I centri urbani dei Comuni delle Terre del Primitivo hanno subito nel corso dei secoli cambiamenti e ampliamenti. Tracce di periodi antichi (come in Via del Fossato a Manduria in cui si possono ammirare mura messapiche o l' area archeologica dello stesso periodo in Piazza Lorch a Oria) e testimonianze del periodo medievale resistono accanto ai begli esempi di architettura successiva (dal Cinquecento al Novecento).
Antiche mappe aiutano a comprendere l'evoluzione del territorio.
Titolo: Il sito antico de Li Castelli presso Manduria (Taranto). Gli scavi, i risultati, le prospettive
Autori: L. Lepore
Data di pubblicazione: 2002
Editore: Barbieri
Argomenti: Storia e archeologia
Titolo: I boschi Cuturi e Rosamarina. Ipotesi di conservazione e valorizzazione turistica
Autori: Ist. Tecnico Einaudi di Manduria (a cura di)
Data di pubblicazione: 2004
Editore: Neografica, Latiano
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Grazie concesse da Maria Nostra Signora Immacolata. Il digiuno manduriano dell'Immacolata e la singolare storia del libretto messo all'Indice
Autori: Giuseppe Pio Capogrosso
Data di pubblicazione: 2022
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Oggetto della ricerca è un antico libretto, stampato nel 1679 e successivamente messo all’Indice (1683), rinvenuto dall’autore nell’archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede in Roma (ex Sant’Uffizio). Il volumetto, voluto per diffondere il digiuno mandurino a pane e acqua in onore dell’Immacolata, si compone di una prima parte che ripercorre le fasi della nascita della pratica devozionale, di una seconda che descrive i “fatti prodigiosi” di molti devoti scampati alla minaccia dei fulmini e dei temporali (pericolo che costituì il motivo stesso della nascita dello speciale digiuno), di una terza che fornisce istruzioni per istituire la pratica in altre città e, infine, dell’ultima che contiene un’originale preghiera mariana riferita al digiuno. Questo documento offre una nuova prova sulla pia pratica del digiuno dell'Immacolata che sarebbe sorta a Casalnuovo-Manduria, nella metà del XVII secolo, per poi diffondersi in tutto il mondo cattolico.
Titolo: Gli Imperiali in terra d'Otranto. Architettura e trasformazione urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo. Ediz. illustrata
Autori: Vita Basile
Data di pubblicazione: 2008
Editore: Congedo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Epigrafi manduriane. Le lapidi civili e religiose di Manduria con brevi cenni sui personaggi e gli avvenimenti commemorativi
Autori: Nino Palumbo
Data di pubblicazione: 2002
Editore: Barbieri
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Emergenze e problemi archeologici
Autori: E. Lippolis - L. Giardino - R. Scionti e P. Tarentini
Data di pubblicazione: 1990
Editore: Regione Puglia C.R.E.S.C. TA/55 MANDURIA
Argomenti: Storia e Tradizioni
Il terzo contributo è dedicato a Manduria e costituisce un primo livello d'informazione sul tema del popolamento nell'area circostante il centro di Manduria. Ricco il corredo grafico, e fotografico, e l'apparato bibliografico in nota.
Il tesoretto di Monacizzo (IGCH 1965), rinvenuto nel 1908, è costituito da 2 esemplari in oro e da 66 in argento delle zecche di Tarentum, Heracleia, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia e Terina. Data di occultamento: 300-280 a.C. Del nucleo originale si conservano 67 esemplari, risulta mancante una dracma aurea di Tarentum.
Il tesoretto di Avetrana18, inventariato RRCH 440, fu rinvenuto nel 1936 ed è costituito da 1915 esemplari in argento del periodo romano repubblicano.
La data di occultamento risale al 38 a.C. o poco dopo.
Ubicata poco più a monte della Grotta di San Martino, lungo la sponda orografica sinistra del Canale, è di difficile individuazione a causa della folta vegetazione che ne maschera ampiamente l'imbocco.
