Il folklore, i riti e le leggende di un territorio sono il patrimonio culturale tramandato nel tempo, che raccontano le tradizioni, le credenze e le storie di una comunità. Questi elementi aiutano a conservare l’identità locale, rafforzano il senso di appartenenza e trasmettono valori, paure e speranze di generazione in generazione.
Si presenta una passeggiata organizzata per mostrare i monumenti e luoghi sconosciuti del territorio di Torre Santa Susanna. Intervista realizzata da IdeaRadio all'avvocato Raffaele Misseri che è stato promotore nel 2024 di un' iniziativa per mostrare luoghi nell'agro della cittadina e far conoscere anche l'evoluzione extra urbana di Torre Santa Susanna prima della sua nascita come centro urbano.
L’agro di Avetrana, custodisce un importante patrimonio di masserie che raccontano la storia agricola e sociale del territorio. Questi complessi rurali, nati tra il XVII e il XIX secolo, erano centri di produzione e gestione dei fondi agricoli, spesso autosufficienti e abitati da famiglie di contadini e braccianti. Le masserie sorgevano in punti strategici per il controllo del territorio e per la vicinanza ai campi coltivati, alla macchia mediterranea o ai percorsi di transumanza. Alcune di esse, come Masseria La Marina, si trovano nei pressi della costa e avevano anche funzioni di avvistamento o difesa. Masseria Bosco è tra le più antiche e conserva elementi architettonici che indicano una funzione anche residenziale per i proprietari. Altre, come Masseria Scasserba e Masseria Maviglia, erano centri produttivi con stalle, cisterne, frantoi e granai. Queste strutture erano spesso fortificate, con muri a secco, torri di guardia e cortili chiusi per difendersi dalle incursioni. Le masserie non erano solo luoghi di lavoro, ma anche centri sociali e religiosi: molte possedevano piccole cappelle e partecipavano alla vita delle campagne circostanti. Alcune erano legate a famiglie nobili o ordini religiosi, come nel caso della Masseria della Madonna del Casale. Oggi molte di queste masserie sono abbandonate, ma alcune sono state recuperate e trasformate in agriturismi o residenze turistiche, contribuendo alla valorizzazione del paesaggio rurale. La loro presenza rappresenta una testimonianza concreta della cultura contadina e del rapporto millenario tra uomo e terra in questo angolo di Puglia. Con le loro architetture sobrie ma imponenti, continuano a raccontare storie di fatica, identità e tradizioni.
Una descrizione della cittadina ripresa da un yuotuber che ha fatto visita ad Avetrana nel 2024, raccogliendo elementi di interesse storico e curiosità del territorio della comunità avetranese.
Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un piccolo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circondata da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in generazione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran cavaliere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà gettossi a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude comunica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spira vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e altre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate.
Esiste ancora, nell´attuale salone della chiesa matrice, una vecchia statua di S. Antonio di Padova interamente scolpita in pietra, sulla cui base sono incise le lettere S.A.P. (Sanctus Antonius Paduae). Unica menzione quella dell’ arciprete Francesco Valerio Briganti nel 1747 che, in una sua relazione sulla chiesa parrocchiale, la descrive con un angelo d´argento. Di fattura non eccelsa la sua realizzazione potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XVII secolo circa. Orbene, a questa statua sembra sia legato un antichissimo aneddoto che tuttora i più anziani amano ancora raccontare ai più giovani. La leggenda racconta che nottetempo ignoti (la tradizione vuole manduriani) giunti, con un biroccio trainato da buoi, nei pressi della chiesa prelevarono la pesantissima statua dileguandosi poi nel buio della notte. Bisogna sapere che a quel tempo la statua era collocata in una delle due nicchie in basso del prospetto principale (sull´altra vi era la statua di S. Biagio). La loro collocazione era giustificata dal fatto che entrambi erano venerati come protettori del borgo. In poco tempo e tra mille scossoni, attraversando silenziosamente il borgo, il carretto era oltre le mura. Tuttavia, giunti nei pressi dello "spartifieu", al confine, vale a dire, interfeudale Avetrana/Manduria, per cause misteriose la statua divenne così pesante, tanto che i pur possenti animali non riuscivano più a trainarla. I trafugatori allora, per farla diventare più leggera, decisero di asportarne parte del retro: ma anche così non c’era niente da fare: la statua restava lì immobile e più pesante che mai. Interpretando il tutto come sinistro presagio essi decisero di riportare indietro la statua che (altro prodigio) all´istante divenne leggerissima. La ricondussero rapidamente nel borgo, la abbandonarono sul sagrato della chiesa e se la diedero frettolosamente a gambe, Lì, il mattino seguente, parroco e fedeli, la trovarono, esterrefatti e senza darsi spiegazioni. Impossibile stabilire se la statua in questione sia quella attualmente conservata nella salone della chiesa, tuttavia una rapida osservazione della scultura permette di cogliere una strana coincidenza con i fatti narrati cioè: il retro della statua risulta effettivamente come svuotato. E dunque, realtà o leggenda? Impossibile dare una risposta certa finché non c’è il supporto di un adeguata documentazione storica.
