I dialetti sono vere e proprie lingue, cui sono legate tradizioni, cultura e letteratura. Vanno, pertanto, custoditi, come elementi identitari delle Terre del Primitivo.
Descrizione
La particolarità più importante legata alla lingua è a San Marzano di san Giuseppe dove si parla ancora la lingua arbëreshe, anche chiamata albanese d'Italia o italo-albanese È una variante dell'albanese parlata nel sud dell'Albania, da dove provengono coloro che si sono trasferiti in Italia nel corso dei secoli.
Gli arbëreshë sono discendenti degli albanesi che si sono stabiliti in Italia a partire dal XV secolo, provenienti dall'Albania, dall'Epiro e da altre regioni albanesi. Attualmente, ci sono circa 109.550 persone che appartengono a questa comunità.
La lingua albanese in Italia è protetta dallo Stato secondo la legge n. 482 del 15 dicembre 1999.
Non solo l'arbëreshe ma ciascun dialetto è importante nelle Terre del Primitivo. Poesie, testi teatrali, proverbi in vernacolo restituiscono una cultura fortemente identitaria.
Sezione
periodi storici, arte e cultura, società, enogastronomia, natura
Titolo: Giuseppe Gigli e la cultura salentina tra otto e Novecento
Autori: AA.VV. Coordinamento editoriale Vittorio Basile
Data di pubblicazione: 2001
Editore: Filo Editore
Argomenti: Atti del convegno nazionale.
Manduria, 1887 – 1963.
Medico. Ha combattuto nella 1° Guerra Mondiale.
Fu per molti anni direttore della biblioteca comunale M. Gatti. Fu ispettore onorario per la conservazione degli scavi e monumenti, ispettore bibliografico onorario e socio ordinario della Società di storia patria per la Puglia. Tra i suoi scritti ricordiamo gli studi Immigrazioni di Albanesi e Levantini in Manduria e Manduria nel Risorgimento, oltre a numerosi scritti pubblicati su Rinascenza salentina, su la Torretta di Manduria, la Voce del popolo di Taranto e La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari. Appassionato di cultura locale popolare, raccolse in una sorta di Zibaldone, intitolato Robba sbutata, la traduzione in dialetto manduriano di commedie e poesie di autori classici. Tra le commedie adattate ricordiamo La capasa, tratta dall'Aulularia di Plauto e Lu massaru Cricoriu Ruscirusci, tratta da Sior Todero Brontolon di Goldoni.
Curiosità. Gli è stata intitolata una via di Manduria e un Istituto Comprensivo.
Titolo: Lu Scegnu Ritrovato il Fonte Pliniano in Tre Conferenze
Autori: Greco, Michele; Jacovelli, Gianni; Tragni, Bianca
Data di pubblicazione: 1995
Editore: Circolo Cittadino, Manduria,
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Lu Curru
Autori: Terzo Circolo Didattico, Manduria (a cura di)
Data di pubblicazione: 1991
Editore: Pubblicato dall’amministrazione comunale
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Lu illanu e Santu Pietru. Da Bevagna a Casalnuovo
Autori: Emilio Greco
Data di pubblicazione: 1995
Editore: Barbieri
Argomenti: Racconto in vernacolo
Titolo: Liber amicorum. Miscellanea di studi storici offerti a Rino Contessa (Tomo I e II)
Autori: A cura di Giovangualberto Carducci
Data di pubblicazione:
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: La donna. Ieri e oggi. Il vissuto nelle immagini (1880-1945)
Autori: Ist. Tecnico Einaudi di Manduria (a cura di)
Data di pubblicazione: 1996
Editore: Arti grafiche pugliesi, Martina Franca
Argomenti: Storia e Tradizioni
Tegnu n’erva ttaccàta a fàsciu, quant’ete giòvane, ete màsculu, quant’ete vécchia, ete fémmina.
Traduzione: "Ho un’erba legata a fascio, quando è giovane è maschio, quando è vecchia è femmina, perché spinosa.
Che cos’è?"
Soluzione: l'asparago pungente.
Alli toi, alli treti t’aprili, Jat’a cudd’ommu ca mi veni a vitìri.