Analogamente all'altra cavità situata lungo le sponde del Canale di San Martino, anche questa grotta costituisce il relitto fossile di una sorgente carsica d'intestrato scavata nelle Calcareniti del Salento.
Il modesto imbocco, interessato parzialmente da fenomeni di crollo della volta, immette in una caverna dalla pianta grosso modo circolare che porta, tramite un basso pertugio, in ambiente terminale che non presenta ulteriori prosecuzioni. Riempimenti prevalentemente terrigeni si rinvengono in tutta la cavità.
Sebbene questa grotta rappresenti la forma carsica più modesta di Avetrana, resta innegabile la sua importanza culturale per aver, anch'essa conservato tracce di frequentazione umana preistorica.
Curiosità: nella Sala I, vetrina n. 3 del MarTA è conservato un pendaglio in pietra levigata del Neolitico. La roccia appartiene a un fiore basaltico dell’Arco Calabro Peloritano. L’oggetto è stato rinvenuto in questa grotta nel 1952.
Nella vetrina n. 4 esposti una tazza dipinta in rosso e bruno datata a 5000-4300 a.C., un fiasco dipinto in rosso datato a | 5600-5000 a.C. e una pintadera con motivo a S, datate a 5000-4300 a.C. Le pintadere sono Timbri in terracotta utilizzati, forse, per tatuaggi corporali, stampi tessili o come marchi di riconoscimento per contrassegnare il pane nei forni comuni. Esposti, inoltre, una spatola, un manico, dei punteruoli e un ago. Questi oggetti sono stati rinvenuti nel 1952 e nel 1993.
Anche la vetrina 9B espone oggetti trovati nella grotta e riferibili al Tardo Elladico III (1425-1000 a.C.).
Secondo il Coco l’origine di questo borgo risale alla fine del secolo XII, quando alcuni abitanti di Casalnuovo (Manduria) si rifugiarono nel luogo dove sorge Uggiano, nel quale sembra che vi fosse stata una dimora di sentinelle o vigili, vigilarum, "posta al confine del principato di Taranto lungo la via Appia". Da lì il nome, Viggiano. Colella nella sua Toponomastica Pugliese sostiene invece che il nome richiami le vigne che si estendono in quantità nei dintorni.
La tradizione vuole che già in età federiciana vi fosse localizzato un castello, ma mancano, purtroppo, attestazioni certe, e la località salentina non è menzionata nello Statutum de reparatione castrorum. Il primo documento che parla di Uggiano è una carta del 1315, dove il re Roberto d’Angiò concede il feudo, il casale con tutte le pertinenze a Costanza Montefusco, vedova del cavaliere Egidio de Fallosa, che già possedeva i casali di Cellino, Parietalto e il territorio di San Marzano. Da allora il paese cominciò ad essere denominato Montefusco, in onore della famiglia feudale. Nel 1949, la Soprintendenza ai Beni Culturali di Taranto, constatando la completa distruzione del monumento, revoca il vincolo che essa aveva posto su tutto il comprensorio del castello. Con la colpevole e forse interessata negligenza sia del proprietario che della Soprintendenza, il castello medievale di Uggiano Montefusco scompare per sempre, sostituito da abitazioni private.
La masseria si trova poco fuori l’abitato di Uggiano Montefusco, frazione di Manduria, e fa parte di un itinerario che propone, in poco più di 8 km, la visita alla Masseria fortificata Le Fiatte, all’ex Abbazia di Santa Maria di Bagnolo (XIII sec.) e alla Masseria Bagnolo. Essa è cinta da muri a secco. E immersa nel paesaggio, tra distese di vigneti e uliveti.
Piccola cappella con copertura a volta a crociera, il un piccolo altare è addossato alla parete frontale, con un quadro che rappresenta il Crocifisso. Al di sopra del timpano, si eleva una croce in ferro.
Prima contrada Baroni, poi largo Sant’Eligio.
Piccola chiesetta con volta a botte.
L'immagine di Sant'Eligio è sulla parete frontale dipinta su una lastra di rame ed inserita in una teca in legno. Sulla destra un’antica acquasantiera a forma di mano.
