La ricchezza dei monumenti e della presenza artistica nel territorio è talmente vasta che va raccontata cercando di scoprire i luoghi e i tesori più nascosti.
Descrizione
Nel cuore del Salento, le Terre del Primitivo custodiscono un patrimonio artistico nascosto, fatto di chiese rupestri, affreschi votivi e cappelle decorate. Gli undici Comuni rivelano la loro bellezza nei dettagli meno appariscenti, spesso ignorati dai percorsi turistici.
Pittori e scultori ma anche maestri scalpellini hanno arricchito con la loro arte le città.
Titolo: Cartapesta sacra a Manduria (secc. XVIII-XX)
Autori: Polito Salvatore Pietro.
Data di pubblicazione: 2002
Editore: Regione Puglia C.R.E.S.C. TA/55 MANDURIA
Argomenti: Storia e Tradizioni
Breve storia della cartapesta e 98 schede relative ad altrettante realizzazioni statuarie, presenti nelle chiese di Manduria e di Uggiano Montefusco. Le schede descrivono il soggetto, l'autore, la datazione, le dimensioni e lo stato di conservazione, la condizione giuridica, e sono corredate da note tecnico-artistiche e da illustrazioni in bianconero. In appendice, poi, vi sono alcune tavole a colori, una bibliografia, e l'elenco dei cartapestai attivi fra XVII e XX secolo.
Titolo: Capricci sulla Jettatura
Autori: Gian Leonardo Marugj
Data di pubblicazione: 2002. Ristampa della seconda edizione del 1815
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Arcipreti e Sacerdoti della Chiesa Matrice di Uggiano Montefusco. Vol. 1 e 2
Autori: Giulio Becci
Data di pubblicazione: 2004
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Secondo il Coco l’origine di questo borgo risale alla fine del secolo XII, quando alcuni abitanti di Casalnuovo (Manduria) si rifugiarono nel luogo dove sorge Uggiano, nel quale sembra che vi fosse stata una dimora di sentinelle o vigili, vigilarum, "posta al confine del principato di Taranto lungo la via Appia". Da lì il nome, Viggiano. Colella nella sua Toponomastica Pugliese sostiene invece che il nome richiami le vigne che si estendono in quantità nei dintorni.
La tradizione vuole che già in età federiciana vi fosse localizzato un castello, ma mancano, purtroppo, attestazioni certe, e la località salentina non è menzionata nello Statutum de reparatione castrorum. Il primo documento che parla di Uggiano è una carta del 1315, dove il re Roberto d’Angiò concede il feudo, il casale con tutte le pertinenze a Costanza Montefusco, vedova del cavaliere Egidio de Fallosa, che già possedeva i casali di Cellino, Parietalto e il territorio di San Marzano. Da allora il paese cominciò ad essere denominato Montefusco, in onore della famiglia feudale. Nel 1949, la Soprintendenza ai Beni Culturali di Taranto, constatando la completa distruzione del monumento, revoca il vincolo che essa aveva posto su tutto il comprensorio del castello. Con la colpevole e forse interessata negligenza sia del proprietario che della Soprintendenza, il castello medievale di Uggiano Montefusco scompare per sempre, sostituito da abitazioni private.
La masseria si trova poco fuori l’abitato di Uggiano Montefusco, frazione di Manduria, e fa parte di un itinerario che propone, in poco più di 8 km, la visita alla Masseria fortificata Le Fiatte, all’ex Abbazia di Santa Maria di Bagnolo (XIII sec.) e alla Masseria Bagnolo. Essa è cinta da muri a secco. E immersa nel paesaggio, tra distese di vigneti e uliveti.
Piccola cappella con copertura a volta a crociera, il un piccolo altare è addossato alla parete frontale, con un quadro che rappresenta il Crocifisso. Al di sopra del timpano, si eleva una croce in ferro.
Prima contrada Baroni, poi largo Sant’Eligio.
