Folklore, riti e leggende
- Titolo
- Folklore, riti e leggende
- Descrizione
- Il folklore, i riti e le leggende di un territorio sono il patrimonio culturale tramandato nel tempo, che raccontano le tradizioni, le credenze e le storie di una comunità. Questi elementi aiutano a conservare l’identità locale, rafforzano il senso di appartenenza e trasmettono valori, paure e speranze di generazione in generazione.
- Sezione
- Arte e cultura, società
Contenuti
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Masseria e jazzo MaserinòSepolcreto messapico, insediamento rupestre Le cave hanno tagliato parte di una vasta necropoli, testimoniata dalla presenza di numerose tombe profanate, particolarmente frequenti nelle aree risparmiate poste a Nord e ad Est della cava limitrofa a Masseria Maserinò. Le sepolture sono del tipo a fossa semplice, scavata nella roccia. Su alcuni speroni di roccia risparmiati dalla cava compaiono 12 grandi sepolture scavate nel banco roccioso, tipologicamente costituite da fossa e controfossa. L'opera devastatrice dei clandestini risulta ancora oggi particolarmente intensa e sistematica. Accanto alle numerosissime tombe profanate, compaiono spesso avanzi ossei e ridottissimi frammenti vascolari appartenenti all'originario corredo funebre costituito da vasi acromi e a vernice nera. La documentazione archeologica sinora recuperata pur non essendo sufficiente per inquadramenti cronologici precisi, consente comunque una generica datazione del sepolcreto tra il V ed il IV -III sec. a.C. All'interno dello lazzo Maserinò, sul margine Ovest dell'area cavata, vi era fino agli anni ‘90 un insediamento in grotta. L'impianto si presentava formato da quattro grotte; delle tre affiancate, due erano intercomunicanti e sì affacciavano su uno spiazzo, al quale si accede per due carreggiate ancora visibili, con solchi carrai profondi cm. 25.
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Lu ggiurnu di li parmi 'nzignalatuTesto dall'archivio di Alfredo Maiorana
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LE AREE NATURALISTICHE: CHIDROIl Chidro è il fiume più importante della zona nonostante la sua lunghezza di poco più di 10 km, sfocia nei pressi di San Pietro in Bevagna, poco più a sud di Maruggio e poco distante dalla Provincia di Lecce. Il nome è chiaramente di derivazione greca, forse dalla crasi tra χεον ύδωρ, acqua corrente. Il fiume Chidro, sebbene breve nel suo corso, ha rappresentato per secoli una risorsa di grande valore economico e strategico grazie alla sua abbondanza di pesce. Questo lo rese oggetto di desiderio e contesa tra ordini religiosi, nobili casati e famiglie locali. Durante il periodo feudale, il possesso del Chidro era attribuito ai monaci Benedettini di Aversa, ma il diritto di pesca — considerato estremamente redditizio — passò successivamente a diverse famiglie nobiliari. I Bonifacio ne esercitarono il controllo nel 1557, seguiti dai Borromeo, dagli Spinola e infine dagli Imperiali, che mantennero questo privilegio fino al 1782, anno dell’estinzione della loro casata. Numerosi documenti storici legati alla località di San Pietro in Bevagna testimoniano l'importanza di tale diritto di pescagione. La ricchezza del Chidro fu anche all’origine di conflitti, come quello tra i Benedettini e il principe di Francavilla Fontana, che ambiva a esercitare lo stesso privilegio. Tali dispute sottolineano quanto fosse ambito il controllo di questo corso d’acqua. Nel 1839 il fiume fu acquistato dalla famiglia Schiavone, che ne mantenne sia la proprietà che il diritto di pesca per circa un secolo, fino a quando, con l’emanazione di una legge sulla regolamentazione delle acque, l’uso privato del fiume venne definitivamente interrotto. Oggi il Chidro conserva la sua importanza come bene naturalistico e storico, testimone silenzioso di un passato in cui le sue acque limpide rappresentavano una vera ricchezza per il territorio. Attorno al fiume Chidro, luogo di grande fascino naturalistico, si intrecciano da secoli credenze popolari e racconti di fede. Tre antiche leggende legano questo luogo al passaggio di San Pietro Apostolo, trasformando il piccolo corso d’acqua in un punto cardine della memoria religiosa del Salento. - La conversione di Fellone e il miracolo delle acque La prima e più nota leggenda narra che San Pietro, in viaggio verso Roma, giunse sulle coste di San Pietro in Bevagna nel 44 d.C., dopo un naufragio causato da un violento vento di