppo della tenuta, in base a varie documentazioni scritte, risulta segnato, da lunghi percorsi storico-insediativi: epoca neolitica, possibili fasi indigene e poi greco-romane, sino all'età medievale. La Masseria è citata in un atto di procura (anno 1531) e successivo rogito di vendita (anno 1544), con cui la stessa passava dall'antica Abbazia tarantina di San Vito del Pizzo, alla nobile famiglia Aielli.
Dopo aver conservato il nome di tale famiglia, la masseria prese la denominazione di San Vito in onore della cappella del Santo, ivi esistente dal 1500; nel XIII sec. finisce in possesso degli Agostiniani di Manduria, per passare poi, a seguito delle leggi napoleoniche e murattiane contro i privilegi feudali (1808), al Ducato Regio e Pubblico Demanio. La tradizione orale racconta che “Don Alfredo Maiorano” riuscì ad acquistare la Masseria di San Vito, in seguito ad un corposo dono in monete d’oro da parte di alcuni briganti, che vollero in tal modo ricompensarlo per aver dato loro rifugio e sostentamento.
La costruzione passò poi in possesso di Cosimo Lomartire di Sava che la suddivise in lotti: un lotto fu assegnato alla figlia Elena Lomartire. Il recupero della moderna struttura è il risultato della passione profonda, il lavoro continuo e l’impegno costante del Sig. Giuseppe Vagali, coniuge di Lomartire Elena. La masseria oggi è abitata e viva: ossia con un imprenditore agricolo (Giuseppe Vagali, appunto) in attività, desideroso di ricreare l’atmosfera di allegria, musica popolare e genuino divertimento che da sempre ha caratterizzato le notti di “San Vito” facendo sentire, secondo l’antica tradizione contadina, le persone come accolte in famiglia.
In un documento nel 1747 si legge che il Sommo pontefice Giulio II nel 1505 concesse agli abati dell’Abazia di San Vito del Pizzo il previlegio di utilizzare le terre della proprietà della masseria.
Della vecchia struttura resta quasi nulla, poiché nel XIX sec. è stata quasi completamente ricostruita.
Le stalle per gli animali sono al piano terra e dietro c’è la casa del massaro.
Secondo il Catasto Onciario del 1949 la masseria all’epoca apparteneva a Giovanni Magrisi. A causa di alcuni debiti passo poi nelle mano al Marchese di Lizzano, Nicola Chyrlia.
Oggi presenta due serie di costruzioni di cui una più antica. Dell’antica recinzione fatta con muretti a secco è rimasto ben poco.
Su questa masseria c’è una leggenda: al proprietario compariva un mostro a forma di toro scatenato che faceva spaventare tutti. Un giorno il proprietario invocò il nome della madonna e questo mostro scomparve e non ricomparve più.
Nelle vicinanze ci sono numerose sepolture di epoca magno-greca.
In un documento del 14 maggio 1747 si attesta che la masseria è di proprietà del Marchese di Lizzano Nicola Ciurla di 50 tomoli comprendente molti alberi di ulivo.
La vecchia masseria crollò tra il 1920 e il 1930 provocando solo la morte di alcuni buoi. Alcune parti sono state poi inglobate nella nuova costruzione.
In un documento notarile del 1750 se ne attribuisce la proprietà a Monteparano.
È posta a Nord-ovest di Lizzano, alle spalle del convento di San Pasquale. Pianta a L.
Archivio privato di N. Gigli di Manduria. Riproduzione è tratta dalla pubblicazione di Filomena. Fuori dalle mura si notano ad Est, le cappelle di San Giovanni e S. Nicola extra moenia.
Sul versante opposto S. M. Dello Verde.
In agro di Maruggio, in una località non precisata fu rinvenuto un gruzzolo di monete inventariate IGCH 1914. Esse furono rinvenute nel 1905 e sono costituito da 48 esemplari in argento delle zecche di Tarentum, Meapontum, Sybaris, Thurium, Velia, Caulonia e Croton. Data di occultamento: 380 a.C. Del nucleo originale si conservano 36 esemplari, oggi conservato nel tesoriere presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Il tesoretto di Manduria, rinvenuto nel 1916, era costituito originariamente da 1027 esemplari medievali e del regno di Napoli. Del nucleo originale si conservano 689 nummi. Oggi è custodito presso il tesoriere del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Nel 1816 la proprietà era del Marchesi di Lizzano, Nicola Chyurlia e si estendeva ad aree di macchia, bosco, corti di pecore e seminato, ma era definita semplicemente “curti di pecore” evidentemente era un semplice ovile di pecore a pianta a L, con alcune stanze per il massaro e per la produzione di latticini. L’attuale struttura fu poi probabilmente costruita dal cavalier Filippo Vasaturo.
Corso d’acqua che sfocia a sud-est di Taranto lungo il quale sono state rintracciate numerose tracce di insediamenti antichi. Cippi in carparo con motivi a croce costituiscono i confini.
Del neolitico sono state individuate presenze insediative lungo l’intero corso fluviale. Nell’età del bronzo (II millennio a.C.) si osserva una drastica contrazione.
In età protostorica-arcaica si registrano contatti tra il mondo greco-tarantino e le popolazioni autoctone. Ben attestata è l’epoca classico-ellenistica con evidenti presenze di sepolcreti.
Il tesoretto di Lizzano, inventariato con come IGCH 1926, fu rinvenuto nel 1950, a Lizzano ed è costituito da più di 43 esemplari in argento ed 1 in bronzo delle zecche di Tarentum, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia, Caulonia, Croton, Terina e Alessandro il Molosso. Data di occultamento risale al periodo tra 340-330 a.C.
Oggi questo interessante gruzzolo di monete è custodino nel tesoriere del Museo Archeologico nazionale di Taranto