Evoluzione urbanistica
- Titolo
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Evoluzione urbanistica
- Descrizione
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I centri urbani dei Comuni delle Terre del Primitivo hanno subito nel corso dei secoli cambiamenti e ampliamenti. Tracce di periodi antichi (come in Via del Fossato a Manduria in cui si possono ammirare mura messapiche o l' area archeologica dello stesso periodo in Piazza Lorch a Oria) e testimonianze del periodo medievale resistono accanto ai begli esempi di architettura successiva (dal Cinquecento al Novecento).
Antiche mappe aiutano a comprendere l'evoluzione del territorio.
- Sezione
- periodi storici, siti archeologici, società,
Contenuti
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Contrada GuardiolaLa contrada si colloca a destra della provinciale Manduria - San Pietro in Bevagna, a circa 6 chilometri da Manduria e a km. 1,500 a S-O del Monte dei Castelli. Nel 1963 fu scoperta e recuperata dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto una tomba con relativo corredo composto da una trozzella e un aryballos. La trozzella presenta corpo globulare, collo breve e largo a tronco dì cono, con ampia imboccatura; piede piccolo e basso; anse a nastro formanti un angolo ottuso, prive di trozze. L'aryballos è di tipo mesoconrizio. La Forti data la deposizione intorno al primo terzo del VI sec. a.C.
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Contrada PiacentiniLa località si colloca a circa 5 chilometri a Sud di Manduria ed a 600 m. a S-O del Monte dei Castelli. Nel 1903, presso la masseria omonima, oggi distrutta, furono rinvenute, due iscrizioni pubblicate dal Ribezzo prima e dal Parlangeli poi. La prima è su un frammento trapezoidale di lastra tufacea, che il Parlangeli ipotizza tra il III ed il II sec. a.C.. Si leggono due parole,: artas varetis. La seconda, rinvenuta assieme alla prima, si trova incisa sulle scanalature di un tamburo di colonna, che il Parlangeli ipotizza facesse parte di un tempio. L'iscrizione si compone di tre parole: tizao plaratames donrato.
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Insediamenti nel Bosco CuturiBosco Cuturi si colloca a circa sei chilometri da Manduria, a Sud del Monte dei Castelli. Gran parte dell'area boschiva si è sviluppata su antiche cave, cui sono probabilmente da collegare le carrarecce, poco profonde, che attraversano il bosco in più punti, provenendo da direzioni diverse. Ripetuti scavi clandestini hanno rivelato la presenza, all’'interno del bosco, di due aree archeologiche. La prima si colloca nei pressi del muro di confine prospiciente la masseria omonima; presenta blocchi da costruzione in pietra carparo, divelti dal loro sito originario, tegolame frammentato e numerosi mattoni in argilla. La seconda area archeologica si colloca a circa 400 metri dalla precedente, tra il muro di confine posto a N-O e la strada provinciale Manduria-S. Pietro in Bevagna. In quest'area i continui interventi dei clandestini hanno messo in luce numerose tombe scavate nel banco roccioso. Alcune presentano forma rettangolare e dimensioni variabili. Nei pressi o all'interno di alcune tombe sono ancora visibili i resti dell'originaria copertura, costituita da lastre in pietra e carparo locale.
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Masseria CampanellaNel 1977, durante i lavori agricoli a breve distanza da Masseria Campanella, vennero alla luce i resti di un insediamento neolitico. L'area interessata si colloca a circa 3 chilometri a Sud del centro urbano di Manduria. I reperti individuati in superficie attestano la presenza di un villaggio di capanne, del quale si sono recuperati resti di intonaco argilloso recante tracce di paletti e canne. Trovati, inoltre, frammenti di ceramica impressa, incisa e graffita con motivi piuttosto comuni nella produzione vascolare neolitica, quali unghiate, punzonature, zigzag, linee oblique, rette parallele, triangoli riempiti a reticolo. Non si segnala ceramica dipinta, mentre risulta recuperata un’ansa a rocchetto tipo Diana. L'industria litica, non molto abbondante, mostra frammenti di strumenti di selce ed alcune lamelle di ossidiana; è presente inoltre la pietra levigata. Il Neglia colloca la frequentazione dell'area intorno alla metà del V -inizi IV millennio a.C.