Il dipinto del santo sarebbe da attribuirsi al pittore manduriano Pietro Stano, e reca in basso la scritta "PS Sant'Eligio 1907"
Probabilmente costruite nel 1700, accanto c’è una colonna dell’Osanna. In passato , nei primi giorni di maggio si svolgeva la fiera del bestiame.
Giulio Becci riporta la relazione del 1729 dopo la visita pastorale del vescovo Labanchi: Visitò questa nella quale trovò l’altare sotto il titolo di Sant’Eligio privo della pietra sacrale e di ogni altro ornamento necessario. Il vescovo diede incarico affinché tutto fosse messo in ordine.
Il Becci riporta anche la relazione di una seconda visita fatta nel1784 dal Vescovo Kalefati: di forma rettangolare con copertura ad archi. Di rimpetto all’unica porta vi è un altare con l’immagine dl Vescovo S. Eligio, S. Filippo Neri e S. Leonardo Confessore. Sulla parete la pittura di S. Gaetano da Thienee dei Santi Vito e Trifone. Non vi è alcuna campanella o sepolcro. Nel documento si fa menzione del fatto che la cappella non avesse nessuna rendita e che si provvedeva alle cose necessarie grazie alle elemosine dei fedeli.
L’olio per le lampade era ogni giorno portato dalla vedova Anna Lucia Rossi del Castello. La nobildonna nel testamento aveva chiesto ai suoi eredi di far consacrare nuovamente la pietra sacra dietro l’altare.
Oggi la facciata appare modificata, la finestrella sopra la porta non è simmetrica, così come non centrato è l’ingresso.
La volta osservata da Becci fa datare la struttura al ‘500 e ipotizza che anticamente era dedicata a San Pietro Apostolo. In effetti nella relazione della visita pastorale di Bovio nel 1565 se ne fa riferimento.
Oggi non ci sono affreschi.
A Uggiano si festeggiava il 13 dicembre (giorno della consacrazione del Santo) e poiché veniva considerato protettore degli animali era consuetudine tenere in quei giorni una fiera equina.
A largo sant’Eligio, lasciata dai Padri Passionisti alla fine della loro missione. La colonna con nicchia sorregge la croce.
Sulla croce un tempo si leggeva la data della missione, ma a causa di un incidente venne distrutto e ricostruita
l nome Monaci deriva dai Monaci Benedettini, che a partire dall’anno mille avevano reso quest’area una fabbrica del sale. L’acqua marina si depositava durante le mareggiate in una depressione naturale. Per migliorarne lo sfruttamento, i monaci tagliarono la roccia creando un canale di scorrimento e regolazione dell’afflusso di acqua, e realizzarono edifici per la lavorazione ed il deposito del sale, oltre ad una torre di guardia e ad una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Carmelo.
I Magazzini sono un complesso con volta a botte di 3 locali piuttosto ampi (misurano 25×8 mt). La Cappella si trova a poche decine di metri dal complesso dei magazzini e conserva ancora la volta originaria, le pareti son affrescate. La Torre ha base quadra e tronco piramidale.
Negli anni che vanno dalla fine del 1800 agli anni ’40 si proposero interventi di bonifica per il problema della malaria, qui particolarmente diffusa. Per fortuna gli interventi furono minimi, e non compromisero la Salina e i suoi panorami.
A partire dagli anni ’60 la Salina fu oggetto di pesanti interventi di speculazione edilizia e sviluppo turistico incontrollato. Furono distrutte dune e importanti distese di macchia mediterranea, le falde furono inquinate, la salina fu persino utilizzata come campo di calcio estivo. A ciò si aggiunse la nefasta presenza dei bracconieri.
Gli anni successivi rappresentarono un’inversione di rotta, una nuova sensibilità ambientale e l’impegno delle istituzioni portarono ad interventi a tutela della zona e all’istituzione, nel 2000, dell’Area protetta delle saline di Torre Colimena, dal 2010 inserita nell’elenco delle aree protette italiane.
La prima pietra è stata posta da mons. Armando Franco il 12 agosto 1990 e mons e il vescovo Marcello Semeraro l’ha consacrarla, quando i lavori furono terminati, il 6 agosto 2000.