Piccola chiesetta con volta a botte.
L'immagine di Sant'Eligio è sulla parete frontale dipinta su una lastra di rame ed inserita in una teca in legno. Sulla destra un’antica acquasantiera a forma di mano.
Il dipinto del santo sarebbe da attribuirsi al pittore manduriano Pietro Stano, e reca in basso la scritta "PS Sant'Eligio 1907"
Probabilmente costruite nel 1700, accanto c’è una colonna dell’Osanna. In passato , nei primi giorni di maggio si svolgeva la fiera del bestiame.
Giulio Becci riporta la relazione del 1729 dopo la visita pastorale del vescovo Labanchi: Visitò questa nella quale trovò l’altare sotto il titolo di Sant’Eligio privo della pietra sacrale e di ogni altro ornamento necessario. Il vescovo diede incarico affinché tutto fosse messo in ordine.
Il Becci riporta anche la relazione di una seconda visita fatta nel1784 dal Vescovo Kalefati: di forma rettangolare con copertura ad archi. Di rimpetto all’unica porta vi è un altare con l’immagine dl Vescovo S. Eligio, S. Filippo Neri e S. Leonardo Confessore. Sulla parete la pittura di S. Gaetano da Thienee dei Santi Vito e Trifone. Non vi è alcuna campanella o sepolcro. Nel documento si fa menzione del fatto che la cappella non avesse nessuna rendita e che si provvedeva alle cose necessarie grazie alle elemosine dei fedeli.
L’olio per le lampade era ogni giorno portato dalla vedova Anna Lucia Rossi del Castello. La nobildonna nel testamento aveva chiesto ai suoi eredi di far consacrare nuovamente la pietra sacra dietro l’altare.
Oggi la facciata appare modificata, la finestrella sopra la porta non è simmetrica, così come non centrato è l’ingresso.
La volta osservata da Becci fa datare la struttura al ‘500 e ipotizza che anticamente era dedicata a San Pietro Apostolo. In effetti nella relazione della visita pastorale di Bovio nel 1565 se ne fa riferimento.
Oggi non ci sono affreschi.
A Uggiano si festeggiava il 13 dicembre (giorno della consacrazione del Santo) e poiché veniva considerato protettore degli animali era consuetudine tenere in quei giorni una fiera equina.
A largo sant’Eligio, lasciata dai Padri Passionisti alla fine della loro missione. La colonna con nicchia sorregge la croce.
Sulla croce un tempo si leggeva la data della missione, ma a causa di un incidente venne distrutto e ricostruita
È una cappella che dista qualche isolato dalla Chiesa Madre ed è dedicata al Santo Patrono di Uggiano, San Nicola, festeggiato l'8 e il 9 ottobre. Recentemente restaurata ad opera dell'Architetto francavillese Mario Passaro con due interventi separati di impermeabilizzazione delle coperture e asportazione di incrostazioni dai prospetti, in questa cappella viene celebrata la "Novena".
Ai tempi del terremoto del febbraio 1743 per esempio funse da parrocchia a causa del crollo della medievale Chiesa Matrice. La tradizione, poi, tramanda l’usanza secondo la quale visitare il Santo nei giorni della sua festa (8 e 9 ottobre) da parte delle giovani ragazze, garantiva l’esaudimento delle proprie aspirazioni in merito all’uomo da sposare.
Nel 1961 sono state eliminate le due colonne all’ingresso e gli scalini che erano utilizzati dai cittadini che qui si incontravano. Il dislivello venne appianato per consentire alla statua di essere portata fuori in sicurezza.
Durante i lavori venne trovata una sepoltura. Fino al secolo scorso il camposanto degli uggianesi era il borgo o la chiesa.
Tre spighe di grano stemma civico di Uggiano e simbolo di fecondità della terra e del prodotto agricolo più diffuso a Uggiano. Antico stemma fino al dicembre del 1816 quando, a causa della legge sul riordino dei comuni promulgata da Ferdinando I di Borbone, il piccolo casale divenne.