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Masseria delle MonacheMasseria delle Monache si colloca a circa tre chilometri a S-E del centro urbano di Manduria. Durante i lavori di sterro per l'apertura di una cava di materiale nella zona limitrofa sono venuti alla luce resti archeologici, che un intervento della Soprintendenza Archeologica di Taranto ha messo in sicurezza. Fondamenta in pietra carparo di probabili edifici, tuttora in sito, e altri blocchi da costruzione sono sparsi intorno, divelti dal loro assetto originario. La ricognizione dell'area ha evidenziato la presenza di abbondante tegolame, frammisto a mattoni in argilla rossastra; sono stati inoltre individuati resti di anfore, scorie di ferro e di piombo ed alcuni frammenti vitrei. Tra i numerosi resti vascolari sparsi in superficie si segnalano rari frammenti di ceramica a vernice nera di età ellenistica e numerosi resti di ceramica a vernice nera su pasta grigia, databili intorno al II-I sec. a.C. Ben rappresentati risultano i resti di epoca imperiale romana, costituiti da frammenti di ceramica aretina e da numerosi cocci in terra sigillata di difficile attribuzione tipologica.
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Insediamento AcquasantaraIn contrada Acquasantara, durante lavori agricoli effettuati nel 1989, vennero alla luce resti archeologici. L'area interessata si colloca a circa 4 chilometri a Sud di Manduria, è coltivata prevalentemente a vigneto e si presenta leggermente rialzata rispetto ai terreni circostanti. L'indagine di superficie ha permesso di individuare, sparsi su circa 2.000 mq. di terreno, numerosi frammenti di tegole, mattoni, anfore, pithoi, pietre macine e scorie ferrose. Su un basso muretto di confine, posto ad Ovest, si sono notati numerosi blocchi da costruzione in pietra carparo, perfettamente squadrati, recanti spesso incavi e modanature. Da tale muretto provengono un rocchio di colonna in pietra carparo, decorato con reticolo di rombi incisi, ed alcuni resti di pavimento su cocciopesto a tessere quadrangolari. Recuperalo alla base dello stesso muretto anche un capitello in pietra tenera, decorato con fascia di rettangoli contrapposti incisi. Le classi ceramiche, individuate in superficie, attestano una frequentazione dell'area dal IV sec. a.C. ad età imperiale romana. Al IV secolo rimandano, in particolare. alcuni resti di vasi a figure rosse, tra i quali si distinguono pareti di forme aperte decorate con spirali o palmette e un orlo di cratere apulo col tipico ramo d'alloro, a larghe foglie. Sono stati inoltre recuperati fondi e pareti di vasi a vernice nera e a vernice nera su pasta grigia, che si potrebbe datare, solo in maniera generica, tra il IV-III ed II-I sec. a.C. Ben documentate risultano, infine, le ceramiche di epoca romana imperiale.
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Contrada CurticauriLa contrada Curticauri si colloca a circa cinque chilometri a Sud di Manduria, a breve distanza dal Monte dei Castelli. In questa località, secondo un carteggio compilato da M. Greco e custodito nella biblioteca Marco Gatti, fu rinvenuta nel 1940 un'iscrizione, insieme a numerosissima quantità di cocci, pezzi di mosaico a tasselli bianchi, avanzi di filtri di piombo e frammenti di comici con fregi e rosette e un frammento di cippo o di colonna in carparo in cui sono incise su tre linee le seguenti lettere ΓΟL. O. MENERVA AIV A. Il Ribezzo la interpreta come un cippo e scrive: «L'iscrizione di Curticauri è di notevole importanza perché latina arcaica e solo di poco posteriore all'occupazione romana del 241 a.C.». Interpreta l’iscrizione come una formula arcaica di matrice messapica «Apollonii» e MENERVA. Interpreta, poi, AIV A con ANA con una divinità illirica. Paride Tarentini riferisce che il cippo è conservato nella biblioteca comunale «Marco Gatti» di Manduria.