La chiesa dell’Annunciazione si presenta come un edificio imponente ma snello. un’unica navata, ampia e luminosa, che termina con l’area del presbiterio, al quale si accede attraverso quattro ampi gradini. L’altare, l’ambone e il battistero sono stati collocati negli anni 1993-94, mentre negli anni successivi sono state realizzale le vetrate da Francesco Selvaggi, artista del vetro e della luce:
La vetrata della foto 1 raffigura l’“Annunciazione dell’Angelo a Maria. Nella stessa parete altre due vetrate artistiche realizzate nel 1999, raffigurano la “Nascita di Gesù” (foto 2) e la “Resurrezione” (foto 3).
Francesco Selvaggi ha altresì realizzato (2009-2010) le ventitré vetrate artistiche che «si sgranano come i grani del Rosario lungo le pareti dell’unica navata» e raccontano le vicende terrene della Vergine Maria fino alla sua proclamazione di Madre della Chiesa.
“La nascita di Gesù” (foto 4), “L’incontro con i pastori” (foto 5), “L’incontro con i Magi” (foto. 6), “La fuga in Egitto” (foto 7), tanto vicine al tempo liturgico che il mondo cattolico sta vivendo.
Nel 1092 San Piero fu ceduta si monaci Benedettini di Aversa, i quali vi stabilirono la loro comunità.
Dal punto di vista religioso essi diedero impulso al culto di San Pietro ed i pellegrinaggi aumentarono a tal punto che si cercò i organizzarli in periodi prestabiliti. Anche sul piano economico la loro presenza fu efficace. Nel 1172 acquistarono la Salina di Torre Colimena da Guglielmo il Buono. Nello stesso anno si attesta la presenza di un mulino nel fiume Bevagna.
Il convento venne soppresso e quindi abbandonato ai primi dell’800
Torre costiera anti-saracena, annessa alla chiesa di San Pietro, situata in Piazza delle Perdonanze in pieno centro di San Pietro in Bevagna, la marina di Manduria. Comunica ad est Torre Colimena, ad ovest con Torre Borraco, a nord con Torre la Marina.
Ha una singolare pianta a stella con quattro punte, detta "a cappello di prete", unica insieme a torre Santa Sabina e a torre della tonnara di Cofano. La torre è stata donata nel 1092 da Ruggero d'Altavilla ai monaci dell'Abbazia di San Lorenzo di Aversa, che tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo vi costruirono una chiesa dai caratteri neogotici. Nel 1578 la Regia Corte espropria la torre ai benedettini di Aversa con una somma di 807 ducati e viene ceduta alla diocesi di Oria come dimora del rettore del santuario nel 1845 da Francesco II delle Due Sicilie. Diviene di proprietà demaniale nel 1860 con l'incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d'Italia, per poi essere ceduta al comune di Manduria quarant'anni dopo. Nel corso degli scavi archeologici eseguiti nel 2004 sono stati riportati alla luce sepolture di epoca bizantina e reperti numismatici, facendo supporre l'esistenza di una precedente cripta ipogea al di sotto della chiesa. Presenta una facciata a capanna con portale lunettato contenente uno stemma papale in bassorilievo e sormontato da una finestra e altri due stemmi ai lati di essa, per poi terminare con un piccolo campanile a vela sulla cima. L'interno è costituito da un'unica navata con l'altare ricavato nella torre.
La tempera ottocentesca, commissionata da un devoto di Copertino, è stata solo restaurata dall’artista calabrese Francesco Antonio Lupo,
La tempera rappresenta i tre Santi che, secondo la tradizione, sbarcarono sul lido di Bevagna intorno al 44 d.C., battezzando e operando la conversione al cristianesimo delle genti pagane qui residenti.
