Il folklore, i riti e le leggende di un territorio sono il patrimonio culturale tramandato nel tempo, che raccontano le tradizioni, le credenze e le storie di una comunità. Questi elementi aiutano a conservare l’identità locale, rafforzano il senso di appartenenza e trasmettono valori, paure e speranze di generazione in generazione.
Compare nel catasto onciario di Lizzano del 1749, alla proprietà del R. D. Domenico Tana, leccese, rettore e cappellano del Santissimo Rosario in terra di Lizzano. Affittata e subaffittata per diversi decenni, dopo la metà dell’800 la masseria passò nelle mano di Michele Campo. Attualmente la masseria appare composta da un unico locale con un camino. Una chiesetta continua la costruzione a ponente. Al suo interno si conserva un grazioso altare e sotto le imbiancate a calce si intravedono dei dipinti. Molto interessante è l’acquaio della masseria, uno dei più grandi e ben conservati dell’agro di Lizzano.
Esiste ancora, nell´attuale salone della chiesa matrice, una vecchia statua di S. Antonio di Padova interamente scolpita in pietra, sulla cui base sono incise le lettere S.A.P. (Sanctus Antonius Paduae). Unica menzione quella dell’ l’arciprete Francesco Valerio Briganti nel 1747 che, in una sua relazione sulla chiesa parrocchiale, la descrive con un angelo d´argento. Di fattura non eccelsa la sua realizzazione potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XVII secolo circa. Orbene, a questa statua sembra sia legato un antichissimo aneddoto che tuttora i più anziani amano ancora raccontare ai più giovani. La leggenda racconta che nottetempo ignoti (la tradizione vuole manduriani) giunti, con un biroccio trainato da buoi, nei pressi della chiesa prelevarono la pesantissima statua dileguandosi poi nel buio della notte. Bisogna sapere che a quel tempo la statua era collocata in una delle due nicchie in basso del prospetto principale (sull´altra vi era la statua di S. Biagio). La loro collocazione era giustificata dal fatto che entrambi erano venerati come protettori del borgo. In poco tempo e tra mille scossoni, attraversando silenziosamente il borgo, il carretto era oltre le mura. Tuttavia, giunti nei pressi dello "spartifieu", al confine, vale a dire, interfeudale Avetrana/Manduria, per cause misteriose la statua divenne così pesante, tanto che i pur possenti animali non riuscivano più a trainarla. I trafugatori allora, per farla diventare più leggera, decisero di asportarne parte del retro: ma anche così non c’era niente da fare: la statua restava lì immobile e più pesante che mai. Interpretando il tutto come sinistro presagio essi decisero di riportare indietro la statua che (altro prodigio) all´istante divenne leggerissima. La ricondussero rapidamente nel borgo, la abbandonarono sul sagrato della chiesa e se la diedero frettolosamente a gambe, Lì, il mattino seguente, parroco e fedeli, la trovarono, esterrefatti e senza darsi spiegazioni. Impossibile stabilire se la statua in questione sia quella attualmente conservata nella salone della chiesa, tuttavia una rapida osservazione della scultura permette di cogliere una strana coincidenza con i fatti narrati cioè: il retro della statua risulta effettivamente come svuotato. E dunque, realtà o leggenda? Impossibile dare una risposta certa finché non c’è il supporto di un adeguata documentazione storica.
Si racconta che un tal Morleo di Avetrana foggiò quello degl´Imperiali, e persuase uno sciocco calzolaio di / farne ricerca praticando certi spergiuri per allontanare il diavolo. Tali spergiuri gli costarono un occhio, dovendo vendere una piccola proprietà per circa mille ducati, per gli occorrenti preparativi. Il Morleo appuntò il ritrovo per una sera burrascosa, e, dopo aver suggerito al burlato di portar seco i denari e di gettarli a un dato momento in un pozzo, si travestì da demonio e con uno strascico di catene e al bagliore di lampi s´affacciò al malcapitato calzolaio, il quale fu lì lì per spirare, e lanciati i denari nel fosso si diè a chiamare Dio e i Santi. Dopo un momento riavuto si trovò solo e senza i denari del terreno venduto. La giustizia ne fu interessata e due anni fa, dal Tribunale di Taranto, l´astuto Morleo fu condannato al carcere e al risarcimento dei danni.
Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un piccolo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circondata da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in generazione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran cavaliere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà gettossi a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude comunica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spira vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e altre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate.
Se ne ha notizia a partire dal 1886, quale proprietà integrante il marchesato di Nicola Chiurlia. Ne fu conduttore Francesco Pagano che ne divenne in seguito proprietario lasciandola in successione nel proprio asse ereditario. La masseria è stata demolita in epoca recente.
Se ne ha notizia a partire dal 1749, anno in cui risulta di proprietà di D. Francesco Fedele, sacerdote della terra di Monteiasi. Per molti decenni, nella disponibilità della famiglia marchesale Chiurlia, in epoca napoleonica fu gestita dal cerusico Stanislao Tocci, il quale la concesse in affitto. I fabbricati di Masseria Specchia Vecchia sono stati aboliti in epoca recente. Attualmente si conserva il grandissimo Acquaro a due bocche.
Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un piccolo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circondata da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in generazione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran cavaliere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà gettossi a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude comunica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spira vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e altre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate.
Ve ne è attestazione documentale a partire dal 1658.
Parte integrante del Marchesato Chiurlia figurava al feudo di Lizzano pur essendo di fatto in quello di Monacizzo. Bagnara era una delle masserie con maggiore estensione territoriale, inferiore solo a quella di Porvica.
Con la fine del feudalesimo, a partire dal 1829 la masseria passò alla famiglia Benucci e Perillo che la concessero in affitto a più riprese finché nel 1901 ne divenne proprietario Giulio Tocci. Attualmente è in perfetto stato.
L’androne è selciato con lastre di pietra calcarea.
La denominazione di San Cassiano è riscontrata già nel XIII-XIV sec. Si tratta di una proprietà probabilmente annessa alla Masseria Porvica.
Storica proprietà del Marchese Chiurlia. Fu espropriata nel 1826 e concessa in affitto. Restò di proprietà del Comune di Lizzano fino agli inizi del XX secolo, quando passò in mano private.
Al momento si possono vedere alcuni fabbricati, alcuni rimaneggiati, altri parzialmente crollati.
Sul posto sono stati rinvenuti molti frammenti ceramici di epoca magno-greca.
Anticamente la proprietà coincideva con tutta contrada Mucchio. Fino a circa la metà del ‘700 costituiva un’unica proprietà con masseria San Vito. Passando per diverse mani, dalla fine del 1901 la masseria ebbe come ultimo proprietario Giuseppe Maiorano di Lizzano. Ad oggi la masseria non esiste più essendo stata demolita dopo che era caduta in abbandono.
La notte del 1° gennaio 1547 sta per compiersi un assalto saraceno alla
città di Avetrana. Sopraggiunti con cinque imbarcazioni, circa cento Turchi sbarcano ne la vicina marina di Torre Colimena. Li guida un uomo del posto, tal Cria: ha scelto di tradire il suo popolo, consegnandolo al saccheggio ottomano. Il manipolo prende il castello di Avetrana e sta per entrare in città. Ma, come spesso accade, il destino cambia i piani degli
uomini. Quella notte Avetrana non dorme: i suoi abitanti festeggiano sino all’alba e i suoni dei tamburelli vengono scambiati dagli invasori per i tamburi battenti di un esercito. Allora Cria, temendo che i Turchi. lo ritengano artefice di un’imboscata, sposta il sanguinoso obiettivo di pochi
chilometri più a nord, cogliendo nel sonno l’estranea San Pancrazio, che
già aveva conosciuto la scimitarra nel 1480. Moltissimi saranno i morti e i
deportati, ingenti le razzie e le distruzioni.
La cronaca pittorica nella chiesa di Sant’Antonio richiama quella letteraria di Girolamo Marciano, scritta pochi decenni dopo i fatti. Il dipinto procede attraverso un’impressionante sequenza di immagini disposte in senso orario, che si chiude con la raffigurazione della cruenta vendetta perpetrata nei confronti del traditore.
