Oria
- Titolo
- Oria
- Descrizione
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Sulle antiche dune fossili formatesi circa un milione di anni fa, dove un tempo sgorgavano numerose sorgenti, si erge luminosa la città di Oria. Questo territorio, ricco di risorse naturali, fu particolarmente adatto allo stanziamento umano, attirando gruppi di pastori dediti alla transumanza, sia a breve che a lungo raggio. Le prime tracce di presenza umana risalgono al periodo compreso tra il Paleolitico medio e il Neolitico, ma è nel pieno dell’età del Bronzo che nasce il primo insediamento stabile sulla collina più alta.
Nel tempo, su questo stesso rilievo si sono succedute diverse civiltà: quella messapica, poi l’epoca romana e infine il periodo medievale, ognuna delle quali ha lasciato importanti testimonianze architettoniche e urbanistiche. Dell'antica Oria rimangono visibili resti di edifici e numerose sepolture, i cui preziosi corredi sono oggi custoditi nel Museo Archeologico di Manduria (M.A.M.).
Il simbolo più rappresentativo del periodo medievale – e dell’intera città – è il maestoso Castello Normanno-Svevo, che domina la scena dall’antica acropoli dei Messapi. Inoltre, tra il V e il XVII secolo, il centro storico fu la culla di una vivace comunità ebraica. Di particolare rilievo sono la Basilica Cattedrale, edificata sopra la cripta dell’Arciconfraternita della Morte, e il suggestivo Giardino dei Celestini, immerso nel verde del Parco Montalbano.
- Sezione
- comune
Contenuti
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Manduria e gli Americani. Documento del 1944Il documento del 1944 racconta il periodo della guerra a Manduria. Si vedono diverse immagini riprese da un pilota americano che mostrano non solo l'organizzazione delle missioni aeree, ma anche l'interazione, nei momenti liberi e di svago fra i soldati statunitensi e gli abitanti di Manduria. Particolarmente interessante l'incontro, in una masseria tra Manduria e Oria, tra un gruppo di soldati e i componenti di una famiglia che vi abitava. La masseria oggi non è più esistente.
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FLORA: IL MELOGRANOIl “Punica granatum”, conosciuto come melograno, è un arbusto originario dell’Europa sud orientale, eretto spinoso e dalle foglie strette e verdi e dai frutti commestibili. La sua storia affonda radici antichissime nelle antiche civiltà del Medio Oriente per poi arrivare nell’antica Grecia ed altre nazioni mediterranee. Ma quale legame ha con Oria? Il già citato Santuario di Demetra e Persefone è strettamente correlato al mito delle due divinità in cui il melograno rappresenta uno dei simboli. Il mito di Demetra e Persefone narra: la bella Persefone, figlia di Demetra, venne rapita da Ade, dio degli Inferi, in quanto la voleva come sua sposa. Demetra, dea della fertilità, a causa del dolore per la sparizione della figlia, scatenò una tremenda carestia condizionando anche il clima e la vita delle persone. Per evitare la scomparsa di piante, frutti e dunque del genere umano, Zeus ordinò ad Ade di liberare la giovane fanciulla. Ade obbedisce, ma con un inganno: prima di riportare Persefone alla madre, le offre un melograno, la ragazza ne mangia sei chicchi, legandola per sempre a dover tornare nel regno dell’oltretomba per sei mesi all’anno. Così gli antichi si spiegavano il ciclo delle stagioni: quando Persefone tornava sulla Terra, Demetra risvegliava la natura (primavera ed estate), il resto dell’anno, quando Persefone ritornava negli Inferi, Demetra faceva calare il freddo (inverno ed autunno). Il culto di Demetra e Persefone, il cui simbolo è il melograno, è continuato nel tempo e sempre nell’area circostante, precisamente nella grotta di S. Mauro è possibile apprezzare un particolare affresco della Madonna con il Bambino e il melograno (affresco a destra nell’immagine in basso, il melograno è indicato con il cerchio).