Le stemma è stato restaurato/rifatto durante i lavori di restauro. In alto si legge la data 1719, anno della ricostruzione.
La cuspide richiama la trinità. In alto una croce, ai lati due piccole piramidi.
Sulla campanella: Trani, 1891.
Il primo documento che fa riferimento alla chiesa risale al 1629: una visita pastorale.
Si racconta che essendosi logorata la vecchia la statua ne fu ordinata una nuova a Lecce e l’artista incaricato ne aveva già una pronta che raffigurava Sant’Agostino in paramenti latini e che era stata commissionata dagli Agostiniani di Manduria. Questi, però avevano rifiutato il lavoro ultimato non ritenendolo corrispondente all’immagine, così gli uggianesi rilevarono la statua alla quale fecero fare le giuste modifiche. Ecco perché il santo indossa abiti romani e non orientali. Il libro delle confessioni divenne il libro del Vangelo e su di esso vennero appoggiate le tre sfere d’oro (riferimento alle tre fanciulle aiutate dal Santo, ma anche simbolo di Trinità con riferimento alle dispute sostenute da San Nicola al concilio di Nicea. Ai piedi della statua la tinozza con i tre bambini: Secondo una prima versione, il fatto sarebbe accaduto mentre Nicola si recava al concilio di Nicea. Fermatosi ad un'osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l'oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l'oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel "pesce". L'oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l'oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.
È una cappella che dista qualche isolato dalla Chiesa Madre ed è dedicata al Santo Patrono di Uggiano, San Nicola, festeggiato l'8 e il 9 ottobre. Recentemente restaurata ad opera dell'Architetto francavillese Mario Passaro con due interventi separati di impermeabilizzazione delle coperture e asportazione di incrostazioni dai prospetti, in questa cappella viene celebrata la "Novena".
Ai tempi del terremoto del febbraio 1743 per esempio funse da parrocchia a causa del crollo della medievale Chiesa Matrice. La tradizione, poi, tramanda l’usanza secondo la quale visitare il Santo nei giorni della sua festa (8 e 9 ottobre) da parte delle giovani ragazze, garantiva l’esaudimento delle proprie aspirazioni in merito all’uomo da sposare.
Nel 1961 sono state eliminate le due colonne all’ingresso e gli scalini che erano utilizzati dai cittadini che qui si incontravano. Il dislivello venne appianato per consentire alla statua di essere portata fuori in sicurezza.
Durante i lavori venne trovata una sepoltura. Fino al secolo scorso il camposanto degli uggianesi era il borgo o la chiesa.
Tre spighe di grano stemma civico di Uggiano e simbolo di fecondità della terra e del prodotto agricolo più diffuso a Uggiano. Antico stemma fino al dicembre del 1816 quando, a causa della legge sul riordino dei comuni promulgata da Ferdinando I di Borbone, il piccolo casale divenne.
Le stemma è stato restaurato/rifatto durante i lavori di restauro. In alto si legge la data 1719, anno della ricostruzione.
La cuspide richiama la trinità. In alto una croce, ai lati due piccole piramidi.
Sulla campanella: Trani, 1891.
Il primo documento che fa riferimento alla chiesa risale al 1629: una visita pastorale.
Si racconta che essendosi logorata la vecchia la statua ne fu ordinata una nuova a Lecce e l’artista incaricato ne aveva già una pronta che raffigurava Sant’Agostino in paramenti latini e che era stata commissionata dagli Agostiniani di Manduria. Questi, però avevano rifiutato il lavoro ultimato non ritenendolo corrispondente all’immagine, così gli uggianesi rilevarono la statua alla quale fecero fare le giuste modifiche. Ecco perché il santo indossa abiti romani e non orientali. Il libro delle confessioni divenne il libro del Vangelo e su di esso vennero appoggiate le tre sfere d’oro (riferimento alle tre fanciulle aiutate dal Santo, ma anche simbolo di Trinità con riferimento alle dispute sostenute da San Nicola al concilio di Nicea. Ai piedi della statua la tinozza con i tre bambini: Secondo una prima versione, il fatto sarebbe accaduto mentre Nicola si recava al concilio di Nicea. Fermatosi ad un'osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l'oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l'oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel "pesce". L'oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l'oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.
