Il territorio degli 11 comuni GAL Terre del Primitivo presenta una superficie di 554,99 km, non ci sono grosse differenze a livello morfologico, con i rilievi che raggiungono l'altezza massima di 166m s.l.m, i punti dove si trova una maggiore differenziazione della flora e della fauna sono le zone costiere dei comuni di Lizzano, Torricella, Maruggio, Manduria e nelle zone di Avetrana.
Pur avendo una così ridotta superficie e una così estesa omogeneità territoriale, gli 11 Comuni ospitano una enorme varietà di ecosistemi, dominati da migliaia di specie vegetali e centinaia di specie animali, per questo studio, dal punto di vista prettamente naturalistico, si è deciso di procedere con una selezione, per questo saranno prese in esame le specie iconiche, con un forte impatto sulla cultura enogastronomica e non solo.
Oltre all'spetto tecnico delle specie, le schede avranno la forma sia di “cunti”, qualora venissero trovati, cioè raccolte di storie legate ad avvenimenti o luoghi che hanno per protagonista quella determinata specie o con la raccolta di informazioni su utilizzi in ambito culinario e non solo.
Anticamente la proprietà coincideva con tutta contrada Mucchio. Fino a circa la metà del ‘700 costituiva un’unica proprietà con masseria San Vito. Passando per diverse mani, dalla fine del 1901 la masseria ebbe come ultimo proprietario Giuseppe Maiorano di Lizzano. Ad oggi la masseria non esiste più essendo stata demolita dopo che era caduta in abbandono.
Se ne ha notizia a partire dal 1602. Fu a lungo in mano alla famiglia Chiurlia finché, nel periodo successivo al periodo della feudalità (1806), l’intero asse ereditario famigliare incontrò la frantumazione in piccole proprietà, tra cui la stessa Masseria Sgarrata.
Attualmente, la masseria è recintata con muretti a secco. Il corpo di fabbrica esposto a Nord è il più recente e reca allo spigolo di levante una statua della Madonna. Tutte le facciate presentano porte e finestre con cornice ad arco. Nel cortile campeggia una cisterna raggiunta con apposite tubature per la raccolta delle acque piovane. Ci sono anche altre costruzioni che dovettero servire da abitazione al massaro e ai contadini.
Lo sviluppo della tenuta, in base a varie documentazioni scritte, risulta segnato, da lunghi percorsi storico-insediativi: epoca neolitica, possibili fasi indigene e poi greco-romane, sino all'età medievale. La Masseria è citata in un atto di procura (anno 1531) e successivo rogito di vendita (anno 1544), con cui la stessa passava dall'antica Abbazia tarantina di San Vito del Pizzo, alla nobile famiglia Aielli.
Dopo aver conservato il nome di tale famiglia, la masseria prese la denominazione di San Vito in onore della cappella del Santo, ivi esistente dal 1500; nel XIII sec. finisce in possesso degli Agostiniani di Manduria, per passare poi, a seguito delle leggi napoleoniche e murattiane contro i privilegi feudali (1808), al Ducato Regio e Pubblico Demanio. La tradizione orale racconta che “Don Alfredo Maiorano” riuscì ad acquistare la Masseria di San Vito, in seguito ad un corposo dono in monete d’oro da parte di alcuni briganti, che vollero in tal modo ricompensarlo per aver dato loro rifugio e sostentamento.
La costruzione passò poi in possesso di Cosimo Lomartire di Sava che la suddivise in lotti: un lotto fu assegnato alla figlia Elena Lomartire. Il recupero della moderna struttura è il risultato della passione profonda, il lavoro continuo e l’impegno costante del Sig. Giuseppe Vagali, coniuge di Lomartire Elena. La masseria oggi è abitata e viva: ossia con un imprenditore agricolo (Giuseppe Vagali, appunto) in attività, desideroso di ricreare l’atmosfera di allegria, musica popolare e genuino divertimento che da sempre ha caratterizzato le notti di “San Vito” facendo sentire, secondo l’antica tradizione contadina, le persone come accolte in famiglia.