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FAUNA: CASTARIEDDISul colle del Vaglio (166 metri s.l.m.) sorge il castello Normanno – Svevo che ha da sempre ospitato famiglie nobili e in generale legate all’aristocrazia ed al potere. Queste famiglie avevano importanti e vasti possedimenti terrieri tra cui ampie radure e boschi in cui si poteva effettuare la pratica venatoria: per questo erano esperti nell’allevamento di cani da caccia ma anche di rapaci. Nell’area del castello da sempre è esistita una colonia di castarieddi come testimoniato dal seguente documento intitolato Lu castarieddu di Oria tratto dalla pagina famigliagaliano.it.
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AREE NATURALISTICHE: IL CANALE REALE E IL CANALE PEZZA DELL'ABATEL’importante presenza di acqua nel territorio di Oria è stata uno dei motivi per cui si sono avuti insediamenti umani, come sopra già scritto. Attualmente il territorio di Oria è attraversato da due canali, il Canale Reale che da ovest (Laurito/Sant’Anna) sfocia nell’area di San Cosimo, e il Canale Pezza dell’Abate che da est (strada per Latiano) sfocia nell’area della masseria Danusci.
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AREE NATURALISTICHE: CONTRADA LAURITOL’unicità del paesaggio oritano è attestata dai maggiori studiosi e ricercatori, che hanno prodotto numerosi scritti e pubblicazioni in generale che descrivono attentamente gli aspetti geomorfologici e naturalistici. Un’area importante si trova ad ovest dell’agro di Oria, ovvero, Contrada Laurito e zone limitrofe che con un’estensione di circa 15km², costituisce una sorta di culla storica non solo di Oria ma di tutto il territorio. La specificità del luogo è data dalla presenza di più dune fossili che si estendono in direzione est e il cui primo strato è soprattutto sabbioso, indice di un ambiente marino presente fino a circa un milione di anni fa. I successivi cambiamenti geomorfologici determinarono poi l’assetto e il paesaggio attuale, che possiamo circoscrivere in tre diversi ambienti: antico querceto, il complesso grottifero, la lama di Sant’Anna. Non è un caso che in questa si insediano antichi villaggi e che in seguito l’ area è interessata dal passaggio dell’antico tratturo martinese e la via Appia. La Masseria Laurito sorge in questa contrada, qui foto dal catasto del 1756. I cittadini oritani sono legati a questo luogo. Fino a pochi anni fa, il querceto era aperto al pubblico. Ricordiamo le passeggiate, le pasquette e i giorni passati a raccogliere i funghi che il bosco donava. Ecco una testimonianza di “Tonino lu neru”, soprannome di Antonio Calò (lu neru, ossia il nero, perché il colore della pella era molto scuro in quanto Antonio lavorava in campagna tutti i giorni). “A Laurito nui scìumu li tumenichi cu tutta la famiglia, soprattuttu a ottobbri. Ni purtaumu li coppi cu nu bottiglioni di acqua e unu ti mieru: l’acqua sirvia pi mettiri a mueddhu li frisuni, lu mieru cu mbiviumu e poi ni curcaumu. Mugghierima priparava li frisuni iu sci cugghia li fungi cu figghiuma, staunu quattri tipi ti fungi ca cugghiumu: li amarieddhi, li minetuli, li porcinelli e li rositi, ca erunu quiddhi ca divintaunu vierdi mentre li minetuli taunu problemi intestinali (in realtà Tonino ha usato un termine diverso che non scriviamo). Quannu poi mugghierima ni chiamava, nui turnaumu e mangiaumu li frisuni cu li pummitori e lu mieru. Poi ni curcaumu a Lauritu stessu, cioè puertaumu sdraii e seggi. Alli 5 turnaumu a casa.” “A Laurito noi andavamo le domeniche con tutta la famiglia, soprattutto a Ottobre. Portavamo dei contenitori, una damigiana di acqua e una di vino: l’acqua serviva per bagnare le frise e il vino per berlo per poi andare a dormire. Mia moglie preparava le frise e io andavo a raccogliere i funghi con mio figlio, c’erano quattro tipi di funghi che raccoglievamo: amarieddhi (lactarius tesquorum), minetuli (suillus), porcinelli (leccinum lepidum), rosite (lactarius delicius) cioè quelli che diventavano verdi mentre le minetuli davano problemi gastrointestinali. Quando mia moglie poi ci chiamava, noi tornavamo e mangiavamo le frise con i pomodori e il vino. Poi andavamo a riposare sempre a Laurito, cioè portavamo sdraie e sedie. Alle 17:00 tornavamo a casa”.