È una cappella attigua alla Chiesa Madre e risale al 1749. Comunica con la chiesa principale ed è sede dell’omonima confraternita, e da questa fortemente voluta.
A navata unica a tre campate, molto semplice e priva di stucchi. Volta a stella con 4 punte
La campana pregevolmente fregiata, davanti in rilievo, la Madonna con il bambino e al lato destro l’iscrizione: IN TE DOMINE SPERAVIT NON CONFUNDAT IN AETERNUM. Dietro la figura di San Nicola con la mano alzata (1961).
Dedicata alla Madonna Assunta, fu costruita su una precedente piccola chiesetta nel 1794 e finanziata dalla piccola comunità ma soprattutto da Marianna Giannuzzi che diede 725 ducati, cioè il reddito di un intero anno. Tarentini parla di 500 ducati, il Becci 725, 425 dice Bentivoglio.
Originariamente dedicata a Santa Maria del Campo Verde e doveva seguire lo stile romanico e molto probabilmente l’ingresso/facciata era rivolto e est. Ma a causa dell’incuria molti erano i danni nel 1780.
Forse a causa del famoso terremoto.
La sede fu scelta proprio per la piccola sopraelevazione del sito e doveva dominare sul piccolo borgo, senza, però superare l’altezza del castello. Solo dopo il restauro del 1794 l’altezza della chiesa superò quella del castello, evidentemente il potere era passato di mano.
Durante i lavori le funzioni vennero celebrate nella cappella di San Nicola. Nel 1900 la chiesa fu ingrandita. Venne sfondato il muro a nord e se ne ricavò l’attuale abside. Allo stesso periodo risale la piccola cantoria.
A navata unica decorata con stucchi.
Oltre all’altare maggiore del 1919 ci sono l’altare di San Nicola di Mira (a d.) e l’altare del Sacro Cuore di Gesù a s.
Nell’abside ci sono 4 nicchie che ospitano statue in cartapesta leccese: Madonna del Rosario, Sant’Antonio da Padova, Immacolata e Addolorata.
Nella nicchia sotto l’altare del sacro Cuore di Gesù, il Cristo Morto.
La chiesa venne ingrandita nel 1900 per venire in contro all’aumento demografico.
Conserva belle tele dei fratelli Bianchi (pittori manduriani del settecento). Suggestivi sono gli affreschi del pittore manduriano Ettore Marzo che, negli anni sessanta del Novecento, quando furono eseguiti interventi strutturali nella chiesa, la impreziosì ancor più.
Oltre ai Quattro Evangelisti, particolarmente interessante e l'immagine raffigurante San Pietro che sembra posare i piedi sulla sabbia ed ha sullo sfondo una marina, richiamando all'attenzione la spiaggia di San Pietro in Bevagna, luogo di sbarco in Italia del Santo.
La campana del 1679 rimossa e fusa nel 1941.
La tela dell’Ultima cena di Pasquale Bianchi è una delle ultime opere del pittore che la eseguì a 73 anni, così come la Crocifissione. In quest’ultima opera il pittore venne probabilmente aiutato dal padre, ormai anziano, e il figlio Giuseppe.
Nella tela di San Nicola di Pasquale Bianchi si nota la chiesa madre e il castello di Uggiano.
l nome Monaci deriva dai Monaci Benedettini, che a partire dall’anno mille avevano reso quest’area una fabbrica del sale. L’acqua marina si depositava durante le mareggiate in una depressione naturale. Per migliorarne lo sfruttamento, i monaci tagliarono la roccia creando un canale di scorrimento e regolazione dell’afflusso di acqua, e realizzarono edifici per la lavorazione ed il deposito del sale, oltre ad una torre di guardia e ad una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Carmelo.