Il grespino spinoso ( Sonchus asper (L.) Hill, 1769) è una specie di pianta angiosperma dicotiledone della famiglia delle Asteraceae.
DESCRIZIONE: pianta erbacea, generalmente a ciclo annuale, in in alcuni casi può presentare un ciclo biennale, si divide in parte basale e con una rosetta di foglie e un fusto che parte dal centro della rosetta, e che può raggiungere anche i 200 cm di altezza, il fusto risulta generalmente privo di foglie, tranne nella parte apicale, dove sono presenti piccole foglioline insieme alle infiorescenze, le foglie sono, spesse e spinose, di colore verde tendente al bluastro (di sopra sono lucide), con lamina di tipo lanceolato e con margini ondulati, coperte di spine dorsali su entrambi i margini: se tagliate secernono un liquido lattiginoso, i le infiorescenze sono raggruppate sulla parte apicale del fusto sono di piccole dimensioni, sono ermafroditi e presentano una tipica colorazione arancione.
DISTRIBUZIONE: presente in tutte le regioni italiane, isole comprese, dalle zone marittime a quelle submontane fino a 1500 m. Questa specie vive nei luoghi in cui l'uomo ha disturbato il suolo, viene considerata da molti pianta infestante nei terreni incolti, negli orti, nei giardini, nelle colture e lungo i bordi stradali. Divenuta cosmopolita, si trova frequentemente in zone urbane, nei parchi e nei giardini delle città. Questa specie ha anche una ulteriore caratteristica, quella di essere in grado di mantenere i semi fertili, in stato di quiescenza fino a 10 anni.
CURIOSITA: specie commestibile Il momento migliore per raccolta è quello primaverile, quando i tessuti sono tenerissimi e succosi.
L'insalata di grespino può essere consumata, sola o mista con altre erbe spontanee, Ottima anche lessata, o saltata in padella, quale contorno per carni.
Come tutte le cicorie contiene un lattice bianco, ma assolutamente innocuo. Anticamente si riteneva che questo lattice aumentasse la produzione di latte nelle donne ed anche negli animali e per questo era particolarmente apprezzata e tenuta in considerazione. Nel passato le sue radici, come quelle di altre cicoriacee, venivano tostate e macinate ed usate come succedaneo del caffè.
In un documento nel 1747 si legge che il Sommo pontefice Giulio II nel 1505 concesse agli abati dell’Abazia di San Vito del Pizzo il previlegio di utilizzare le terre della proprietà della masseria.
Della vecchia struttura resta quasi nulla, poiché nel XIX sec. è stata quasi completamente ricostruita.
Le stalle per gli animali sono al piano terra e dietro c’è la casa del massaro.
Secondo il Catasto Onciario del 1949 la masseria all’epoca apparteneva a Giovanni Magrisi. A causa di alcuni debiti passo poi nelle mano al Marchese di Lizzano, Nicola Chyrlia.
Oggi presenta due serie di costruzioni di cui una più antica. Dell’antica recinzione fatta con muretti a secco è rimasto ben poco.
Su questa masseria c’è una leggenda: al proprietario compariva un mostro a forma di toro scatenato che faceva spaventare tutti. Un giorno il proprietario invocò il nome della madonna e questo mostro scomparve e non ricomparve più.
Nelle vicinanze ci sono numerose sepolture di epoca magno-greca.
In un documento del 14 maggio 1747 si attesta che la masseria è di proprietà del Marchese di Lizzano Nicola Ciurla di 50 tomoli comprendente molti alberi di ulivo.
La vecchia masseria crollò tra il 1920 e il 1930 provocando solo la morte di alcuni buoi. Alcune parti sono state poi inglobate nella nuova costruzione.
Il ginepro rosso (Juniperus oxycedrus L.) è una pianta a portamento arbustivo presente nelle tradizioni del territorio.