Si allegano le immagini delle due statue di Sant'Antonio che si trovano ancora oggi nella Chiesa madre di Avetrana. Le immagini sono tratte dal sito web https://www.sigecweb.beniculturali.it/ dove si trovano le schede con la descrizione completa delle statue.
Chiantare bbarracca e bburattini
L’espressione è tratta dal teatro delle marionette. Il burattinaio, quando non riusciva più a divertire il pubblico, per non annoiare, chiudeva il sipario e andava all’osteria.
La leggenda più conosciuta e famosa inerente al paese di Erchie è sicuramente quella legata al culto di Santa Lucia. Nel XI secolo il generale bizantino Giorgio Maniace traslò le sacre spoglie della Santa da Siracusa a Costantinopoli, come dono per l’imperatrice Teodora. Durante il viaggio approdò nella boscaglia oritana, vicino ad Hercle. Qui presso la grotta dell’Annunziata vivevano i monaci basiliani, i quali trasformarono l’avvallamento in una cappella. Nel corso dei secoli la cappella fu abbandonata, finché nel 1500, secondo la leggenda, durante un periodo di grave siccità, un vaccaro inseguendo una mucca che si era allontanata, la trovò che beveva da una fonte zampillante e in prossimità di essa c’era proprio il quadretto della Santa. Gli Ercolani lo recuperarono ed edificarono un tempio nel luogo del ritrovamento.
Il fonte pliniano di Manduria è una sorgente d'acqua dolce situata nei pressi delle antiche mura della città messapica di Manduria, in Puglia. Prende il nome da Plinio il Vecchio, che la menziona nella sua Naturalis Historia. L'acqua della sorgente era considerata perenne e pura, tanto da non variare mai il suo livello, anche in tempo di siccità. Questo luogo, ricco di storia e leggenda, era già noto in epoca romana e simboleggiava per i locali un legame profondo tra natura e sacralità. Ancora oggi è visitabile e rappresenta una testimonianza importante del passato della regione.
A Manduria, in Puglia, esiste un’antica tradizione conosciuta come la Processione degli Alberi, un rito solenne e suggestivo nato per invocare la pioggia nei periodi di grave siccità. Questo evento affonda le sue radici in tempi molto lontani ed è legato alla figura di San Pietro, venerato in una piccola chiesa nei pressi della torre di Bevagna, a circa dieci chilometri dal paese. Secondo una leggenda, proprio qui San Pietro sarebbe sbarcato insieme a San Marco, dando inizio all’evangelizzazione della zona e battezzando le genti nel fiume Bevagna, le cui acque da allora si ritengono miracolose.