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ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: I FRANTOI IPOGEIUno degli esempi ricorrenti nella maggior parte dei paesi del G.A.L. Terre del Primitivo riguarda la presenza di frantoi ipogei. Anche Oria, favorita dall’abbondante presenza di roccia lungo le colline, era sede di queste antiche costruzioni usate nell’ambito rurale e che hanno caratterizzato anche l’ambito sociale. Le fonti storiche (catasti e stato delle anime) accertano la presenza di almeno 12 frantoi ubicati principalmente nel centro storico e sotto palazzi nobiliari o nelle immediate vicinanze di strutture cultuali. Attualmente si contano solo 3 frantoi ipogei di cui solo uno fruibile (fam. Pesce). La vita da operai nel frantoio era ai limiti sia in senso igienico, ma anche sociale ed umano: il lavoro iniziava a fine settembre e si concludeva alla fine di marzo/ inizi aprile, ed in questo lasso di tempo il lavoratore era costretto a turni di 12 ore al giorno senza aver nessun contatto con l’esterno né con i propri familiari. I bagni non esistevano venivano utilizzate delle buche scavate nella roccia, tipo piccole cisterne, che venivano ripulite saltuariamente. Una stanza veniva ricavata nella roccia ed era utilizzata come zona riposo per gli operai(i letti erano blocchi – balle- di paglia) il cui uso veniva alternato in base ai turni; un’altra stanza era adibita a stalla con mangiatoie e ganci in ferro conficcati nella roccia a cui legare l’asino, che rappresentava una parte importante nel ciclo di produzione dell’olio. L’animale veniva poi sacrificato a fine ciclo produttivo (aprile) in un banchetto cui partecipavano tutti i lavoratori impegnati (“capucanali”). I frantoi ipogei, come detto, si trovano sotto imponenti edifici e si ottenevano scavando nella roccia ricavando dunque degli spazi in seguito ampliati e modificati col passare del tempo. Ma come venivano portate le olive nel frantoio? Oltre agli spazi, venivano anche ricavate delle buche nella parte superiore della parete, che consentivano di comunicare con l’esterno: queste aperture, di forma circolare, venivano chiamate “le sciaie” oppure “lisciaii”. Il frantoio della famiglia Pesce, collocato proprio sotto un edificio nobiliare, si trova in un’area detta li sciaii: questo termine era comune in quasi tutte le città delle Terre del Primitivo, nonché del Salento.
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ENOGASTRONOMIA: IL TARALLINODa un punto di vista storico, Oria è stata un centro abitato molto importante grazie alla conformazione geomorfologica del territorio che ha determinato lo sviluppo di trame sociali fin dal Paleolitico medio e proseguito nel raggiante periodo messapico. Una delle colline (dune fossili) è diventata negli ultimi 35 anni uno dei luoghi più importanti di tutta la Puglia, a livello archeologico: Monte Papalucio. Indagini archeologiche, condotte dall’Università del Salento, hanno portato alla luce importanti testimonianze storiche con diverse fasi di frequentazione, ed hanno permesso di stabilire la presenza di un santuario e di riferire il culto alle divinità di Demetra e Persefone. Di particolare importanza, ma purtroppo non ancora riconosciuti, sono i ritrovamenti organici di prodotti da forno, come focacce bianche, crackers, ed in particolare “la forma arcaica” del famosissimo tarallino. Il ritrovamento di questi prodotti ha stabilito una sorta di record per la città di Oria: il tarallino rinvenuto risulta essere il più antico refertato in Europa, come dimostrato dagli studi effettuati. Questo “tarallino primordiale” era prodotto con farina di frumento ed orzo mentre semi di papavero ricoprivano la parte superiore del prodotto.