DISTRIBUZIONE: presente in Italia, appartenente alla famiglia delle Cupressaceae. È una specie caratteristica della macchia mediterranea diffuso soprattutto lungo la costa e sino ai 1600 m s.l.m
DESCRIZIONE: ha portamento eretto come il ginepro comune, e può superare gli otto metri d'altezza. Si distingue dal ginepro comune osservando le foglie (aghi), che presentano due righe bianche anziché una; dette righe bianche sono le file di stomi.
CURIOSITA: il ginepro è chiamato l’albero protettore, l’albero che protegge dagli spiriti malvagi, nella medicina popolare trova impiego come antibatterico, i romani lo usavano per problemi di flatulenza e di stomaco, gli antichi egizi contro i parassiti del intesto, il catrame vegetale che secerne può essere usato come pomata contro dermatiti, più in generale trova impieghi contro tosse e problemi respiratori tramite decotti e infusi.
Le Coccole fresche tritate insieme a rosmarino e prezzemolo vengono usate per insaporire arrosti, generalmente le bacche essiccate si usano come arricchitore di sapori per zuppe, birre e liquori.
In un documento notarile del 1750 se ne attribuisce la proprietà a Monteparano.
È posta a Nord-ovest di Lizzano, alle spalle del convento di San Pasquale. Pianta a L.
Il finoscchio selvatico (Foeniculum vulgare) è una pianta erbacea mediterranea della famiglia delle Apiaceae (Ombrellifere).
DESCRIZIONE: il finocchio selvatico è una pianta spontanea, perenne, dal fusto ramificato, alta fino a 2 m. Possiede foglie che ricordano il fieno (da cui il nome foeniculum), di colore verde e produce in estate ombrelle di piccoli fiori gialli. Seguono i frutti (acheni), prima verdi e poi grigiastri.
DISTRIBUZIONE: tutte le aree mediterranee, nelle radure e nelle vicinanze di rocce affioranti, nei pascoli e nelle aree selvatiche incolte.
CURIOSITA: Ha proprietà carminative, Pertanto è utilizzato per chi ha difficoltà digestive, aerofagia, e può essere utile per ridurre la componente dolorosa della sindrome da colon irritabile. Emmenagogo, diuretico, antiemetico, aromatico, antispasmodico, antinfiammatorio, tonico epatico. Normalmente si utilizzano i frutti secchi in infuso, ma è possibile trovare in commercio anche le bustine liofilizzate o l'olio essenziale.
I fiori si usano per aromatizzare le castagne bollite, i funghi al forno o in padella, le olive in salamoia I cosiddetti "semi" si usano soprattutto per aromatizzare tarallini, pane, (Puglia), ciambelle o altri dolci casalinghi e per speziare vino caldo o tisane.
Nel 1816 la proprietà era del Marchesi di Lizzano, Nicola Chyurlia e si estendeva ad aree di macchia, bosco, corti di pecore e seminato, ma era definita semplicemente “curti di pecore” evidentemente era un semplice ovile di pecore a pianta a L, con alcune stanze per il massaro e per la produzione di latticini. L’attuale struttura fu poi probabilmente costruita dal cavalier Filippo Vasaturo.
Corso d’acqua che sfocia a sud-est di Taranto lungo il quale sono state rintracciate numerose tracce di insediamenti antichi. Cippi in carparo con motivi a croce costituiscono i confini.
Del neolitico sono state individuate presenze insediative lungo l’intero corso fluviale. Nell’età del bronzo (II millennio a.C.) si osserva una drastica contrazione.
In età protostorica-arcaica si registrano contatti tra il mondo greco-tarantino e le popolazioni autoctone. Ben attestata è l’epoca classico-ellenistica con evidenti presenze di sepolcreti.
Il tesoretto di Lizzano, inventariato con come IGCH 1926, fu rinvenuto nel 1950, a Lizzano ed è costituito da più di 43 esemplari in argento ed 1 in bronzo delle zecche di Tarentum, Metapontum, Poseidonia, Thurium, Velia, Caulonia, Croton, Terina e Alessandro il Molosso. Data di occultamento risale al periodo tra 340-330 a.C.
