I dialetti sono vere e proprie lingue, cui sono legate tradizioni, cultura e letteratura. Vanno, pertanto, custoditi, come elementi identitari delle Terre del Primitivo.
Descrizione
La particolarità più importante legata alla lingua è a San Marzano di san Giuseppe dove si parla ancora la lingua arbëreshe, anche chiamata albanese d'Italia o italo-albanese È una variante dell'albanese parlata nel sud dell'Albania, da dove provengono coloro che si sono trasferiti in Italia nel corso dei secoli.
Gli arbëreshë sono discendenti degli albanesi che si sono stabiliti in Italia a partire dal XV secolo, provenienti dall'Albania, dall'Epiro e da altre regioni albanesi. Attualmente, ci sono circa 109.550 persone che appartengono a questa comunità.
La lingua albanese in Italia è protetta dallo Stato secondo la legge n. 482 del 15 dicembre 1999.
Non solo l'arbëreshe ma ciascun dialetto è importante nelle Terre del Primitivo. Poesie, testi teatrali, proverbi in vernacolo restituiscono una cultura fortemente identitaria.
Sezione
periodi storici, arte e cultura, società, enogastronomia, natura
Secondo il Catasto Onciario del 1949 la masseria all’epoca apparteneva a Giovanni Magrisi. A causa di alcuni debiti passo poi nelle mano al Marchese di Lizzano, Nicola Chyrlia.
Oggi presenta due serie di costruzioni di cui una più antica. Dell’antica recinzione fatta con muretti a secco è rimasto ben poco.
Su questa masseria c’è una leggenda: al proprietario compariva un mostro a forma di toro scatenato che faceva spaventare tutti. Un giorno il proprietario invocò il nome della madonna e questo mostro scomparve e non ricomparve più.
Nelle vicinanze ci sono numerose sepolture di epoca magno-greca.
In un documento del 14 maggio 1747 si attesta che la masseria è di proprietà del Marchese di Lizzano Nicola Ciurla di 50 tomoli comprendente molti alberi di ulivo.
La vecchia masseria crollò tra il 1920 e il 1930 provocando solo la morte di alcuni buoi. Alcune parti sono state poi inglobate nella nuova costruzione.
In un documento notarile del 1750 se ne attribuisce la proprietà a Monteparano.
È posta a Nord-ovest di Lizzano, alle spalle del convento di San Pasquale. Pianta a L.
Archivio privato di N. Gigli di Manduria. Riproduzione è tratta dalla pubblicazione di Filomena. Fuori dalle mura si notano ad Est, le cappelle di San Giovanni e S. Nicola extra moenia.
Sul versante opposto S. M. Dello Verde.
In agro di Maruggio, in una località non precisata fu rinvenuto un gruzzolo di monete inventariate IGCH 1914. Esse furono rinvenute nel 1905 e sono costituito da 48 esemplari in argento delle zecche di Tarentum, Meapontum, Sybaris, Thurium, Velia, Caulonia e Croton. Data di occultamento: 380 a.C. Del nucleo originale si conservano 36 esemplari, oggi conservato nel tesoriere presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Il tesoretto di Manduria, rinvenuto nel 1916, era costituito originariamente da 1027 esemplari medievali e del regno di Napoli. Del nucleo originale si conservano 689 nummi. Oggi è custodito presso il tesoriere del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Nel 1816 la proprietà era del Marchesi di Lizzano, Nicola Chyurlia e si estendeva ad aree di macchia, bosco, corti di pecore e seminato, ma era definita semplicemente “curti di pecore” evidentemente era un semplice ovile di pecore a pianta a L, con alcune stanze per il massaro e per la produzione di latticini. L’attuale struttura fu poi probabilmente costruita dal cavalier Filippo Vasaturo.
Corso d’acqua che sfocia a sud-est di Taranto lungo il quale sono state rintracciate numerose tracce di insediamenti antichi. Cippi in carparo con motivi a croce costituiscono i confini.
Del neolitico sono state individuate presenze insediative lungo l’intero corso fluviale. Nell’età del bronzo (II millennio a.C.) si osserva una drastica contrazione.
In età protostorica-arcaica si registrano contatti tra il mondo greco-tarantino e le popolazioni autoctone. Ben attestata è l’epoca classico-ellenistica con evidenti presenze di sepolcreti.
Il tesoretto di Lizzano, inventariato con come IGCH 1926, fu rinvenuto nel 1950, a Lizzano ed è costituito da più di 43 esemplari in argento ed 1 in bronzo delle zecche di Tarentum, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia, Caulonia, Croton, Terina e Alessandro il Molosso. Data di occultamento risale al periodo tra 340-330 a.C.
