Avetrana
- Titolo
- Avetrana
- Descrizione
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Avetrana è una cittadina dalle origini molto antiche, forse risalenti addirittura al periodo Neolitico. Questa ipotesi è sostenuta da alcuni ritrovamenti di villaggi preistorici risalenti al VI millennio a.C., scoperti lungo l’antica via Tarantina, nonché da reperti della stessa epoca rinvenuti nelle grotte del Canale di San Martino, oggi conservati presso il Museo Nazionale di Taranto.
Un'altra teoria sull’origine di Avetrana si basa sul suo antico nome, "Vetrana", che la collegherebbe al periodo romano. A sostegno di questa tesi vi sono i resti di una villa rustica del II secolo a.C., rinvenuti nei pressi di un acquedotto costruito sul Monte Maliano.
- Sezione
- comune
Contenuti
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Celestino F. Scarciglia (Avetrana 1767 – Lecce ?)Nel documento "Il moto liberale del 1817" di A. Lucarelli conservato nell'Emeroteca della provincia di Brindisi a pagina 6 c'è il riferimento a Cestino Scarciglia. Michele Greco, nel suo lavoro "Manduria nel Risorgimento", dice che Celestino Scarciglia “deve essere considerato il protomartire salentino della libertà”, in quanto fu uno dei primi rivoluzionari che si batté per la libertà contro i Borbone. Collaborò all’organizzazione dell’insurrezione popolare da attuarsi nel Regno di Napoli nel 1794; scoperto, fu arrestato nella stessa città di Napoli. In seguito prese parte ai moti del 1799 combattendo a difesa della costituita Repubblica partenopea.
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Agro di AvetranaL’agro di Avetrana, custodisce un importante patrimonio di masserie che raccontano la storia agricola e sociale del territorio. Questi complessi rurali, nati tra il XVII e il XIX secolo, erano centri di produzione e gestione dei fondi agricoli, spesso autosufficienti e abitati da famiglie di contadini e braccianti. Le masserie sorgevano in punti strategici per il controllo del territorio e per la vicinanza ai campi coltivati, alla macchia mediterranea o ai percorsi di transumanza. Alcune di esse, come Masseria La Marina, si trovano nei pressi della costa e avevano anche funzioni di avvistamento o difesa. Masseria Bosco è tra le più antiche e conserva elementi architettonici che indicano una funzione anche residenziale per i proprietari. Altre, come Masseria Scasserba e Masseria Maviglia, erano centri produttivi con stalle, cisterne, frantoi e granai. Queste strutture erano spesso fortificate, con muri a secco, torri di guardia e cortili chiusi per difendersi dalle incursioni. Le masserie non erano solo luoghi di lavoro, ma anche centri sociali e religiosi: molte possedevano piccole cappelle e partecipavano alla vita delle campagne circostanti. Alcune erano legate a famiglie nobili o ordini religiosi, come nel caso della Masseria della Madonna del Casale. Oggi molte di queste masserie sono abbandonate, ma alcune sono state recuperate e trasformate in agriturismi o residenze turistiche, contribuendo alla valorizzazione del paesaggio rurale. La loro presenza rappresenta una testimonianza concreta della cultura contadina e del rapporto millenario tra uomo e terra in questo angolo di Puglia. Con le loro architetture sobrie ma imponenti, continuano a raccontare storie di fatica, identità e tradizioni.
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Curiosità e storia di AvetranaUna descrizione della cittadina ripresa da un yuotuber che ha fatto visita ad Avetrana nel 2024, raccogliendo elementi di interesse storico e curiosità del territorio della comunità avetranese.
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La leggenda del "bue marino"Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un piccolo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circondata da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in generazione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran cavaliere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà gettossi a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude comunica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spira vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e altre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate.