Quando la siccità diventava insostenibile, le popolazioni locali si riunivano per fare un voto collettivo, chiedendo il permesso al sindaco e, tramite lui, all’abate. Una volta stabilita la data, migliaia di persone si recavano alla chiesa di Bevagna. Trascorrevano la notte all’aperto, illuminando i campi con piccole luci, in un’atmosfera carica di fede e speranza. All’alba partiva la processione: una lunga fila ordinata di persone, con in testa gli uomini e in fondo l’abate, che portava la sacra immagine di San Pietro dentro una teca sorretta da giovani. Il cammino era accompagnato da squilli di tromba e da litanie in dialetto che recitavano:
Santu Pietru binidittu
ca allu desertu stai
tantu bene ti ozze Cristu
ca te donau le chiai
tanni a nui lu Paradisu
tu ca n’hai la potistai
I partecipanti portavano rami, ceppi, croci o pesanti sassi come segno di penitenza. I rami, spesso di ginepro o lentisco, venivano poi conservati nelle case come oggetti sacri. Una volta giunti a Manduria, il santo veniva accolto ufficialmente dal sindaco, ma solo dopo la firma di un contratto in cui si prometteva di riportare l’effige nella chiesa d’origine. Il santo rimaneva in città per circa una settimana, durante la quale si tenevano preghiere e celebrazioni. Il ritorno a Bevagna avveniva con la stessa solennità: gioioso se la pioggia era arrivata, mesto se il miracolo non si era compiuto.
Un raro filmato del 1933, realizzato dall’Istituto Luce, documenta questa processione, testimoniando la forza e la bellezza di un rito che, ancora oggi, viene celebrato in occasioni speciali.
Il transito di Sant'Antonio si inserisce all’interno del contesto delle attività tradizionali di Fragagnano. Si tratta di una processione che rievoca l’ultimo viaggio di S. Antonio (patrono del paese dal 1904) morente all’ Ancella. Il rito prende spunto dalle celebrazioni dei frati custodi dei santuari antoniani di Padova nel 1931 in occasione del VII° centenario della morte del Santo. La prima edizione della processione si è svolta nel 2011. L’ itinerario della processione, con figuranti in costumi d’epoca realizzati da volontarie, si snoda dalla Chiesa Madre lungo le vie del paese, per concludersi presso la Chiesa Madre Medesima sul sagrato della quale viene celebrata la Santa Messa. La statua di S. Antonio morente viene portata su un carro trainato da un asino, mentre voci narranti leggono brani delle fonti antoniane che rievocano quanto accadde il pomeriggio del 13 giugno 1231.
Amarcord Maruggese - anno 1986
I fratelli Schirone di Maruggio, entrano nella hit parade nazionale con la canzone Onde. Un tormentone si direbbe oggi, dell'estate '86, partito da un percorso professionale musicale di due cantanti maruggesi.
Il duo debutta nel 1986 con il 45 giri Onde, pubblicato dalla CGD con cui partecipano al Festivalbar vincendo il Disco verde. Il disco contiene anche la versione strumentale di Onde, intitolata Waves, che farà parte della colonna sonora del film Rimini Rimini del 1987. Il brano è scritto insieme a Carmelo La Bionda.
L'anno successivo esce il loro secondo disco Un'estate fortunata, trainato dal brano omonimo, scritto sempre in collaborazione con i La bionda di cui saranno anche i produttori. Al testo partecipa anche Sergio Conforti, in arte Rocco Tanica degli Elio e le storie tese.
La festa della Madonna del Verde è un'antica e tradizionale festa religiosa di Maruggio celebrata da tempi remoti. Il culto della Vergine è legato ad una tradizione popolare secondo la quale la Madonna avrebbe il potere taumaturgico di far guarire dal "Male del Verde", ossia dall'anemia emolitica da favismo, che dava un colorito verde al corpo: per questa caratteristica avrebbe ricevuto l'appellativo di Madonna del Verde.
La chiesa a lei dedicata (originariamente consacrata a Santa Maria del Tempio e costruita alla fine del '500) era un tempo meta di pellegrinaggi anche dagli abitanti dei paesi limitrofi.