Oggi questo interessante gruzzolo di monete è custodino nel tesoriere del Museo Archeologico nazionale di Taranto
Elaborata per conto del marchese Michele Imperiali da Francesco Antonio Centonze, rinvenuta da Giorgio Martucci nell’Archivio di Stato di Napoli.
Nel 1990, Giuseppe Marzo propone una rielaborazione della Carta Topografica, inserendo i punti dei beni presento nel XVII secolo.
In particolare di osserva la presenza della Porta Grande, all’inizio di via mercanti e le torri del cosiddetto castello (Palazzo Imperiali Filotico). Ben visibile la Purticedda, porta anticamente collocata al posto della Torre dell’Orologio, così come porta del mare, oggi scomparsa, alla fine di via Nettuno.
Poco distante dalla Porta del mare si nota una cupoletta, attribuibile alla Chiesetta della Misericordia. Al posto della Chiesa di Santa Lucia, la piccola Cappella della Madonna della Nuova.
Assenti, perché non costruiti nel 1643: giardini pubblici e il monumento ai caduti, il Calvario, la Chiesa della Madonna del Carmine e il suo monastero degli Scolopi, Porta Napoli.
Ubicata a 3 km a Sud del comune di Lizzano, al confine con il territorio di Torricella.
Sulla parte più alta sono state individuate tracce presistoriche.
Nei pressi dell’omonima masseria sono state rilevate le tracce più significative di epoca magno-greca.
Il centro messapico di Manduria si estendeva per circa 71 ettari ed era circondato da una triplice cerchia muraria.
Nevio Degrassi, Soprintendente alle Antichità della Puglia e del Materano, effettuò i primi scavi archeologici dell’impianto difensivo e delle necropoli, tra il 1955 e il 1960. Le indagini portarono alla scoperta di circa 1330 sepolture, disposte all’esterno dei tratti settentrionale ed orientale delle mura di cinta. L’impianto difensivo è costituito da una prima cerchia, attribuita al primo quarto del V secolo a. C., con blocchi disposti di testa ed assemblati a secco, e corre con il relativo fossato per circa 2 km, disegnando un percorso di forma pressappoco pentagonale. La seconda cerchia, costruita alla fine del III secolo a. C., racchiude la precedente, ed è costituita da un doppio paramento di blocchi disposti di testa, con riempimento interno. Oggi alta tra i 5 e i 6 metri, è preceduta da un ampio fossato, di ampiezza pari a quella delle mura, ed una profondità che raggiunge i 5 metri. Il circuito murario, che sul lato settentrionale corre parallelo alla prima cerchia, si allarga notevolmente verso sud-ovest, ampliando l’area dell’insediamento e raggiungendo un perimetro complessivo di 3.300 km. Era rafforzato da torri di difesa, una delle quali, individuata da Nevio Degrassi nel tratto meridionale delle mura, nei pressi della via per Lecce. Passaggi di natura strategica (c.d. postierle) erano ricavati nei settori settentrionale ed orientale del circuito murario esterno: conducevano all’interno del fossato, permettendo l’uscita dalla città in caso di assedio. All’interno del fossato difensivo della prima cerchia, fu individuato un altro tracciato murario, convenzionalmente definito “terza cerchia” che corre parallelo al primo circuito sino all’area della ferrovia, ove se ne discosta per seguire l’andamento della cerchia più esterna. Vi erano sei porte che si aprivano nel tratto orientale delle mura, lungo più di un km, a testimonianza del collegamento e dei traffici intensi con i centri del territorio. Ne è testimonianza la porta nord-est, che era già presente nel primo impianto difensivo, tanto da essere risparmiata dal taglio del fossato della seconda cerchia. Il passaggio prevedeva una doppia strada, nei due sensi di marcia, per renderne più comodo il transito. Un intervento di scavo condotto dalla Soprintendenza nel 2004 alle spalle del Consorzio Agrario, in via Erodoto, ha permesso di mettere in luce: un tratto della cinta muraria orientale, con una delle porte di accesso che si apriva nel sistema difensivo; il fossato con due postierle, ed un’antica strada che entrava nella città dalla parte di Lecce.