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Masseria e jazzo MaserinòSepolcreto messapico, insediamento rupestre Le cave hanno tagliato parte di una vasta necropoli, testimoniata dalla presenza di numerose tombe profanate, particolarmente frequenti nelle aree risparmiate poste a Nord e ad Est della cava limitrofa a Masseria Maserinò. Le sepolture sono del tipo a fossa semplice, scavata nella roccia. Su alcuni speroni di roccia risparmiati dalla cava compaiono 12 grandi sepolture scavate nel banco roccioso, tipologicamente costituite da fossa e controfossa. L'opera devastatrice dei clandestini risulta ancora oggi particolarmente intensa e sistematica. Accanto alle numerosissime tombe profanate, compaiono spesso avanzi ossei e ridottissimi frammenti vascolari appartenenti all'originario corredo funebre costituito da vasi acromi e a vernice nera. La documentazione archeologica sinora recuperata pur non essendo sufficiente per inquadramenti cronologici precisi, consente comunque una generica datazione del sepolcreto tra il V ed il IV -III sec. a.C. All'interno dello lazzo Maserinò, sul margine Ovest dell'area cavata, vi era fino agli anni ‘90 un insediamento in grotta. L'impianto si presentava formato da quattro grotte; delle tre affiancate, due erano intercomunicanti e sì affacciavano su uno spiazzo, al quale si accede per due carreggiate ancora visibili, con solchi carrai profondi cm. 25.
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Lu ggiurnu di li parmi 'nzignalatuTesto dall'archivio di Alfredo Maiorana
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LE AREE NATURALISTICHE: CHIDROIl Chidro è il fiume più importante della zona nonostante la sua lunghezza di poco più di 10 km, sfocia nei pressi di San Pietro in Bevagna, poco più a sud di Maruggio e poco distante dalla Provincia di Lecce. Il nome è chiaramente di derivazione greca, forse dalla crasi tra χεον ύδωρ, acqua corrente. Il fiume Chidro, sebbene breve nel suo corso, ha rappresentato per secoli una risorsa di grande valore economico e strategico grazie alla sua abbondanza di pesce. Questo lo rese oggetto di desiderio e contesa tra ordini religiosi, nobili casati e famiglie locali. Durante il periodo feudale, il possesso del Chidro era attribuito ai monaci Benedettini di Aversa, ma il diritto di pesca — considerato estremamente redditizio — passò successivamente a diverse famiglie nobiliari. I Bonifacio ne esercitarono il controllo nel 1557, seguiti dai Borromeo, dagli Spinola e infine dagli Imperiali, che mantennero questo privilegio fino al 1782, anno dell’estinzione della loro casata. Numerosi documenti storici legati alla località di San Pietro in Bevagna testimoniano l'importanza di tale diritto di pescagione. La ricchezza del Chidro fu anche all’origine di conflitti, come quello tra i Benedettini e il principe di Francavilla Fontana, che ambiva a esercitare lo stesso privilegio. Tali dispute sottolineano quanto fosse ambito il controllo di questo corso d’acqua. Nel 1839 il fiume fu acquistato dalla famiglia Schiavone, che ne mantenne sia la proprietà che il diritto di pesca per circa un secolo, fino a quando, con l’emanazione di una legge sulla regolamentazione delle acque, l’uso privato del fiume venne definitivamente interrotto. Oggi il Chidro conserva la sua importanza come bene naturalistico e storico, testimone silenzioso di un passato in cui le sue acque limpide rappresentavano una vera ricchezza per il territorio. Attorno al fiume Chidro, luogo di grande fascino naturalistico, si intrecciano da secoli credenze popolari e racconti di fede. Tre antiche leggende legano questo luogo al passaggio di San Pietro Apostolo, trasformando il piccolo corso d’acqua in un punto cardine della memoria religiosa del Salento. - La conversione di Fellone e il miracolo delle acque La prima e più nota leggenda narra che San Pietro, in viaggio verso Roma, giunse sulle coste di San Pietro in Bevagna nel 44 d.C., dopo un naufragio causato da un violento vento di scirocco. Accolto dal signore del vicino villaggio di Felline, di nome Fellone, l’apostolo lo convertì al cristianesimo. Il battesimo avvenne nelle acque torbide del fiume Chidro, che miracolosamente si trasformarono in acqua limpida e rigenerante. Fellone, affetto da lebbra, guarì all’istante. Secondo la leggenda, San Pietro avrebbe poi proseguito il suo cammino evangelizzando e guarendo gli abitanti del Salento, fino a raggiungere Oria e altre città, per infine salire a Roma. - Le “Lacrime di San Pietro” Un’altra leggenda racconta che San Pietro, colto dal rimorso per aver rinnegato Gesù, si raccolse in penitenza nei pressi del Chidro. Attraversando il fiume, pianse a lungo, e le sue lacrime si trasformarono in piccole conchiglie, poi chiamate “Lacrime di San Pietro”. Gli abitanti del luogo, considerandole reliquie, le raccoglievano con devozione, vedendovi il segno tangibile del dolore e del pentimento del Santo. - Il segno della croce e la distruzione dell’idolo Un’ultima e più rara leggenda narra che nei pressi del Chidro sorgeva un’idolatra statua di Zeus. Alla sua vista, San Pietro si fece il segno della croce e, per miracolo, la scultura si frantumò. In questo gesto simbolico di vittoria sulla religione pagana, si apre il cammino alla cristianizzazione del luogo: proprio lì avrebbero avuto luogo i primi battesimi dei fedeli locali.