Sono presenti tre iscrizioni, databili al sec. XIX: la prima è collocata sul lato sinistro del dipinto, a mezza altezza, e recita: “Restaurare fecit Rector Augustinus Subcentor Guarini Anno D. 1852 m. Junii D. 19”; sul lato destro, sempre a mezza altezza, c’è una seconda iscrizione, della stessa mano della precedente, che recita “Pictor Franciscus Lupo”. Infine, appena leggibile, sul lato destro della tempera, si individua una terza iscrizione, stesa da una mano diversa dalle altre due e più antica, che recita: “Angelo Lezzi da Copertino per suo voto e divozione”.
Il santuario è dedicato a San Pietro Apostolo.
Fu edificato su una torre di avvistamento di epoca medievale.
Secondo la tradizione sorse nel luogo lì dove si diceva che l'Apostolo Pietro fosse sbarcato con gli Apostoli Andrea e Marco nel 44 d.C.
Il santuario è al centro dell’importante rito cristiano delle “Perdonanze”, per mezzo del quale si possono ottenere indulgenze. Il rito viene celebrato tre il 2 e il 3 di aprile di ogni anno.
Ancora più suggestiva e antica è il rito della processione. I pellegrini partendo da San Pietro arrivano a Manduria a piedi e per tutto il tragitto si susseguono canti, preghiere e invocazioni. Alcuni pellegrini, in segno di penitenza trasportano pesanti tronchi di alberi
Su questo pellegrinaggio esistono svariati filmati, uno in particolare è degno di nota poiché fu registrato negli anni ’30.
Sulla controfacciata della chiesa, sopra la cantoria, si può ammirare Santa Cecilia, prorettrice di musicisti, mentre regge un organetto. Introno musici con violini, cetre e trombe.
La pittura è stata realizzata da PP. Salinaro nel 1954
Semplice, lineare a fatta con conci di tufo, come nella tradizione popolare, non se ne conosce la datazione.
All’interno tre affreschi molto sbiaditi: deposizione di Cristo con a s. Maria di Magdala che accarezza il corpo di Gesù e dietro Maria, madre di Gesù, semisvenuta, sotterra da Maria di Cleofa; Sant’Antonio con il bambino seduto sul libro. Alle spalle del santo si nota una chiesa con un campanile e la sagoma di una serie di alberi; sacra famiglia. A d. San Giuseppe che tende la mano a Gesù in piedi. A s. Maria, ma l’immagine è quasi scomparsa.
Leggenda: gli anziani di Fragagnano ricordano che un loro compaesano veniva di notte, tormentato da una voce che gli rivelava l’esistenza, nei sotterranei della cappella, di una capasa piena di ori che avrebbe arricchito colui che fosse stato in grado di ritrovarla. L’uomo incuriosito chiese dove fosse l’acchiatura, ma la voce gli disse che il posto gli sarebbe stato svelato solo a condizione che lui, di notte, lasciasse una bambina in fasce sull’altare della cappella, solo il tempo di prendere quel tesoro; non gli veniva promesso, però, che al ritorno l’avrebbe trovata. Credendosi furbo portò un bambino di 5/6 anni, la capasa la trovò, ma piena di cenere. Dopo essere fuggito con il bambino quella voce tornò a tormentarlo, rimproverandolo per non aver rispettato le condizioni e quindi l’incantesimo sciolto per sempre.
Frammenti dipinti di vasellame neolitico e ascia litica, rinvenuti in località Monte Santa Sofia.
Fragagnano fu scelto come sito per le loro capanne circolari, già dagli uomini preistorici di epoca neolitica, all'incirca nel 3000 a.C. Lo testimoniano i reperti trovati negli scavi sul monte Santa Sofia, ormai inglobato nell'attuale centro urbano.
La chiesa fu edificata nel 1911, laddove ne pre-esisteva un’altra probabilmente antecedente al 1779, anno di fondazione della Confraternita della Madonna del Carmelo che le dà il nome. La facciata, sobria ed elegante, è di gusto neoclassico, fregiata da quattro lesene e altrettanti capitelli di tipo corinzio. L’interno, disposto su un’unica navata con cappelle laterali non comunicanti tra loro, ospita un pulpito in legno e una teoria di santi carmelitani, con la Vergine del Carmelo al centro della cupola presbiteriale, nell’atto di porgere lo scapolare della Confraternita alle anime del Purgatorio.