Uno dei monumenti più emblematici della città. Raffigurato come un pozzo dal quale spunta un albero di mandorlo, costituisce lo stemma cittadino a partire dal 1534. La sorgente d’acqua è nascosta all’interno di una grotta profonda 8 metri e larga circa 18 m. di diametro, cui si può accedere tramite una scalinata. Al centro della grotta si colloca una vasca cinta da un muro circolare che riceve l'acqua da un pozzetto quadrato collegato alla sorgente. La luce proviene da un'apertura quadrangolare in lastroni al centro del soffitto, individuabile all'esterno da una struttura cilindrica in blocchi di pietra dal quale spunta l'albero di mandorlo che la leggenda vuole secolare. Deve il suo nome all'interpretazione di un passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio dove lo storico e naturalista latino ne descrive le caratteristiche. Ad attirare l'attenzione di Plinio fu che, per quanta acqua si prelevi dalla vasca, il livello rimane invariato. Ciò avviene perché il piano di calpestio della caverna è posto al livello della falda acquifera.
Chiesetta bizantina di contrada Poverella mai terminata (per cause ignote), risalente verosimilmente al sec. XI d.C. e caratterizzata dai tipici elementi di un luogo di culto italo-greco: un’aula, riservata ai fedeli e un presbiterio, riservato al celebrante. I due spazi sono divisi da un tramezzo litico (templon), provvisto di tre aperture, tipico dei luoghi di culto ortodossi.
La cappella, che avrebbe ospitato non più di venti persone, fu probabilmente fatta costruire da un ricco signore, proprietario (come era in uso all’epoca) della terra e degli uomini che la lavoravano.
La cappella avrebbe costituito dunque il punto di riferimento spirituale di un villaggio rurale anonimo, da collegare probabilmente all’altro ipogeo, di forma circolare, ubicato sotto la Casina Pasanisi, a poca distanza dalla chiesetta.
Piero Memmi, proprietario dell’ipogeo, ne cura la periodica manutenzione. La cappella fu ripulita dai detriti accumulatisi nel tempo ad opera di un gruppo di soci Archeoclub (Gregorio Attanasio, Luciano Gennari, Nicola Morrone e Franco Moscogiuri) nel 1998.
Il sito archeologico prende il nome dalla vicina masseria di origine cinquecentesca e ospita le tracce sulla roccia di un insediamento abitativo di età neolitica, rinvenuto nel 2002 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, in collaborazione con l’Università del Salento. Il sito appare interessato da una frequentazione riconducibile al Neolitico iniziale (VI millennio a.C.), come attestano grossi frammenti di ceramica impressa appartenuti a grandi contenitori per derrate e frammenti di macine.
L’rea fu sede di un insediamento stabile, evidenziato da un considerevole numero di buche per pali di sostegno di strutture abitative a pianta rettangolare, alcune delle quali collegate da canali di fondazione. Nei pressi si sviluppa un’area funeraria articolata in sepolture, delimitata con circoli di pietra contenenti deposizioni in posizione rannicchiata.
Il sito probabilmente fu nuovamente frequentato nel II-I sec. a.C., come fattoria tardo-repubblicana, e poi di nuovo in età medio-imperiale (II-III secolo d.C.).
Curiosità: I reperti rinvenuti sono esposti alla mostra archeologica permanente situata nella casamatta del Complesso Fortilizio di Avetrana.
Il Canale di S. Nicola si colloca a sinistra della strada provinciale per Borraco e si presenta come un profondo vallone naturale, lungo circa 1300 metri, che degrada verso la costa interrandosi a circa 400 metri dal litorale. Le sponde sono parzialmente coltivate a vigneto e oliveto; il letto presenta in alcuni tratti giardini e frutteti. Un modesto rigagnolo, spesso in secca, è quanto resta del corso d'acqua che in antico vi scorreva. Alcuni pozzi sono stati scavati per lo sfruttamento delle faIde sotterranee.
La ceramica è presente con i tre tipi: impressa, incisa e graffita, tipica del neolitico.
A. Corrado ed E. Ingravallo segnalano, in zona, presenze dell' età del bronzo; non forniscono ulteriori particolari.
Secondo Fedele, sulla sponda nord, sulla stessa direttrice del sito neolitico, si attesta un insediamento ellenistico-romano: tegolame, frammenti di un mortaio in argilla chiara e rari frammenti a vernice
Nera, databili genericamente nel IV-IIl sec. a.C.
Il Tarentini ci dà notizie dell’esistenza di cisterne campaniformi, tratti di fondamenta e del ritrovamento di un tesoretto di monete greche nella contrada Tamari.
Il Coco ci fa leggere come già nel 1172 sulle sponde del fiume Chidro fosse impiantato un mulino.
Il Tarentini parla di un casale di S. Niccola che colloca in zona, asserendo che verso l'ultimo decennio si potevano vedere i resti di un impianto molitorio.
