I centri urbani dei Comuni delle Terre del Primitivo hanno subito nel corso dei secoli cambiamenti e ampliamenti. Tracce di periodi antichi (come in Via del Fossato a Manduria in cui si possono ammirare mura messapiche o l' area archeologica dello stesso periodo in Piazza Lorch a Oria) e testimonianze del periodo medievale resistono accanto ai begli esempi di architettura successiva (dal Cinquecento al Novecento).
Antiche mappe aiutano a comprendere l'evoluzione del territorio.
A circa 1 km dal centro abitato, sulla strada che porta a Grottaglie, sorge una cappella molto cara ai Fragagnanesi.
L’orientamento del suo ingresso, disposto secondo l’uso del rito greco, potrebbe far risalire questo luogo rurale di culto al medioevo bizantino.
Certo è che se ne hanno le prime notizie storiche nel 1557, in seguito alla visita pastorale dell’allora arcivescovo di Taranto Lelio Brancaccio.
La chiesetta sarebbe stata edificata per celebrare il rinvenimento, in un pozzo vicino, di una lastra metallica, con sopra dipinta la Vergine con Bambino. L’antica icona fu poi trafugata e sostituita da una statua in gesso.
Notiziata per la prima volta in un rogito del 1854, la masseria fu di proprietà dei fratelli don Pasquale e don Colloandro Tocci, i quali la concessero in conduzione a coloni. I loro eredi la vendettero poi a Ciro Tomai Pitica, per poi passare a Gaetano Pagano di Lizzano che diede vita ad un aziende agricola pluripremiata a livello nazionale. Attualmente la masseria è in completo abbandono.
Ignota al catasto provvisorio di Sava del 1816 (che comprendeva anche Torricella e Monacizzo) è al catasto del Comune di Lizzano, compare nell’archivio storico comunale solo a partire dagli inizi del ‘900, quale proprietà degli eredi di Pasquale Gigli. La masseria ha conservato la sua forma originale fino al 1965. Poi è stata stravolta e inglobata nell’attuale insediamento residenziale balneare.
Attualmente la masseria appare divisa in due settori: quello a sinistra conserva i ruderi dell’antica costruzione, quello a destra è più recente. L’antica masseria era impostata su due livelli: sotto stalle e sopra abitazione. Nella zona antistante sorge una chiesetta sul cui architrave è incisa l’anno 1715. Al suo interno compare un affresco della VB che schiaccia il serpente con il piede.
Notiziata in un atto notarile del 1747, divenne parte del marchesato Chiurlia, nell’ambito del quale fu concessa ripetutamente in affitto. Alla dissoluzione del feudo entrò nel possesso del comune di Lizzano. Oggi appare fortemente modificata rispetto all’impianto originale. La costruzione si presenta con un unico magazzino e una scala che conduce al terrazzo.
Se ne ha notizia dal marzo 1748, quale proprietà del medico Don Francesco Armerà, che la lascia in eredità ai fratelli. Seguiranno diversi passaggi di proprietà. Ha un solo livello, la masseria oggi è annunziata da un portale ad arco, al cui lato destro sorgono le abitazioni sia al piano terra sia a quello superiore. A sinistra, altri caseggiati e un pozzo con boccale in pietra.
Il sito è vicinissimo all'antico tracciato dell'Appia antica, l'ultimo tratto che collegava Roma e Brindisi, passando l’antica Taranto. Molto probabilmente tutti i soldati, che facevano la spola tra l'Italia e le province, passavano da qui. Addirittura Giulio Cesare e Cleopatra. È ancora visibile la traccia profonda lasciata dai carri nella roccia in contrada Puzzu Uelu, dove è ben riscontrabile un complesso sistema viario a doppia corsia e deviazione, in prossimità di un pozzo scavato nella roccia, miracolosamente salvo, con annessi abbeveratoi per i cavalli e per i soldati. Insomma una "stazione romana".
Proprietà di Don Giulio Cesari di Manduria, la masseria fu riportata al feudo di Lizzano nel 1658. Nel 1672 risultava bene nella disponibilità delle suore Benedettine di Casalnuovo. Successivamente la masseria entrò nel marchesato di Nicola Chiurlia, il quale rispondendo alla supplica delle suore, lo restituì all’ordine religioso. Nella seconda metà dell’800, il bene figurava tra le proprietà della famiglia Maiorano che lo affittò a più riprese.