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Il furto della statua di Sant'AntonioEsiste ancora, nell´attuale salone della chiesa matrice, una vecchia statua di S. Antonio di Padova interamente scolpita in pietra, sulla cui base sono incise le lettere S.A.P. (Sanctus Antonius Paduae). Unica menzione quella dell’ arciprete Francesco Valerio Briganti nel 1747 che, in una sua relazione sulla chiesa parrocchiale, la descrive con un angelo d´argento. Di fattura non eccelsa la sua realizzazione potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XVII secolo circa. Orbene, a questa statua sembra sia legato un antichissimo aneddoto che tuttora i più anziani amano ancora raccontare ai più giovani. La leggenda racconta che nottetempo ignoti (la tradizione vuole manduriani) giunti, con un biroccio trainato da buoi, nei pressi della chiesa prelevarono la pesantissima statua dileguandosi poi nel buio della notte. Bisogna sapere che a quel tempo la statua era collocata in una delle due nicchie in basso del prospetto principale (sull´altra vi era la statua di S. Biagio). La loro collocazione era giustificata dal fatto che entrambi erano venerati come protettori del borgo. In poco tempo e tra mille scossoni, attraversando silenziosamente il borgo, il carretto era oltre le mura. Tuttavia, giunti nei pressi dello "spartifieu", al confine, vale a dire, interfeudale Avetrana/Manduria, per cause misteriose la statua divenne così pesante, tanto che i pur possenti animali non riuscivano più a trainarla. I trafugatori allora, per farla diventare più leggera, decisero di asportarne parte del retro: ma anche così non c’era niente da fare: la statua restava lì immobile e più pesante che mai. Interpretando il tutto come sinistro presagio essi decisero di riportare indietro la statua che (altro prodigio) all´istante divenne leggerissima. La ricondussero rapidamente nel borgo, la abbandonarono sul sagrato della chiesa e se la diedero frettolosamente a gambe, Lì, il mattino seguente, parroco e fedeli, la trovarono, esterrefatti e senza darsi spiegazioni. Impossibile stabilire se la statua in questione sia quella attualmente conservata nella salone della chiesa, tuttavia una rapida osservazione della scultura permette di cogliere una strana coincidenza con i fatti narrati cioè: il retro della statua risulta effettivamente come svuotato. E dunque, realtà o leggenda? Impossibile dare una risposta certa finché non c’è il supporto di un adeguata documentazione storica. Si allegano le immagini delle due statue di Sant'Antonio che si trovano ancora oggi nella Chiesa madre di Avetrana. Le immagini sono tratte dal sito web https://www.sigecweb.beniculturali.it/ dove si trovano le schede con la descrizione completa delle statue.
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LEGGENDE POPOLARI: IL FURTO DELLA STATUA DI SANT'ANTONIOEsiste ancora, nell´attuale salone della chiesa matrice, una vecchia statua di S. Antonio di Padova interamente scolpita in pietra, sulla cui base sono incise le lettere S.A.P. (Sanctus Antonius Paduae). Unica menzione quella dell’ l’arciprete Francesco Valerio Briganti nel 1747 che, in una sua relazione sulla chiesa parrocchiale, la descrive con un angelo d´argento. Di fattura non eccelsa la sua realizzazione potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XVII secolo circa. Orbene, a questa statua sembra sia legato un antichissimo aneddoto che tuttora i più anziani amano ancora raccontare ai più giovani. La leggenda racconta che nottetempo ignoti (la tradizione vuole manduriani) giunti, con un biroccio trainato da buoi, nei pressi della chiesa prelevarono la pesantissima statua dileguandosi poi nel buio della notte. Bisogna sapere che a quel tempo la statua era collocata in una delle due nicchie in basso del prospetto principale (sull´altra vi era la statua di S.Biagio). La loro collocazione era giustificata dal fatto che entrambi erano venerati come protettori del borgo. In poco tempo e tra mille scossoni, attraversando silenziosamente il borgo, il carretto era oltre le mura. Tuttavia, giunti nei pressi dello "spartifieu", al confine, vale a dire, interfeudale Avetrana/Manduria, per cause misteriose la statua divenne così pesante, tanto che i pur possenti animali non riuscivano più a trainarla. I trafugatori allora, per farla diventare più leggera, decisero di asportarne parte del retro: ma anche così non c’era niente da fare: la statua restava lì immobile e più pesante che mai. Interpretando il tutto come sinistro presagio essi decisero di riportare indietro la statua che (altro prodigio) all´istante divenne leggerissima. La ricondussero rapidamente nel borgo, la abbandonarono sul sagrato della chiesa e se la diedero frettolosamente a gambe, Lì, il mattino seguente, parroco e fedeli, la trovarono, esterrefatti e senza darsi spiegazioni. Impossibile stabilire se la statua in questione sia quella attualmente conservata nella salone della chiesa, tuttavia una rapida osservazione della scultura permette di cogliere una strana coincidenza con i fatti narrati cioè: il retro della statua risulta effettivamente come svuotato. E dunque, realtà o leggenda? Impossibile dare una risposta certa finchè non c’è il supporto di un adeguata documentazione storica.
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LEGGENDE POPOLARI: IL TESORO DEGLI IMPERIALISi racconta che un tal Morleo di Avetrana foggiò quello degl´Imperiali, e persuase uno sciocco calzolaio di / farne ricerca praticando certi spergiuri per allontanare il diavolo. Tali spergiuri gli costarono un occhio, dovendo vendere una piccola proprietà per circa mille ducati, per gli occorrenti preparativi. Il Morleo appuntò il ritrovo per una sera burrascosa, e, dopo aver suggerito al burlato di portar seco i denari e di gettarli a un dato momento in un pozzo, si travestì da demonio e con uno strascico di catene e al bagliore di lampi s´affacciò al malcapitato calzolaio, il quale fu lì lì per spirare, e lanciati i denari nel fosso si diè a chiamare Dio e i Santi. Dopo un momento riavuto si trovò solo e senza i denari del terreno venduto. La giustizia ne fu interessata e due anni fa, dal Tribunale di Taranto, l´astuto Morleo fu condannato al carcere e al risarcimento dei danni.