Se ne ha notizia a partire dal 1602. Fu a lungo in mano alla famiglia Chiurlia finché, nel periodo successivo al periodo della feudalità (1806), l’intero asse ereditario famigliare incontrò la frantumazione in piccole proprietà, tra cui la stessa Masseria Sgarrata.
Attualmente, la masseria è recintata con muretti a secco. Il corpo di fabbrica esposto a Nord è il più recente e reca allo spigolo di levante una statua della Madonna. Tutte le facciate presentano porte e finestre con cornice ad arco. Nel cortile campeggia una cisterna raggiunta con apposite tubature per la raccolta delle acque piovane. Ci sono anche altre costruzioni che dovettero servire da abitazione al massaro e ai contadini.
Il rito e la tradizione più forte è la processione penitenziale nei momenti di siccità fatta da S. Pietro a Manduria a piedi, da masse di popolo, per portare il ritratto miracoloso del principe degli Apostoli accanto ai SS. patroni Gregorio e la Madonna Immacolata, tutti invocati e pregati per la pioggia.
La processione è caratterizzata da una serie di ritualità: tridui, novene, l'uscita dei SS. Patroni, e infine la «presa» di S. Pietro e il suo trasporto processionale, solenne, arboreo fino a Manduria e la sua restituzione altrettanto solenne sancita da un verbale fra Sindaco e Abate.
La presenza di tanti rami, tronchi, frasche, alberi interi di cui i processionanti si caricano, ha fatto pensare a preesistenti culti arborei pagani su cui si sarebbe innestato il culto di S. Pietro.
Lo sviluppo della tenuta, in base a varie documentazioni scritte, risulta segnato, da lunghi percorsi storico-insediativi: epoca neolitica, possibili fasi indigene e poi greco-romane, sino all'età medievale. La Masseria è citata in un atto di procura (anno 1531) e successivo rogito di vendita (anno 1544), con cui la stessa passava dall'antica Abbazia tarantina di San Vito del Pizzo, alla nobile famiglia Aielli.
Dopo aver conservato il nome di tale famiglia, la masseria prese la denominazione di San Vito in onore della cappella del Santo, ivi esistente dal 1500; nel XIII sec. finisce in possesso degli Agostiniani di Manduria, per passare poi, a seguito delle leggi napoleoniche e murattiane contro i privilegi feudali (1808), al Ducato Regio e Pubblico Demanio. La tradizione orale racconta che “Don Alfredo Maiorano” riuscì ad acquistare la Masseria di San Vito, in seguito ad un corposo dono in monete d’oro da parte di alcuni briganti, che vollero in tal modo ricompensarlo per aver dato loro rifugio e sostentamento.
La costruzione passò poi in possesso di Cosimo Lomartire di Sava che la suddivise in lotti: un lotto fu assegnato alla figlia Elena Lomartire. Il recupero della moderna struttura è il risultato della passione profonda, il lavoro continuo e l’impegno costante del Sig. Giuseppe Vagali, coniuge di Lomartire Elena. La masseria oggi è abitata e viva: ossia con un imprenditore agricolo (Giuseppe Vagali, appunto) in attività, desideroso di ricreare l’atmosfera di allegria, musica popolare e genuino divertimento che da sempre ha caratterizzato le notti di “San Vito” facendo sentire, secondo l’antica tradizione contadina, le persone come accolte in famiglia.
In un documento nel 1747 si legge che il Sommo pontefice Giulio II nel 1505 concesse agli abati dell’Abazia di San Vito del Pizzo il previlegio di utilizzare le terre della proprietà della masseria.
Della vecchia struttura resta quasi nulla, poiché nel XIX sec. è stata quasi completamente ricostruita.
Le stalle per gli animali sono al piano terra e dietro c’è la casa del massaro.
Secondo il Catasto Onciario del 1949 la masseria all’epoca apparteneva a Giovanni Magrisi. A causa di alcuni debiti passo poi nelle mano al Marchese di Lizzano, Nicola Chyrlia.
Oggi presenta due serie di costruzioni di cui una più antica. Dell’antica recinzione fatta con muretti a secco è rimasto ben poco.