Traduzione: "Beata quella persona che viene a farmi visita nei giorni due e tre di aprile"
Titolo: Fiori e fiori. Cibi e bevande
Autori: Lamusta Santina - Ditonno Nunzia Maria
Data di pubblicazione: 2018
Editore: Artebaria
Argomenti: Cucina & Enogastronomia
Titolo: Fave e Favelle. Le piante della Puglia Peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione
Autori: Nardone Domenico
Data di pubblicazione: 2014
Editore: Centro Studi Salentini
Argomenti: Storia e Tradizioni
La masseria si trova poco fuori l’abitato di Uggiano Montefusco, frazione di Manduria, e fa parte di un itinerario che propone, in poco più di 8 km, la visita alla Masseria fortificata Le Fiatte, all’ex Abbazia di Santa Maria di Bagnolo (XIII sec.) e alla Masseria Bagnolo. Essa è cinta da muri a secco. E immersa nel paesaggio, tra distese di vigneti e uliveti.
Il sito è vicinissimo all'antico tracciato dell'Appia antica, l'ultimo tratto che collegava Roma e Brindisi, passando l’antica Taranto. Molto probabilmente tutti i soldati, che facevano la spola tra l'Italia e le province, passavano da qui. Addirittura Giulio Cesare e Cleopatra. È ancora visibile la traccia profonda lasciata dai carri nella roccia in contrada Puzzu Uelu, dove è ben riscontrabile un complesso sistema viario a doppia corsia e deviazione, in prossimità di un pozzo scavato nella roccia, miracolosamente salvo, con annessi abbeveratoi per i cavalli e per i soldati. Insomma una "stazione romana".
Il terreno che avrebbe ospitato la masseria entrò nel marchesato Chiurlia a partire dal 1729, tant’è che nel catasto onciario del 1749 non se ne trova menzione. Il primo documento che la cita è del 1811. Concessa in affitto più volte a diversi conduttori, dalla seconda metà dell’800 la masseria diventò di proprietà di Orazio Airò, poi ancora della famiglia Chiurlia e infine della famiglia di Adolfo Tocci.
Attualmente, la costruzione della cantina sociale San Pasquale ha nascosto quella che fu residenza di campagna della famiglia Tocci.
La masseria è composta di una zona ad esclusivo uso del proprietario e di un’altra con gli alloggi del massaro e dei contadini e le curti.
Di proprietà del defunto duca Clodinio, nel 1698 fu devoluta alla Regia Camera, entrata successivamente nel marchesato Chiurli, fu concessa in affitto fino al 1853. Attualmente permane una costruzione non molto antica (fine ‘800 inizi ‘900) con un camino e una cantina sottoposta, che serviva da stalla.
Compare nel catasto onciario di Lizzano del 1749, alla proprietà del R. D. Domenico Tana, leccese, rettore e cappellano del Santissimo Rosario in terra di Lizzano. Affittata e subaffittata per diversi decenni, dopo la metà dell’800 la masseria passò nelle mano di Michele Campo. Attualmente la masseria appare composta da un unico locale con un camino. Una chiesetta continua la costruzione a ponente. Al suo interno si conserva un grazioso altare e sotto le imbiancate a calce si intravedono dei dipinti. Molto interessante è l’acquaio della masseria, uno dei più grandi e ben conservati dell’agro di Lizzano.
Se ne ha notizia a partire dal 1886, quale proprietà integrante il marchesato di Nicola Chiurlia. Ne fu conduttore Francesco Pagano che ne divenne in seguito proprietario lasciandola in successione nel proprio asse ereditario. La masseria è stata demolita in epoca recente.
Se ne ha notizia a partire dal 1749, anno in cui risulta di proprietà di D. Francesco Fedele, sacerdote della terra di Monteiasi. Per molti decenni, nella disponibilità della famiglia marchesale Chiurlia, in epoca napoleonica fu gestita dal cerusico Stanislao Tocci, il quale la concesse in affitto. I fabbricati di Masseria Specchia Vecchia sono stati aboliti in epoca recente. Attualmente si conserva il grandissimo Acquaro a due bocche.
Ve ne è attestazione documentale a partire dal 1658.
Parte integrante del Marchesato Chiurlia figurava al feudo di Lizzano pur essendo di fatto in quello di Monacizzo. Bagnara era una delle masserie con maggiore estensione territoriale, inferiore solo a quella di Porvica.