Biagio Fedele segnala il ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica neolitica con decorazioni a impressione, eseguite con punta di bastoncello stondato, tagli di stecca e unghiate.
In zona è segnalata la presenza di una specchia che il Neglia ubica su un pianoro macchioso a m. 1.250 circa dal mare, nella zona denominata «Monte della Specchìarica».
Questa località è caratterizzata dalla presenza di una torre costiera cui è addossata la chiesa di S. Pietro in Bevagna; l'intero complesso si colloca a 200 metri circa dal litorale.
Nella zona sono attestati insediamenti neolitici studiati dal Fedele, che effettuò i rilievi quando l'area non era ancora interessata dal fenomeno di urbanizzazione intensa.
Presenze altomedievali sono state individuate all'interno dell'edificio sacro addossato alla torre costiera.
In un'area a Sud della Masseria del Marchese, Biagio Fedele rinvenne frammenti di ceramica neolitica.
Trattasi di ceramica ad impasto piuttosto consistente, con motivi decorativi costituiti da tratti più o meno profondi, ottenuti con taglio di stecca, cardium e pizzicato.
A quattro chilometri a S-O di Manduria e a circa un chilometro a N-O della stazione neolitica di Masseria la Fiate.
La grotta è formata da più ambienti posti al disotto del livello stradale, con l'imboccatura utilizzata, dai contadini, come sbocco di un profondo canale di convoglio delle acque piovane.
Ricerche approfondite, effettuate all'interno della grotta dal prof. Caforio negli anni ‘60, hanno evidenziato presenze di ceramica impressa, incisa e graffita. Furono inoltre individuati numerosi frammenti di ceramica grigio-ferro; resti di paleofauna: Equus e Bos; materiale osseo, tra cui punteruoli, spatole e pezzi di testuggine; un pugnale litico in calcare selcioso.
In uno degli ambienti fu rinvenuta una probabile sepoltura, costituita da una fossetta contenente resti ossei.
Attualmente la grotta risulta in gran parte ricolma di terra.
La Masseria era di proprietà dell’abbazia di Bagnolo e compresa nel feudo omonimo. Apparteneva a Carmela Screti discendente di Michele Screti, affittuario della masseria “Bagnolo” nel 1887. In data 24 ottobre 1991 la Masseria "Le Fiatte" viene acquistata da Nicola Pesare e Grazia Melle, gli attuali proprietari che l'hanno restaurata.
La frazione di Uggiano Montefusco si colloca a circa due chilometri a S-O della città di Manduria. Fino agli anni 40 erano ivi visibili i resti di un castello medievale, che Del Prete datava intorno al XIII secolo; questi ruderi furono completamente demoliti nel 1949 per far posto a costruzioni moderne.
Nell’immediata periferia ad Ovest del paese, a seguito di un intervento di scavo operato dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto nel luglio 1983, furono portate alla luce due tombe medievali, costituite da fosse rettangolari rivestite internamente con lastre di pietra carparo. Esse mostravano un restringimento delle fiancate verso la testata. Da alcuni resti ossei rinvenuti all'interno si ipotizza l'utilizzo per deposizioni plurirne.
Numerosi resti di ceramica medievale, frammisti a tegole, sono stati individuati, infine, in alcuni poderi posti immediatamente ad Est del centro urbano, nella contrada di S. Moro, spesso citata dagli storici locali come sede di un casale medievale: ceramiche acrome, invetriate gialle, verdi e graffite «tipo Castrignano» e maiolicate bianche e policrome; alcuni frammenti presentano motivi decorativi tipici dello stile «a linee sottili» e «ad uccelli»; rara è la protomaiolica. Queste classi ceramiche sembrano attestare una frequentazione della contrada protrattasi sino al XV-XVI secolo.
Memorie locali, raccolte anche dal del Prete, parlano della presenza, in questa località, di un antico fortilizio messapico; nel nome di Uggiano si è inoltre voluto individuare un toponimo di origine romana derivato da Audius.
Il sito si trova alla periferia sud-ovest di Manduria, nei pressi dell’ASL.
La Soprintendenza Archeologica di Taranto ha effettuato alcune ricognizioni tra il 1983 e il 1985, in occasione delle costruzioni civili, attestando testimonianze di un insediamento di epoca ellenistico-romana, di resti medievali, e soprattutto, nella parte più alta del cosiddetto Monte Terragna, di resti preistorici del neolitico, dell'età del bronzo e del ferro.