I riti legati alla festa iniziano il giorno 20 novembre, vigilia della festa vera e propria, con il rito detto 'Ssittàta alla Matònna (tradotto: seduta alla Madonna). Il 21 Novembre il simulacro viene portato in processione per le vie del paese. La tradizione popolare vuole che la festa segni la fine di tutte le processioni locali e l'inizio della stagione invernale a Maruggio.
Nel video diverse testimonianze dei maruggesi anziani che ricordano i miracoli compiuti dalla Madonna del Verde
Il 13 giugno 1637 i pirati turchi assalirono la Commenda Magistrale di Maruggio (ora provincia di Taranto), allora retta dai Cavalieri di Malta, in particolar modo da Fra’ Giovan Battista Naro che qualche anno prima aveva catturato numerose navi turche nel Mar Adriatico; l’esperto stratega, anche grazie all’aiuto del popolo di Maruggio, riuscì a scacciare gli invasori senza subire gravi perdite.
I turchi, narra la leggenda, riuscirono solo a rapire una giovincella che fu portata ad Algeri; molti anni dopo la stessa ritornò a Maruggio dopo essere stata liberata come premio per aver salvato la moglie del suo padrone grazie alle preghiere rivolte alla Madonna, dopo che tutti gli altri tentativi erano risultati vani. Da un po’ di anni proprio la comunità di Maruggio, rievoca questi due importanti avvenimenti storici in “Attacco a Maruggio”.
Leggenda della collinetta della “Madonnina dell’Altomare”
Si narra che nelle viscere della collinetta ci possa esser nascosto un tesoro. Un giorno un pastorello, che stava pascolando il gregge nei pressi della Madonnina, salito sulla sommità dell’altura, scorse di lontano un antro. Si avvicinò e vide una scalinata, scavata nella roccia che scendeva nell’interno. Spinto dalla curiosità scese i gradini e si trovò ben presto in un tempio sotterraneo dove c’era ogni ben di Dio: collane, anelli, pietre preziose e perle a bizzeffe. Ammaliato da tanto splendore, il pastorello si gettò dentro quel mare d’oro e d’argento. Ma sul più bello udì una voce dall’esterno che gridava: «al lupo!» Resosi conto del pericolo, risalì alla superficie, ma si avvide che il lupo non c’era e che le sue pecorelle pascolavano tranquillamente sulle pendici della collinetta. Allora corse nuovamente verso l’entrata della caverna, ma non la trovò: era sparita come per incanto!
A.D. 1571. Durante la guerra per la conquista dell’isola di Cipro tra l’Impero Turco e la Repubblica Cristiana di Venezia, si verificò un avvenimento prodigioso e soprannaturale. Alcune flotte dei turchi, acerrimi nemici dei cristiani, decisero di sbarcare sulle coste joniche in cerca di rifornimenti ed attraccarono a Capo Ovo. Dirigendosi verso Monacizzo, che sapevano essere dimora di religiosi cristiani per saccheggiarlo, la campana della chiesetta locale annunciò il pericolo; i contadini impauriti si nascosero ed in preghiera assistettero ad un evento miracoloso: la Madonna di Loreto apparve lì in quel luogo d'assedio accecando con la sua luce i Turchi, che cercavano invano di raggiungere l’abitato dei contadini. Accecati e spaesati, i Turchi decisero di tornare indietro verso le loro navi.
Titolo: Uggiano Montefusco ed il suo diruto castello (note e documenti)
Autori: Primaldo Coco
Data di pubblicazione: 1914
Editore: Lecce, Stab. Tip. Giurdignano
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Cenni storici di Sava
Autori: Primaldo Coco
Data di pubblicazione: 1915
Editore: Lecce, tipografia Giurdignano, ried. Marzo Editore Manduria, 1984
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Il santuario di San Pietro in Bevagna dipendente dei PP. Benedettini di Anversa
Autori: di Primaldo Coco
Data di pubblicazione: 1915
Editore: Tipografia Martinelli
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Vita e ruolo della donna nella Manduria della prima metà del '900
Autori: Antonio Provveduto
Data di pubblicazione: 2009
Editore: Provveduto
Argomenti: Storia e Tradizioni