Attualmente, la masseria è annunciata da un portale ad arco. Al piano terraneo, oltre ad alcune abitazioni, compaiono locali adibiti a stalla. Sopra al piano rialzato, che serviva da abitazione, insistono altri locali con un caminetto. Sul terrazzo è posta una colombaia.
Nel catasto onciario del 1749, compariva come proprietà del canonico don Giuseppe Marasco della terra di Casalnuovo. Successivamente la masseria divenne di proprietà di Gaetano Briganti e poi dei suoi eredi, che la affittarono ripetutamente.
Di questa masseria oggi è rimasto solo un locale con volta a botte. Permane anche un Acquaro con un boccale a varie pile.
Il terreno che avrebbe ospitato la masseria entrò nel marchesato Chiurlia a partire dal 1729, tant’è che nel catasto onciario del 1749 non se ne trova menzione. Il primo documento che la cita è del 1811. Concessa in affitto più volte a diversi conduttori, dalla seconda metà dell’800 la masseria diventò di proprietà di Orazio Airò, poi ancora della famiglia Chiurlia e infine della famiglia di Adolfo Tocci.
Attualmente, la costruzione della cantina sociale San Pasquale ha nascosto quella che fu residenza di campagna della famiglia Tocci.
La masseria è composta di una zona ad esclusivo uso del proprietario e di un’altra con gli alloggi del massaro e dei contadini e le curti.
Di proprietà del defunto duca Clodinio, nel 1698 fu devoluta alla Regia Camera, entrata successivamente nel marchesato Chiurli, fu concessa in affitto fino al 1853. Attualmente permane una costruzione non molto antica (fine ‘800 inizi ‘900) con un camino e una cantina sottoposta, che serviva da stalla.
Compare nel catasto onciario di Lizzano del 1749, alla proprietà del R. D. Domenico Tana, leccese, rettore e cappellano del Santissimo Rosario in terra di Lizzano. Affittata e subaffittata per diversi decenni, dopo la metà dell’800 la masseria passò nelle mano di Michele Campo. Attualmente la masseria appare composta da un unico locale con un camino. Una chiesetta continua la costruzione a ponente. Al suo interno si conserva un grazioso altare e sotto le imbiancate a calce si intravedono dei dipinti. Molto interessante è l’acquaio della masseria, uno dei più grandi e ben conservati dell’agro di Lizzano.
Se ne ha notizia a partire dal 1886, quale proprietà integrante il marchesato di Nicola Chiurlia. Ne fu conduttore Francesco Pagano che ne divenne in seguito proprietario lasciandola in successione nel proprio asse ereditario. La masseria è stata demolita in epoca recente.
Se ne ha notizia a partire dal 1749, anno in cui risulta di proprietà di D. Francesco Fedele, sacerdote della terra di Monteiasi. Per molti decenni, nella disponibilità della famiglia marchesale Chiurlia, in epoca napoleonica fu gestita dal cerusico Stanislao Tocci, il quale la concesse in affitto. I fabbricati di Masseria Specchia Vecchia sono stati aboliti in epoca recente. Attualmente si conserva il grandissimo Acquaro a due bocche.
Ve ne è attestazione documentale a partire dal 1658.
Parte integrante del Marchesato Chiurlia figurava al feudo di Lizzano pur essendo di fatto in quello di Monacizzo. Bagnara era una delle masserie con maggiore estensione territoriale, inferiore solo a quella di Porvica.
Con la fine del feudalesimo, a partire dal 1829 la masseria passò alla famiglia Benucci e Perillo che la concessero in affitto a più riprese finché nel 1901 ne divenne proprietario Giulio Tocci. Attualmente è in perfetto stato.
L’androne è selciato con lastre di pietra calcarea.
La denominazione di San Cassiano è riscontrata già nel XIII-XIV sec. Si tratta di una proprietà probabilmente annessa alla Masseria Porvica.
Storica proprietà del Marchese Chiurlia. Fu espropriata nel 1826 e concessa in affitto. Restò di proprietà del Comune di Lizzano fino agli inizi del XX secolo, quando passò in mano private.
Al momento si possono vedere alcuni fabbricati, alcuni rimaneggiati, altri parzialmente crollati.
Sul posto sono stati rinvenuti molti frammenti ceramici di epoca magno-greca.