Già il Tarentini avanzava l’ipotesi, anche se senza riscontri archeologici, dell'utilizzo di questa contrada in epoche remote. Gorgoglione, esaminando i dati, ipotizzava l’esistenza di un villaggio neolitico di fase antico-media. La stratificazione archeologica dimostra l'avvicendamento dalle fasi finali del Mesolitico al momento dello sviluppo dei villaggi Neolitici e di quelli dell'età del Bronzo fino ad epoca romana e medioevale. Il sito di Terragne si discosta dai modelli insediativi caratteristici del Salento, che sembrano previlegiare aree pianeggianti e litoranee con siti anche molto estesi. Terragne evidenzia, inoltre, un’importanza particolare per la probabile presenza di forme di transizione tra Bove selvatico e Bove domestico. Sulla base dei dati palinologici, la zona, durante il mesolitico e poi il neolitico antico-medio, era costituita da un paesaggio aperto, arido, improntato a vegetazione erbacea di steppa a gariga poco rappresentata la vegetazione boschiva.
Con l'inizio del V millennio a.C. le testimonianze si intensificano e si aggiungono quelle della coltura di frumenti.
Secondo lo studio di Paride Tarentini le testimonianze di epoca ellenistico-romana sono piuttosto sporadiche sul pianoro e concentrate nell'area pianeggiante ad Est, tra la base del Monte Terragna. In tale area i reperti più significativi raccolti in superficie indicano una frequentazione dal IV sec. a.C. circa ad epoca imperiale romana.
Al IV sec. sembra risalire un capitello dorico ritrovato.
Alla stessa epoca rimandano rari frammenti di vasi a figure rosse, il più significativo dei quali reca evidenti tracce di figura umana.
La zona è stata abitata nel X secolo ed è citata in atti notarili del 1508 e nella visita pastorale di mons. Bovio del 1565. Fino agli anni ’50 del ‘900 vi si coltivava il cotone. Oggi il quartiere è costituito in prevalenza da case popolari al alta densità demografica, costruite negli anni ’80.
Curiosità. Nella Sala I alla vetrina n. 1 del MarTa sono esposti alcuni oggetti rinvenuti a Terragne, con gli scavi della Soprintendenza del 1988-1991: ansa di grande contenitore decorato a impressione; ciotola decorata a graffito; parete di grande contenitore decorato a impressione; applicazione plastica di protome antropomorfa su orlo di vaso.
Masseria Cuturi nasce nel 1881 con la famiglia Schiavoni Tafuri, la proprietà si estende su 270 ettari e comprende al suo interno una parte del Bosco Li Cuturi, piantato da Federico II di Svevia nel 1100, una zona archelogica Messapica e un piccolo promontorio conosciuto come Il Monte dei Diavoli che sovrasta la proprietà.
Il toponimo è attribuito ad una porzione di terreno nel quale ci sono uliveti e vigneti, molti pascoli e una lecceta, originariamente detta Felline e compare già in atti notarili nel 1507. La Masseria ceduta a censo a Ponte di Donno il 10 aprile del 1560. Nel 1625 passò a Matteo del Prete.
Nel 700 Michele Imperiali comprò tutta la zona, in precedenza suddivisa. Dopo la morte dell’ultimo principe la proprietà amministrativa passò nelle mani dell’amministrazione regia. Una parte riscattata dai Monaci di Aversa, Masseria, cappella e parte dei terreni e la casa del massaro.
Dopo la confisca napoleonica, una parte fu acquistata dagli Schiavoni, proprietà rimasta quasi intatta per secoli, finché pochi anni fa gli eredi hanno venduto la gran parte dei terreni e la masseria stessa.
A questa famiglia è legato l’origine del Vino Primivo di Manduria, infatti, nel 1881 Tommaso Schiavoni Tafuri sposò la contessa Sabini, di Altamura. La nobildonna portò in dote le “barbatelle” di Primitivo (la “barbatella” è una talea di vite innestata), che furono piantate a “Cuturi” nella fertile Conca D’Oro. Ed è qui che nacquero i primi alberelli di Primitivo, il cui vino risultò più alcolico e corposo di altri vini pugliesi, un vero nettare degli Dei. Il nome Primitivo gli venne riconosciuto dalla precocità di maturazione di questa varietà rispetto alle altre.
Cave, sepolcreto di età ellenistica secondo Arcangelo Alessio, e tombe scarse caratterizzano la zona.
I muri di pietra che delineano il bosco alzati riutilizzando i resti dell’antico centro abitato.
La notte precedente alla processione di San Pietro da questo bosco di tagliavano le “stanghe”, veri e propri tirsi, bastoni.