Oggi questo interessante gruzzolo di monete è custodino nel tesoriere del Museo Archeologico nazionale di Taranto
Il fico (Ficus carica), è un albero della famiglia delle Moraceae, ben radicato nelle tradizioni del territorio.
DESCRIZIONE: l'albero del fico può raggiungere un'altezza di 5-10 metri ed è caratterizzato da foglie grandi e lobate, di colore verde intenso. Produce frutti commestibili, i fichi, di forma allungata o sferica, di colore viola o verde scuro, e dal sapore dolce e succoso. Il fico è una pianta che preferisce climi caldi e asciutti, ma può anche essere coltivato in zone più umide, purché la pianta sia protetta dalle gelate invernali.
DISTRIBUZIONE: originario del Medio Oriente e diffuso in molte regioni del mondo con clima mediterraneo.
CURIOSITA: il fico viene coltivato principalmente per la produzione dei suoi frutti, che sono molto apprezzati in cucina. I fichi possono essere consumati freschi, ma anche essiccati, e sono utilizzati per la preparazione di dolci, marmellate, salse e piatti salati come insalate e formaggi, in particolare è famosa la tradizione a Oria del "ficu cucchiato", il cui commercio raggiunse l'apice nel 1800.
Inoltre, il fico è utilizzato anche come pianta ornamentale, grazie alla sua forma elegante e alle sue foglie decorative.
La presenza di un albero di fico in zone calcaree e con rocce affioranti è indice della presenza di grotte, piccole cave, ripari sottoroccia, ipogei in quanto tende a crescere, in modo selvatico, in questi luoghi.
Il fico è collegato alle tradizioni artigianali del territorio, come la creazione dei cannizzi.
Ubicata a 3 km a Sud del comune di Lizzano, al confine con il territorio di Torricella.
Sulla parte più alta sono state individuate tracce presistoriche.
Nei pressi dell’omonima masseria sono state rilevate le tracce più significative di epoca magno-greca.
Il centro messapico di Manduria si estendeva per circa 71 ettari ed era circondato da una triplice cerchia muraria.
Nevio Degrassi, Soprintendente alle Antichità della Puglia e del Materano, effettuò i primi scavi archeologici dell’impianto difensivo e delle necropoli, tra il 1955 e il 1960. Le indagini portarono alla scoperta di circa 1330 sepolture, disposte all’esterno dei tratti settentrionale ed orientale delle mura di cinta. L’impianto difensivo è costituito da una prima cerchia, attribuita al primo quarto del V secolo a. C., con blocchi disposti di testa ed assemblati a secco, e corre con il relativo fossato per circa 2 km, disegnando un percorso di forma pressappoco pentagonale. La seconda cerchia, costruita alla fine del III secolo a. C., racchiude la precedente, ed è costituita da un doppio paramento di blocchi disposti di testa, con riempimento interno. Oggi alta tra i 5 e i 6 metri, è preceduta da un ampio fossato, di ampiezza pari a quella delle mura, ed una profondità che raggiunge i 5 metri. Il circuito murario, che sul lato settentrionale corre parallelo alla prima cerchia, si allarga notevolmente verso sud-ovest, ampliando l’area dell’insediamento e raggiungendo un perimetro complessivo di 3.300 km. Era rafforzato da torri di difesa, una delle quali, individuata da Nevio Degrassi nel tratto meridionale delle mura, nei pressi della via per Lecce. Passaggi di natura strategica (c.d. postierle) erano ricavati nei settori settentrionale ed orientale del circuito murario esterno: conducevano all’interno del fossato, permettendo l’uscita dalla città in caso di assedio. All’interno del fossato difensivo della prima cerchia, fu individuato un altro tracciato murario, convenzionalmente definito “terza cerchia” che corre parallelo al primo circuito sino all’area della ferrovia, ove se ne discosta per seguire l’andamento della cerchia più esterna. Vi erano sei porte che si aprivano nel tratto orientale delle mura, lungo più di un km, a testimonianza del collegamento e dei traffici intensi con i centri del territorio. Ne è testimonianza la porta nord-est, che era già presente nel primo impianto difensivo, tanto da essere risparmiata dal taglio del fossato della seconda cerchia. Il passaggio prevedeva una doppia strada, nei due sensi di marcia, per renderne più comodo il transito. Un intervento di scavo condotto dalla Soprintendenza nel 2004 alle spalle del Consorzio Agrario, in via Erodoto, ha permesso di mettere in luce: un tratto della cinta muraria orientale, con una delle porte di accesso che si apriva nel sistema difensivo; il fossato con due postierle, ed un’antica strada che entrava nella città dalla parte di Lecce.