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LEGGENDE POPOLARI: LA LEGGENDA DEL 'BUE MARINO'Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un piccolo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circondata da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in generazione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran cavaliere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà si gettò a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude comunica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spira vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e altre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate.
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ENOGASTRONOMIA: LA FESTA DI SAN BIAGIOSan Biagio, di professione medico, fu nominato vescovo di Sebaste, in Asia Minore, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo. A causa della sua fede cristiana, fu arrestato dai Romani e, durante il processo, rifiutò di rinnegarla. Per questo motivo venne torturato con i pettini di ferro usati per cardare la lana e, infine, decapitato nel 316 d.C. La sua fama di guaritore, legata alla sua professione, ha fatto sì che i fedeli lo invocassero nei secoli per la cura dei mali del corpo, in particolare per le malattie della gola. Tra i miracoli a lui attribuiti, infatti, vi è il salvataggio di un bambino che stava soffocando a causa di una lisca di pesce. Oltre che protettore contro il mal di gola, la devozione popolare lo riconosce anche come patrono dei tessitori, dei cardatori, dei musicisti a fiato, degli animali, degli innamorati, delle fonti d’acqua e dei pozzi. Un tempo, ogni casa di Avetrana custodiva un'immagine di San Biagio davanti alla quale ardeva costantemente una lampada a olio, ritenuta miracolosa. In caso di tosse, laringite o faringite, la donna più anziana della famiglia immergeva le dita nell’olio benedetto e ne ungeva la gola del malato. La festa liturgica di San Biagio si celebra il 3 febbraio con la tradizionale benedizione della gola in chiesa. Anticamente, in questa giornata si accendevano falò per le vie del paese, una consuetudine oggi quasi scomparsa, ma che ha lasciato un ricordo vivo nel nome dialettale della ricorrenza: San Biaggiu ti lu fuecu (San Biagio del fuoco). I festeggiamenti più solenni si tengono ad Avetrana il 28 e 29 aprile: la vigilia si svolge la processione per le vie del paese, mentre nei due giorni si susseguono luminarie, concerti bandistici e fuochi pirotecnici. A San Biagio è dedicata anche una storica Fiera, istituita ufficialmente il 15 marzo 1913 per le giornate del 28 e 29 aprile. Tuttavia, documenti precedenti risalenti al 1863 mostrano che si era già richiesto l’anticipo della fiera dal 7–8 settembre (come stabilito da un decreto reale del 1819) al 4–5 maggio. Oggi, la fiera si apre alcuni giorni prima delle celebrazioni, svolgendosi tra il 25 e il 28 aprile.
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ENOGASTRONOMIA: LA FESTA DI SAN GIUSEPPEIl 19 marzo, di prima mattina, ad Avetrana si celebra con profonda devozione la festa di San Giuseppe. Nella suggestiva cappella del XVIII secolo dedicata al santo, i fedeli si riuniscono numerosi per pregare e rendere omaggio al patrono dei lavoratori. Al termine della messa, vengono distribuiti i tradizionali pani votivi chiamati “pupi di San Giuseppe”, in segno di gratitudine e fede. Questa ricorrenza, molto sentita dalla comunità, si distingue non solo per la solennità religiosa ma anche per le radicate tradizioni gastronomiche che l’accompagnano. Uno dei simboli più significativi della festa è la tria, un piatto tipico il cui nome deriva dal termine arabo “itrya”, ovvero pasta secca fatta in casa. Anticamente, i notabili del paese offrivano piatti di tria in piazza alle persone più bisognose, trasformando il gesto in un atto di carità. Col tempo, questa usanza è divenuta parte integrante del rito sacro, assumendo il valore di offerta per invocare la protezione del Santo. In tarda mattinata si celebra la messa solenne nella Chiesa Madre, seguita da una processione per le vie del centro storico con la statua del Santo portata a spalla dai devoti. A mezzogiorno, tra piazza Giovanni XXIII e piazza Vittorio Veneto, si svolge la benedizione della tria, che viene poi distribuita ai presenti. Preparata secondo tradizione, questa tagliatella può essere condita con sugo di pesce, pastelle o in bianco con i ceci, e viene cucinata dai ristoranti locali o dalle Associazioni del territorio. Negli ultimi anni, la festa ha assunto un carattere ancora più festoso e partecipato, coinvolgendo scuole, visitatori e turisti da tutto il Salento. Un evento in cui fede, cultura e tradizione si fondono, regalando ai partecipanti un’esperienza autentica e indimenticabile.






