Torre Colimena Torre Colimena prende nome da un baluardo aragonese che si proietta direttamente a mare, antica vedetta contro lo sbarco di Turchi, oggi simbolo della località. Appartiene a Manduria, come estrema frazione limitanea, ma il vicino Comune di Avetrana accampa diritti di possesso sulla scorta di carte di storica data. Ma come intenzione di fondo i due Comuni puntano concordemente all'incremento del turismo annuale che tocca questa baia. Vicina ai boschi con macchia mediterranea ricchi di fauna migratoria e bacini di popolamento ittico. I quindici Km. della costa di Manduria che terminano a Torre Colimena, offrono qui l'appendice ultima del susseguirsi di ambite spiagge e situazioni paesaggistiche ben lungi dalla monotonia. Più raccolta e meno estesa di S. Pietro in Bevagna, apparentemente meno assillata dall'urbanizzazione, Torre Colimena sviluppa un turismo specifico. gravitante attorno al suo porticciolo discretamente attrezzato e vale la pena di essere visto da vicino.
La comprensibile attenzione rivolta dai predoni a regioni abbastanza ricche dell'Italia meridionale, determinò in ogni epoca l'esigenza alla difesa sia contro i pericoli provenienti dal mare sia contro le scorrerie interne. Tale esigenza fu particolarmente sentita in Puglia che, per la sua posizione geografica e con le sue coste prive di difesa naturale, fu oggetto di ripetuti e sanguinosi saccheggi. Già nel 1220, Federico II, per porre fine agli sbarchi corsari a Porto Cesareo, con conseguenti saccheggi dell'entroterra. aveva fatto edificare Torre di Leverano e nel 1230 aveva fatto restaurare Torre della Serpe, a sud d'Otranto. La brindisina Torre del Cavallo, fu invece fatta costruire nel 1301 da Carlo II d'Angiò e la Torre di S. Cataldo, a pochi Km. da Lecce, era già eretta nel 1485. Nel secolo XVI, con l'intensificarsi delle incursioni piratesche, apparve evidente la necessità di una pianificazione della difesa costiera ed, infatti, nel 1532-33, sotto il governo del viceré Don Pietro de Toledo, si prescrive alle principali Università di fortificazioni a proprie spese. La torre nel 1547 assisite all’approdo di 5 galee turche (Cria) fig. 1 . Questo primo tentativo di pianificazione difensiva non ebbe, però, molto successo, risultando del tutto insufficiente l'iniziativa privata e pertanto, sotto il viceré don Parafan Ribiera de Alacala', fu emanata, nel 1563 una seconda ordinanza che, accentrando il potere direttivo nelle autorità viceregnali, si proponeva di sopperire all'incapacità' economica ed organizzativa delle Università. L’incarico viene affidato all’ingegnere Giovanni Maria Tommaso Scala. O per tempo o per questioni economiche la vecchia torre, completata nel 1570, non viene distrutta, ma inglobata nella nuova (fig. 2). Nel Tentativo di uniformare le tipologie e le modalità difensive, si stabiliva che ogni opera fortificata dovesse essere autorizzata dalla Regia Corte, mentre per quelle già esistenti e ritenute idonee, dovesse aver luogo l'esproprio. L'ubicazione e la dislocazione delle torri, inoltre, doveva avvenire in modo tale che le stesse costituissero un cordone ininterrotto e pertanto ogni torre doveva guardare a vista la precedente e la successiva. Nuove Torri furono quindi costruite e le esistenti modificate e restaurate, come ad esempio Torre S. Sabina a Carovigno, che, già distrutta nel 1396, fu oggetto di riedificazione a pianta stellare nel 1570.
Le torri costruite a seguito di quest'ordinanza, assumono una diversa configurazione: da torre di avvistamento diventano torri di difesa. La base circolare scompare del tutto per dare spazio alla base quadrata (peraltro già presente) con sviluppo volumetrico troncopiramidale e caditoie in controscarpa. Normalmente costituite da un unico ambiente posto al primo piano e fornito di camino, le torri avevano solidamente una porta sul lato a monte, accessibile mediante scale retrattili di legno che successivamente e solo per talune torri, si trasformavano in scale fisse. Nel basamento delle torri, si trovava sempre una cisterna di raccolta delle acque piovane e sul terrazzo venivano alloggiati gli armamenti e l'attrezzatura di segnalazione all'entroterra in caso di avvistamento nemico. Purtroppo molte di queste postazioni difensive furono interessate da un prematuro degrado, dovuto forse all'inadeguatezza dei materiali usati e spesso all'imperizia e disonestà dei costruttori, alcune crollarono durante la costruzione. Da ricerche effettuate da Vittorio Faglia risulta che il territorio pugliese era interessato dalla presenza di 132 torri costiere delle quali 101 ancora esistenti (conservate o ruderi). Nel ‘600 per disporre di un punto di avvistamento ancora più alto si costruiscono sul terrazzamento due ambienti che innalzano la torre fino a 20 metri. A questo periodo dovrebbe risalire la data di costruzione della scala in pietra. Collegata con la torre tramite un ponte levatoio (fig. 3). Allentato il periodo turno, nel 1730 la torre risulta custodita da Giulio briganti; nel 1777 dai soldati del Reggimento degli Invalidi; nel 1820 dalle guardie doganali; nel 1870 risulta abbandonata. Nei primi del ‘900 si costruisce al secondo piano un grande ambiente, un dormitorio e una cucina dotata di un secondo camino (fig. 4).