I Magazzini sono un complesso con volta a botte di 3 locali piuttosto ampi (misurano 25×8 mt). La Cappella si trova a poche decine di metri dal complesso dei magazzini e conserva ancora la volta originaria, le pareti son affrescate. La Torre ha base quadra e tronco piramidale.
Negli anni che vanno dalla fine del 1800 agli anni ’40 si proposero interventi di bonifica per il problema della malaria, qui particolarmente diffusa. Per fortuna gli interventi furono minimi, e non compromisero la Salina e i suoi panorami.
A partire dagli anni ’60 la Salina fu oggetto di pesanti interventi di speculazione edilizia e sviluppo turistico incontrollato. Furono distrutte dune e importanti distese di macchia mediterranea, le falde furono inquinate, la salina fu persino utilizzata come campo di calcio estivo. A ciò si aggiunse la nefasta presenza dei bracconieri.
Gli anni successivi rappresentarono un’inversione di rotta, una nuova sensibilità ambientale e l’impegno delle istituzioni portarono ad interventi a tutela della zona e all’istituzione, nel 2000, dell’Area protetta delle saline di Torre Colimena, dal 2010 inserita nell’elenco delle aree protette italiane.
La statua della Madonna del Mare si trova a circa mezzo miglio dalla costa, a 17 metri di profondità nei fondali di Torre Colimena, in direzione sud-sud-est. Fu collocata nell’ottobre del 2008, dal Corpo Carabinieri Subacquei, una statua bianca della Madonna in seguito a un progetto proposto dal Gruppo Subacquei Alfa A.P.S. MADONNA DEL MARE DI AVETRANA. La Madonna del Mare si festeggia con un rito suggestivo l’ultima domenica di luglio. Oltre a processioni, canti ed inni, viene deposta, alla base della statua, una teca contenente alcune frasi che i credenti del posto rivolgono alla Madonna.
La prima pietra è stata posta da mons. Armando Franco il 12 agosto 1990 e mons e il vescovo Marcello Semeraro l’ha consacrarla, quando i lavori furono terminati, il 6 agosto 2000.
La chiesa dell’Annunciazione si presenta come un edificio imponente ma snello. un’unica navata, ampia e luminosa, che termina con l’area del presbiterio, al quale si accede attraverso quattro ampi gradini. L’altare, l’ambone e il battistero sono stati collocati negli anni 1993-94, mentre negli anni successivi sono state realizzale le vetrate da Francesco Selvaggi, artista del vetro e della luce:
La vetrata della foto 1 raffigura l’“Annunciazione dell’Angelo a Maria. Nella stessa parete altre due vetrate artistiche realizzate nel 1999, raffigurano la “Nascita di Gesù” (foto 2) e la “Resurrezione” (foto 3).
Francesco Selvaggi ha altresì realizzato (2009-2010) le ventitré vetrate artistiche che «si sgranano come i grani del Rosario lungo le pareti dell’unica navata» e raccontano le vicende terrene della Vergine Maria fino alla sua proclamazione di Madre della Chiesa.
“La nascita di Gesù” (foto 4), “L’incontro con i pastori” (foto 5), “L’incontro con i Magi” (foto. 6), “La fuga in Egitto” (foto 7), tanto vicine al tempo liturgico che il mondo cattolico sta vivendo.
Nel 1092 San Piero fu ceduta si monaci Benedettini di Aversa, i quali vi stabilirono la loro comunità.
Dal punto di vista religioso essi diedero impulso al culto di San Pietro ed i pellegrinaggi aumentarono a tal punto che si cercò i organizzarli in periodi prestabiliti. Anche sul piano economico la loro presenza fu efficace. Nel 1172 acquistarono la Salina di Torre Colimena da Guglielmo il Buono. Nello stesso anno si attesta la presenza di un mulino nel fiume Bevagna.