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ARCHITETTURE RURALI: MONTE PAPALUCIOAnnoveriamo l’area di Monte Papalucio tra le architetture rurali, benché sia ubicata nel centro abitato. L’area è stata frequentata già dal Paleolitico ma è con la civiltà messapica che assume valore incredibile: diviene infatti Santuario dedicato alle divinità Demetra e Persefone, con un ampliamento del culto anche verso Afrodite.
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ARCHITETTURE RURALI: CHIESA DI GALLANASi trova sul tracciato dell’Appia, edificata nel V-VI sec su un precedente insediamento romano intitolato alla "gens gerellana", da cui il nome Gallana. Nel corso del tempo ha subito varie modifiche strutturali fino alla conformazione odierna a due navate. L’interno era totalmente affrescato, rimangono però solo alcune parti dei diversi cicli pittorici che un tempo ricoprivano le pareti della chiesa. Alla chiesa è legata la festa omonima, si festeggia il 15 Agosto da circa 150 anni. La festa prettamente di contrada, è un modo per salutare l’estate ma è associata alla Dormitio Virginis (per gli orientali) e all’assunzione di Maria per i latini. Alla festa è associato un pellegrinaggio verso la chiesa, un po’ per emulare gli antichi pellegrinaggi verso l’importantissimo luogo, ma soprattutto nel Meridione, gli anziani sono i custodi dell’antica prece intitolata “Li Cientu Cruci” (Le Cento Croci), una formula dialettale ripetuta dall’orante per cento volte, accompagnata dal segno della croce e alternata da cento “Ave Maria”. Pensa, anima mia, ca ama muriri; alla Valle ti Gesu fàttu ama sciri e lu nimìcu ‘nnanti ni voli assìri. Fèrmiti, nimìcu mia! No mi tentàri e no mi ‘ttirrire, ca centu cruci fici ‘n vita mia lu giurnu ti la Ergine Maria. iu mi li fici, iu mi li scrissi, parti ti l’anima mia te non avisti. Pensa, anima mia, che dovremo morire! / Nella Valle di Giòsafat dovremo andare / e il nemico (il demonio) cercherà di venirci incontro. / Fermati, nemico mio! / Non mi tentare e non mi atterrire, / perché feci cento segni di croce (e qui ci si segna) durante la mia vita / nel giorno dedicato alla Vergine Maria. / Mi segnai, ascrivendo ciò a mio merito, / e tu non avesti potere sulla mia anima.