scirocco. Accolto dal signore del vicino villaggio di Felline, di nome Fellone, l’apostolo lo convertì al cristianesimo. Il battesimo avvenne nelle acque torbide del fiume Chidro, che miracolosamente si trasformarono in acqua limpida e rigenerante. Fellone, affetto da lebbra, guarì all’istante. Secondo la leggenda, San Pietro avrebbe poi proseguito il suo cammino evangelizzando e guarendo gli abitanti del Salento, fino a raggiungere Oria e altre città, per infine salire a Roma. - Le “Lacrime di San Pietro” Un’altra leggenda racconta che San Pietro, colto dal rimorso per aver rinnegato Gesù, si raccolse in penitenza nei pressi del Chidro. Attraversando il fiume, pianse a lungo, e le sue lacrime si trasformarono in piccole conchiglie, poi chiamate “Lacrime di San Pietro”. Gli abitanti del luogo, considerandole reliquie, le raccoglievano con devozione, vedendovi il segno tangibile del dolore e del pentimento del Santo. - Il segno della croce e la distruzione dell’idolo Un’ultima e più rara leggenda narra che nei pressi del Chidro sorgeva un’idolatra statua di Zeus. Alla sua vista, San Pietro si fece il segno della croce e, per miracolo, la scultura si frantumò. In questo gesto simbolico di vittoria sulla religione pagana, si apre il cammino alla cristianizzazione del luogo: proprio lì avrebbero avuto luogo i primi battesimi dei fedeli locali.
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L'ARTE DELL'INTRECCIO: I PANARIQuando si parla di boschi associamo subito la naturalezza del luogo ma anche i doni che madre natura fornisce: erbe spontanee e funghi soprattutto. E cosa usiamo per raccogliere questi fantastici doni? I panari, contenitori areati in materiale naturale e creati da artigiani che mantengono la memoria storica dell'arte dell'intreccio. Ne abbiamo parlato con Antimo Calò il cestaio, che possiede una bottega a Uggiano Montefusco. “Ciao, e grazie per questa intervista. Mi chiamo Antimo Calò e mi occupo di creare "panari e cannizzi" da più generazioni anche se è un mestiere in via di estinzione. Ci sono alcuni miei “colleghi” a Oria, Lecce e Mesagne ma siamo ormai pochi artigiani che si occupano di queste creazioni. Un tempo venivano usati per la raccolta di olive ma anche come forme per il formaggio ricotta, ora vengono usati prevalentemente come cesti per raccolta funghi ma anche per addobbare case e allestire spazi (nelle masserie ad esempio). La creazione di un cesto non è semplice e richiede pazienza e amore per la natura: tutto parte innanzitutto dalla conoscenza degli arbusti, dove trovarli e dalla raccolta e successivo taglio, bollitura e levigazione ed infine essiccazione dei filamenti di giungo, ulivo o mirto. Mi risulta difficile spiegare tutte le tappe per la realizzazione del prodotto finale, l’intreccio avviene secondo una modalità che sarei contento di mostrarvi dal vivo”
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Area Archeologica de “Li Castelli”L’insediamento de Li Castelli, a circa cinque chilometri a Sud del centro abitato di Manduria, a sinistra della strada provinciale che porta al Santuario di S. Pietro in Bevagna, su un colle, detto Monte Li Castelli, alto 112 posto su un pianoro nell’entroterra di Manduria, ha restituito, oltre alle tracce di una originaria frequentazione risalente all’età del ferro, resti di tre cinte murarie databili a partire dal VI secolo a.C., dell’abitato e della necropoli di IV-III secolo a.C., insieme ad un complesso ellenistico con connotazioni cultuali, sito a sud-ovest della cinta più interna. Le più antiche testimonianze di strutture connesse a cerimonie di tipo collettivo nel sito sono costituite da due escharai all’interno di questa cinta muraria, utilizzate per l’espletamento di rituali di libagione con consumo di vino e carne, secondo pratiche testimoniate in altri siti del Salento. Alla fine del IV-inizi del III secolo a.C. risale l’impianto di un complesso ellenistico, in uso fino al II secolo a.C., posto a inquadrare scenograficamente il muro di cinta non più in uso che può essere messo in rapporto con le soluzioni architettoniche adottate da maestranze magnogreche che operano sia a Taranto che a Eraclea. L’insieme di queste strutture può essere collegato ad una coeva tomba, topograficamente isolata dalla necropoli, nonché ad un grande edificio residenziale di tipo signorile, elementi che complessivamente evidenziano l’emergere nel sito, in periodo ellenistico, di un ceto dominante aperto e ricettivo alle novità.