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L'ARTE DELL'INTRECCIO: I PANARIQuando si parla di boschi associamo subito la naturalezza del luogo ma anche i doni che madre natura fornisce: erbe spontanee e funghi soprattutto. E cosa usiamo per raccogliere questi fantastici doni? I panari, contenitori areati in materiale naturale e creati da artigiani che mantengono la memoria storica dell'arte dell'intreccio. Ne abbiamo parlato con Antimo Calò il cestaio, che possiede una bottega a Uggiano Montefusco. “Ciao, e grazie per questa intervista. Mi chiamo Antimo Calò e mi occupo di creare "panari e cannizzi" da più generazioni anche se è un mestiere in via di estinzione. Ci sono alcuni miei “colleghi” a Oria, Lecce e Mesagne ma siamo ormai pochi artigiani che si occupano di queste creazioni. Un tempo venivano usati per la raccolta di olive ma anche come forme per il formaggio ricotta, ora vengono usati prevalentemente come cesti per raccolta funghi ma anche per addobbare case e allestire spazi (nelle masserie ad esempio). La creazione di un cesto non è semplice e richiede pazienza e amore per la natura: tutto parte innanzitutto dalla conoscenza degli arbusti, dove trovarli e dalla raccolta e successivo taglio, bollitura e levigazione ed infine essiccazione dei filamenti di giungo, ulivo o mirto. Mi risulta difficile spiegare tutte le tappe per la realizzazione del prodotto finale, l’intreccio avviene secondo una modalità che sarei contento di mostrarvi dal vivo”
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Area Archeologica de “Li Castelli”L’insediamento de Li Castelli, a circa cinque chilometri a Sud del centro abitato di Manduria, a sinistra della strada provinciale che porta al Santuario di S. Pietro in Bevagna, su un colle, detto Monte Li Castelli, alto 112 posto su un pianoro nell’entroterra di Manduria, ha restituito, oltre alle tracce di una originaria frequentazione risalente all’età del ferro, resti di tre cinte murarie databili a partire dal VI secolo a.C., dell’abitato e della necropoli di IV-III secolo a.C., insieme ad un complesso ellenistico con connotazioni cultuali, sito a sud-ovest della cinta più interna. Le più antiche testimonianze di strutture connesse a cerimonie di tipo collettivo nel sito sono costituite da due escharai all’interno di questa cinta muraria, utilizzate per l’espletamento di rituali di libagione con consumo di vino e carne, secondo pratiche testimoniate in altri siti del Salento. Alla fine del IV-inizi del III secolo a.C. risale l’impianto di un complesso ellenistico, in uso fino al II secolo a.C., posto a inquadrare scenograficamente il muro di cinta non più in uso che può essere messo in rapporto con le soluzioni architettoniche adottate da maestranze magnogreche che operano sia a Taranto che a Eraclea. L’insieme di queste strutture può essere collegato ad una coeva tomba, topograficamente isolata dalla necropoli, nonché ad un grande edificio residenziale di tipo signorile, elementi che complessivamente evidenziano l’emergere nel sito, in periodo ellenistico, di un ceto dominante aperto e ricettivo alle novità.