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ARCHITETTURE RURALI: REGIO TRATTURO MARTINESECome abbiamo accennato il territorio di Oria rappresentava un crocevia importante per le popolazioni e le città limitrofe, ma l’importantissimo argomento di cui vi parliamo affonda radici nell’età del Neolitico: stiamo parlando del Regio Tratturo Martinese, che attraversava e attraversa tutt’ora diversi centri appartenenti al G.A.L. Terre del Primitivo. Le carte ufficiali, che sono state oggetto di studio di comitati scientifici regionali, descrivono il tratturo come una strada lunga circa 100 km che metteva in comunicazione le aree vicine di Avetrana con quelle di Castellaneta, ai confini con la Basilicata. L’area di Oria (in rosso nella mappa sottostante) interessata era ed è Contrada Laurito (SP54), Contrada Argentone, Contrada Viprara (SP57), l’area della masseria “Case Grandi”, l’area del Santuario di San Cosimo. La migrazione delle pecore, governate dai pastori,avveniva tra i territori salentini e i territori del Molise, Abruzzo, ma anche Lucani e campani (Sud della Campania), ed è considerata un’arte, l’arte della transumanza, che ha generato tra le popolazioni un importante intreccio sociale, storico ed economico. La transumanza era legata al culto e alla figura di San Michele Arcangelo la cui ricorrenza ricade nei giorni dell’8 maggio e del 29 settembre. Perché la figura di San Michele Arcangelo, e quindi queste due date, sono legate alla transumanza? Nel mese di maggio si ebbero le prime due apparizioni sul Gargano nell’anno 490 d.C., e con esse l’arrivo del suo culto in Europa attraverso i Longobardi, mentre la terza apparizione si ebbe il 29 settembre del 493 d. C. Queste due date rappresentano la partenza del bestiame verso le terre salentine o abruzzesi: quando nel Salento la calda estate seccava i prati, a maggio, i pastori conducevano il gregge nei piani delle alture dell’Abruzzo e del Molise in cui trovavano ampie, verdi radure; viceversa, quando le alture abruzzesi iniziavano a ricoprirsi di neve, a settembre, il bestiame migrava nei territori salentini, dove le abbondanti piogge di settembre ridavano vita ai prati. Al netto della parte storica, possiamo ben dire che la transumanza ha contribuito fortemente all’origine alla trama sociale odierna. Vogliamo integrare con i versi di D’Annunzio. I Pastori Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti. Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natia rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d’avellano. E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri. O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina!Ora lungh’esso il litoral cammina La greggia. Senza mutamento è l’aria. Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquio, calpestio, dolci romori. Ah perché non son io cò miei pastori? Qui i versi, in dialetto, di un pastore del luogo che esprime una commovente gratitudine al bestiame e ai cani pastore. “Vivimu sempri assiemi (viviamo sempre insieme) cari pecuri mia. (care mie pecore). Turmimu sempri assiemi (dormiamo sempre insieme) cari cani mia. (cari miei cani). Mangiamu sempri assiemi (mangiamo sempre insieme) e caminamu insiemi. (e camminiamo insieme). Ni spetta strata longa (ci attende un lungo cammino) cautu, friddu e ientu. (caldo, freddo e vento). Ma sempri assiemi, (ma sempre insieme) finu alla fini ti li giurni nueshrti. (fino alla fine dei nostri giorni).
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ARCHITETTURE RURALI: LE PAJAREI territori bizantini e longobardi, in ogni caso, si trovavano proprio nelle immediate vicinanze di questa strada e le diverse testimonianze architettoniche presenti nel territorio lo dimostrano: è possibile infatti individuare complessi edilizi di architettura completamente diversa nelle due fasce di territorio un tempo delimitato dalla suddetta strada. Un importante esempio sono le classiche pagghiare o pajare, piccole costruzioni adibite a deposito di attrezzi agricoli e di paglia e fieno, da qui il nome. In realtà, la costruzione affonda radici ben più antiche, e dagli studiosi verrà nominata Trullo saraceno, molto probabilmente uno stile architettonico importato proprio dall’Est e dalla civiltà bizantina la cui capitale era Bisanzio, l’attuale Istanbul. Perché la menzioniamo nello specifico ad Oria, quando è possibili ritrovare questo tipo di costruzioni in tutte le città delle Terre del Primitivo finanche nella provincia di Lecce? Perché proprio ad Oria è possibile individuare, almeno fino ad ora, uno degli ultimi di stile bizantino prima che la costruzione cambi radicalmente forma divenendo il classico e famoso trullo della Valle d’Itria riconducibile ad uno stile longobardo.
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ARCHITETTURE RURALI: IL LIMITONE DEI GRECIDa molti appassionati di storia, il “Limitone dei Greci” era considerato un limes costituito da un’imponente muraglia che divideva i territori bizantini da quelli longobardi e che si trovava in un’ampia area che si estendeva fino all’attuale provincia di Lecce. In realtà gli studiosi e i ricercatori hanno facilmente individuato in questo Limitone dei Greci una strada antica che collegava molti importanti centri del Salento.