Con la fine del feudalesimo, a partire dal 1829 la masseria passò alla famiglia Benucci e Perillo che la concessero in affitto a più riprese finché nel 1901 ne divenne proprietario Giulio Tocci. Attualmente è in perfetto stato.
L’androne è selciato con lastre di pietra calcarea.
La denominazione di San Cassiano è riscontrata già nel XIII-XIV sec. Si tratta di una proprietà probabilmente annessa alla Masseria Porvica.
Storica proprietà del Marchese Chiurlia. Fu espropriata nel 1826 e concessa in affitto. Restò di proprietà del Comune di Lizzano fino agli inizi del XX secolo, quando passò in mano private.
Al momento si possono vedere alcuni fabbricati, alcuni rimaneggiati, altri parzialmente crollati.
Sul posto sono stati rinvenuti molti frammenti ceramici di epoca magno-greca.
Anticamente la proprietà coincideva con tutta contrada Mucchio. Fino a circa la metà del ‘700 costituiva un’unica proprietà con masseria San Vito. Passando per diverse mani, dalla fine del 1901 la masseria ebbe come ultimo proprietario Giuseppe Maiorano di Lizzano. Ad oggi la masseria non esiste più essendo stata demolita dopo che era caduta in abbandono.
Se ne ha notizia a partire dal 1602. Fu a lungo in mano alla famiglia Chiurlia finché, nel periodo successivo al periodo della feudalità (1806), l’intero asse ereditario famigliare incontrò la frantumazione in piccole proprietà, tra cui la stessa Masseria Sgarrata.
Attualmente, la masseria è recintata con muretti a secco. Il corpo di fabbrica esposto a Nord è il più recente e reca allo spigolo di levante una statua della Madonna. Tutte le facciate presentano porte e finestre con cornice ad arco. Nel cortile campeggia una cisterna raggiunta con apposite tubature per la raccolta delle acque piovane. Ci sono anche altre costruzioni che dovettero servire da abitazione al massaro e ai contadini.
Lo sviluppo della tenuta, in base a varie documentazioni scritte, risulta segnato, da lunghi percorsi storico-insediativi: epoca neolitica, possibili fasi indigene e poi greco-romane, sino all'età medievale. La Masseria è citata in un atto di procura (anno 1531) e successivo rogito di vendita (anno 1544), con cui la stessa passava dall'antica Abbazia tarantina di San Vito del Pizzo, alla nobile famiglia Aielli.
Dopo aver conservato il nome di tale famiglia, la masseria prese la denominazione di San Vito in onore della cappella del Santo, ivi esistente dal 1500; nel XIII sec. finisce in possesso degli Agostiniani di Manduria, per passare poi, a seguito delle leggi napoleoniche e murattiane contro i privilegi feudali (1808), al Ducato Regio e Pubblico Demanio. La tradizione orale racconta che “Don Alfredo Maiorano” riuscì ad acquistare la Masseria di San Vito, in seguito ad un corposo dono in monete d’oro da parte di alcuni briganti, che vollero in tal modo ricompensarlo per aver dato loro rifugio e sostentamento.
La costruzione passò poi in possesso di Cosimo Lomartire di Sava che la suddivise in lotti: un lotto fu assegnato alla figlia Elena Lomartire. Il recupero della moderna struttura è il risultato della passione profonda, il lavoro continuo e l’impegno costante del Sig. Giuseppe Vagali, coniuge di Lomartire Elena. La masseria oggi è abitata e viva: ossia con un imprenditore agricolo (Giuseppe Vagali, appunto) in attività, desideroso di ricreare l’atmosfera di allegria, musica popolare e genuino divertimento che da sempre ha caratterizzato le notti di “San Vito” facendo sentire, secondo l’antica tradizione contadina, le persone come accolte in famiglia.
In un documento nel 1747 si legge che il Sommo pontefice Giulio II nel 1505 concesse agli abati dell’Abazia di San Vito del Pizzo il previlegio di utilizzare le terre della proprietà della masseria.
Della vecchia struttura resta quasi nulla, poiché nel XIX sec. è stata quasi completamente ricostruita.
Le stalle per gli animali sono al piano terra e dietro c’è la casa del massaro.