Anticamente la proprietà coincideva con tutta contrada Mucchio. Fino a circa la metà del ‘700 costituiva un’unica proprietà con masseria San Vito. Passando per diverse mani, dalla fine del 1901 la masseria ebbe come ultimo proprietario Giuseppe Maiorano di Lizzano. Ad oggi la masseria non esiste più essendo stata demolita dopo che era caduta in abbandono.
Se ne ha notizia a partire dal 1602. Fu a lungo in mano alla famiglia Chiurlia finché, nel periodo successivo al periodo della feudalità (1806), l’intero asse ereditario famigliare incontrò la frantumazione in piccole proprietà, tra cui la stessa Masseria Sgarrata.
Attualmente, la masseria è recintata con muretti a secco. Il corpo di fabbrica esposto a Nord è il più recente e reca allo spigolo di levante una statua della Madonna. Tutte le facciate presentano porte e finestre con cornice ad arco. Nel cortile campeggia una cisterna raggiunta con apposite tubature per la raccolta delle acque piovane. Ci sono anche altre costruzioni che dovettero servire da abitazione al massaro e ai contadini.
Lo sviluppo della tenuta, in base a varie documentazioni scritte, risulta segnato, da lunghi percorsi storico-insediativi: epoca neolitica, possibili fasi indigene e poi greco-romane, sino all'età medievale. La Masseria è citata in un atto di procura (anno 1531) e successivo rogito di vendita (anno 1544), con cui la stessa passava dall'antica Abbazia tarantina di San Vito del Pizzo, alla nobile famiglia Aielli.
Dopo aver conservato il nome di tale famiglia, la masseria prese la denominazione di San Vito in onore della cappella del Santo, ivi esistente dal 1500; nel XIII sec. finisce in possesso degli Agostiniani di Manduria, per passare poi, a seguito delle leggi napoleoniche e murattiane contro i privilegi feudali (1808), al Ducato Regio e Pubblico Demanio. La tradizione orale racconta che “Don Alfredo Maiorano” riuscì ad acquistare la Masseria di San Vito, in seguito ad un corposo dono in monete d’oro da parte di alcuni briganti, che vollero in tal modo ricompensarlo per aver dato loro rifugio e sostentamento.
La costruzione passò poi in possesso di Cosimo Lomartire di Sava che la suddivise in lotti: un lotto fu assegnato alla figlia Elena Lomartire. Il recupero della moderna struttura è il risultato della passione profonda, il lavoro continuo e l’impegno costante del Sig. Giuseppe Vagali, coniuge di Lomartire Elena. La masseria oggi è abitata e viva: ossia con un imprenditore agricolo (Giuseppe Vagali, appunto) in attività, desideroso di ricreare l’atmosfera di allegria, musica popolare e genuino divertimento che da sempre ha caratterizzato le notti di “San Vito” facendo sentire, secondo l’antica tradizione contadina, le persone come accolte in famiglia.
In un documento nel 1747 si legge che il Sommo pontefice Giulio II nel 1505 concesse agli abati dell’Abazia di San Vito del Pizzo il previlegio di utilizzare le terre della proprietà della masseria.
Della vecchia struttura resta quasi nulla, poiché nel XIX sec. è stata quasi completamente ricostruita.
Le stalle per gli animali sono al piano terra e dietro c’è la casa del massaro.
Secondo il Catasto Onciario del 1949 la masseria all’epoca apparteneva a Giovanni Magrisi. A causa di alcuni debiti passo poi nelle mano al Marchese di Lizzano, Nicola Chyrlia.
Oggi presenta due serie di costruzioni di cui una più antica. Dell’antica recinzione fatta con muretti a secco è rimasto ben poco.
Su questa masseria c’è una leggenda: al proprietario compariva un mostro a forma di toro scatenato che faceva spaventare tutti. Un giorno il proprietario invocò il nome della madonna e questo mostro scomparve e non ricomparve più.
Nelle vicinanze ci sono numerose sepolture di epoca magno-greca.
In un documento del 14 maggio 1747 si attesta che la masseria è di proprietà del Marchese di Lizzano Nicola Ciurla di 50 tomoli comprendente molti alberi di ulivo.
La vecchia masseria crollò tra il 1920 e il 1930 provocando solo la morte di alcuni buoi. Alcune parti sono state poi inglobate nella nuova costruzione.
In un documento notarile del 1750 se ne attribuisce la proprietà a Monteparano.
È posta a Nord-ovest di Lizzano, alle spalle del convento di San Pasquale. Pianta a L.