Il convento venne soppresso e quindi abbandonato ai primi dell’800
Torre costiera anti-saracena, annessa alla chiesa di San Pietro, situata in Piazza delle Perdonanze in pieno centro di San Pietro in Bevagna, la marina di Manduria. Comunica ad est Torre Colimena, ad ovest con Torre Borraco, a nord con Torre la Marina.
Ha una singolare pianta a stella con quattro punte, detta "a cappello di prete", unica insieme a torre Santa Sabina e a torre della tonnara di Cofano. La torre è stata donata nel 1092 da Ruggero d'Altavilla ai monaci dell'Abbazia di San Lorenzo di Aversa, che tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo vi costruirono una chiesa dai caratteri neogotici. Nel 1578 la Regia Corte espropria la torre ai benedettini di Aversa con una somma di 807 ducati e viene ceduta alla diocesi di Oria come dimora del rettore del santuario nel 1845 da Francesco II delle Due Sicilie. Diviene di proprietà demaniale nel 1860 con l'incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d'Italia, per poi essere ceduta al comune di Manduria quarant'anni dopo. Nel corso degli scavi archeologici eseguiti nel 2004 sono stati riportati alla luce sepolture di epoca bizantina e reperti numismatici, facendo supporre l'esistenza di una precedente cripta ipogea al di sotto della chiesa. Presenta una facciata a capanna con portale lunettato contenente uno stemma papale in bassorilievo e sormontato da una finestra e altri due stemmi ai lati di essa, per poi terminare con un piccolo campanile a vela sulla cima. L'interno è costituito da un'unica navata con l'altare ricavato nella torre.
La tempera ottocentesca, commissionata da un devoto di Copertino, è stata solo restaurata dall’artista calabrese Francesco Antonio Lupo,
La tempera rappresenta i tre Santi che, secondo la tradizione, sbarcarono sul lido di Bevagna intorno al 44 d.C., battezzando e operando la conversione al cristianesimo delle genti pagane qui residenti.
Sono presenti tre iscrizioni, databili al sec. XIX: la prima è collocata sul lato sinistro del dipinto, a mezza altezza, e recita: “Restaurare fecit Rector Augustinus Subcentor Guarini Anno D. 1852 m. Junii D. 19”; sul lato destro, sempre a mezza altezza, c’è una seconda iscrizione, della stessa mano della precedente, che recita “Pictor Franciscus Lupo”. Infine, appena leggibile, sul lato destro della tempera, si individua una terza iscrizione, stesa da una mano diversa dalle altre due e più antica, che recita: “Angelo Lezzi da Copertino per suo voto e divozione”.
Il santuario è dedicato a San Pietro Apostolo.
Fu edificato su una torre di avvistamento di epoca medievale.
Secondo la tradizione sorse nel luogo lì dove si diceva che l'Apostolo Pietro fosse sbarcato con gli Apostoli Andrea e Marco nel 44 d.C.
Il santuario è al centro dell’importante rito cristiano delle “Perdonanze”, per mezzo del quale si possono ottenere indulgenze. Il rito viene celebrato tre il 2 e il 3 di aprile di ogni anno.
Ancora più suggestiva e antica è il rito della processione. I pellegrini partendo da San Pietro arrivano a Manduria a piedi e per tutto il tragitto si susseguono canti, preghiere e invocazioni. Alcuni pellegrini, in segno di penitenza trasportano pesanti tronchi di alberi
Su questo pellegrinaggio esistono svariati filmati, uno in particolare è degno di nota poiché fu registrato negli anni ’30.
Sulla controfacciata della chiesa, sopra la cantoria, si può ammirare Santa Cecilia, prorettrice di musicisti, mentre regge un organetto. Introno musici con violini, cetre e trombe.