Su questa masseria c’è una leggenda: al proprietario compariva un mostro a forma di toro scatenato che faceva spaventare tutti. Un giorno il proprietario invocò il nome della madonna e questo mostro scomparve e non ricomparve più.
Nelle vicinanze ci sono numerose sepolture di epoca magno-greca.
Le perdonanze ricordavano le penitenze fatte da S. Pietro
sul fiume Bevagna, dove versò calde lacrime (copiose flevit è scritto sull'affresco absidale dell'antica cappella, dove l'iscrizione che circonda S. Pietro in mezzo a S. Marco e S. Andrea, ricorda proprio il tradimento e il pentimento di Pietro) chiedendo perdono a Gesù per averlo rinnegato tre volte: come S. Pietro venne in questo luogo a far penitenza, così i suoi devoti verranno periodicamente in questo luogo a far penitenza, per espiare i loro peccati. L'afflusso di popolo nei primi tre giorni di aprile per le Perdonanze dovette essere tale da provocare la nascita di un florido mercato, detto «La Paniera» presso il fiume Borraco. Fiera o mercato di non poca importanza economica se, come riferisce il Lunardi, provocò una lite giudiziaria ultra quarantennale fra tarantini e orietani per il possesso di tale mercato, fra il 1409 e il 1463.
In un documento del 14 maggio 1747 si attesta che la masseria è di proprietà del Marchese di Lizzano Nicola Ciurla di 50 tomoli comprendente molti alberi di ulivo.
La vecchia masseria crollò tra il 1920 e il 1930 provocando solo la morte di alcuni buoi. Alcune parti sono state poi inglobate nella nuova costruzione.
Nel 44 d.C. l’apostolo accompagnato dal fratello Andrea e dal fedele discepolo Marco, nel loro viaggio per mare da Antiochia a Roma, giunti nelle acque dello Ionio, furono gettati da una furiosa tempesta sulla costa salentina, precisamente lì dove attualmente si scorge il santuario di Bevagna 3. Soccorsi dalla gente del luogo, furono presentati a Fellone, re dei Fellinesi, da tempo malato di lebbra. Pietro gli promise la guarigione a condizione che credesse nel Signore Gesù. Il re fu istruito, ricevette il battesimo 5, dopo il quale riacquistò la sanità. Il miracolo, seguito da molti altri, attirò l'intero popolo alla fede. Pietro salpò quindi alla volta di Roma. Non tardò molto che sul luogo dell' approdo i cristiani elevarono un tempio, in cui fu religiosamente conservato l'altare sul quale l'Apostolo aveva celebrato la prima messa su terra italiana.
In un documento notarile del 1750 se ne attribuisce la proprietà a Monteparano.
È posta a Nord-ovest di Lizzano, alle spalle del convento di San Pasquale. Pianta a L.
Archivio privato di N. Gigli di Manduria. Riproduzione è tratta dalla pubblicazione di Filomena. Fuori dalle mura si notano ad Est, le cappelle di San Giovanni e S. Nicola extra moenia.
Sul versante opposto S. M. Dello Verde.
In agro di Maruggio, in una località non precisata fu rinvenuto un gruzzolo di monete inventariate IGCH 1914. Esse furono rinvenute nel 1905 e sono costituito da 48 esemplari in argento delle zecche di Tarentum, Meapontum, Sybaris, Thurium, Velia, Caulonia e Croton. Data di occultamento: 380 a.C. Del nucleo originale si conservano 36 esemplari, oggi conservato nel tesoriere presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Il tesoretto di Manduria, rinvenuto nel 1916, era costituito originariamente da 1027 esemplari medievali e del regno di Napoli. Del nucleo originale si conservano 689 nummi. Oggi è custodito presso il tesoriere del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Nel 1816 la proprietà era del Marchesi di Lizzano, Nicola Chyurlia e si estendeva ad aree di macchia, bosco, corti di pecore e seminato, ma era definita semplicemente “curti di pecore” evidentemente era un semplice ovile di pecore a pianta a L, con alcune stanze per il massaro e per la produzione di latticini. L’attuale struttura fu poi probabilmente costruita dal cavalier Filippo Vasaturo.