La pittura è stata realizzata da PP. Salinaro nel 1954
Semplice, lineare a fatta con conci di tufo, come nella tradizione popolare, non se ne conosce la datazione.
All’interno tre affreschi molto sbiaditi: deposizione di Cristo con a s. Maria di Magdala che accarezza il corpo di Gesù e dietro Maria, madre di Gesù, semisvenuta, sotterra da Maria di Cleofa; Sant’Antonio con il bambino seduto sul libro. Alle spalle del santo si nota una chiesa con un campanile e la sagoma di una serie di alberi; sacra famiglia. A d. San Giuseppe che tende la mano a Gesù in piedi. A s. Maria, ma l’immagine è quasi scomparsa.
Leggenda: gli anziani di Fragagnano ricordano che un loro compaesano veniva di notte, tormentato da una voce che gli rivelava l’esistenza, nei sotterranei della cappella, di una capasa piena di ori che avrebbe arricchito colui che fosse stato in grado di ritrovarla. L’uomo incuriosito chiese dove fosse l’acchiatura, ma la voce gli disse che il posto gli sarebbe stato svelato solo a condizione che lui, di notte, lasciasse una bambina in fasce sull’altare della cappella, solo il tempo di prendere quel tesoro; non gli veniva promesso, però, che al ritorno l’avrebbe trovata. Credendosi furbo portò un bambino di 5/6 anni, la capasa la trovò, ma piena di cenere. Dopo essere fuggito con il bambino quella voce tornò a tormentarlo, rimproverandolo per non aver rispettato le condizioni e quindi l’incantesimo sciolto per sempre.
Con ogni probabilità, il palazzo fu costruito agli inizi del ‘700, considerato che l’allora barone di Fragagnano, Francesco Maria dell’Antoglietta, acquisì il titolo di marchese nel 1701 e stabilì, in seguito, la sua dimora proprio in questo edificio. La parte più antica della costruzione è composta da due vani, con volta a crociera stellare, che guardano all’esterno mediante due finestre in carparo, decorate con stemmi e tralci di vite. Agli inizi dell’’800 il palazzo fu abitato dai marchesi Agustini-Dell’Antoglietta, ma solo nel piano inferiore. Il piano nobile fu aggiunto in seguito, con la creazione di un granaio coperto da tegole.
Venne accorpato anche un nuovo edificio, ospitante delle stalle e una cucina con un grande camino al primo piano. Oggi il complesso è di proprietà comunale.
Le prime notizie storiche relative al palazzo risalgono al 1487, anno in cui il cespite entrò nel testamento dell’allora barone di Fragagnano, Cola Mattia Dell’Antoglietta. L’edificio, fortificato e dotato di una torre, fu probabilmente eretto per contrastare gli assalti dei predoni locali e dei pirati che dal mare si spingevano sino al l’entroterra. La torre, a base quadrata, si addossa all’edificio
rinascimentale, più volte architettonicamente rivisitato. A tal punto che alla torre originaria potrebbe esserne stata affiancata un’altra successiva, per conferire all’intero complesso l’aspetto di una dimora palazziata, come era uso nel Cinquecento in Terra d’Otranto. Pregevoli sul lato occidentale del palazzo una statua di Sant’Irene sul cornicione e i fregi che incorniciano le due finestre del piano superiore.
La chiesa fu edificata nel 1911, laddove ne pre-esisteva un’altra probabilmente antecedente al 1779, anno di fondazione della Confraternita della Madonna del Carmelo che le dà il nome. La facciata, sobria ed elegante, è di gusto neoclassico, fregiata da quattro lesene e altrettanti capitelli di tipo corinzio. L’interno, disposto su un’unica navata con cappelle laterali non comunicanti tra loro, ospita un pulpito in legno e una teoria di santi carmelitani, con la Vergine del Carmelo al centro della cupola presbiteriale, nell’atto di porgere lo scapolare della Confraternita alle anime del Purgatorio.