Chiesetta bizantina di contrada Poverella mai terminata (per cause ignote), risalente verosimilmente al sec. XI d.C. e caratterizzata dai tipici elementi di un luogo di culto italo-greco: un’aula, riservata ai fedeli e un presbiterio, riservato al celebrante. I due spazi sono divisi da un tramezzo litico (templon), provvisto di tre aperture, tipico dei luoghi di culto ortodossi.
La cappella, che avrebbe ospitato non più di venti persone, fu probabilmente fatta costruire da un ricco signore, proprietario (come era in uso all’epoca) della terra e degli uomini che la lavoravano.
La cappella avrebbe costituito dunque il punto di riferimento spirituale di un villaggio rurale anonimo, da collegare probabilmente all’altro ipogeo, di forma circolare, ubicato sotto la Casina Pasanisi, a poca distanza dalla chiesetta.
Piero Memmi, proprietario dell’ipogeo, ne cura la periodica manutenzione. La cappella fu ripulita dai detriti accumulatisi nel tempo ad opera di un gruppo di soci Archeoclub (Gregorio Attanasio, Luciano Gennari, Nicola Morrone e Franco Moscogiuri) nel 1998.
L'echinum plantagineum, noto comunemente come viperina comune o erba-vergine, è una pianta erbacea biennale o perenne.
DESCRIZIONE: la pianta ha un'altezza che va dai 20 ai 60 cm, con fiori rosa, viola o blu che crescono in infiorescenze a forma di spiga sulla sommità del fusto. Le foglie sono lunghe e strette, con bordi interi o leggermente dentati.
Echium plantagineum si adatta a una vasta gamma di habitat, compresi i prati, le zone costiere, i margini stradali e i terreni incolti. Tuttavia, come molte altre piante del genere Echium, anche la viperina comune è stata segnalata come invasiva in alcune regioni del mondo, in particolare in Australia e in Nuova Zelanda.
DISTRIBUZIONE: originaria dell'Europa meridionale e occidentale, ma ora ampiamente diffusa in tutto il mondo come pianta ornamentale e mellifera.
CURIOSITA: la viperina comune viene utilizzata come pianta ornamentale nei giardini e come pianta mellifera per produrre miele di alta qualità. Inoltre, la pianta è stata tradizionalmente utilizzata per scopi medicinali, come anti-infiammatorio e per alleviare il dolore, ma non ci sono molte ricerche scientifiche a supporto di questi usi.
In cosmesi l'olio di semi di Viperina una spiccata azione antinfiammatoria e idratante (rilevante concentrazioni di acidi grassi). viene estratto per pressatura a freddo dei semi
Il cotogno (Cydonia oblonga Mill., 1768) è un albero da frutto appartenente alla famiglia delle Rosacee. È l'unica specie nota del genere Cydonia
DESCRIZIONE: il cotogno si presenta come un piccolo albero o arbusto, caducifoglie e latifoglie, che può raggiungere i 5–8 m di altezza. La pianta si adatta anche a suoli relativamente poveri purché ben drenati, soffre per eccesso di calcare. Le foglie alternate, semplici, sono lunghe 6–11 cm, con margine intero, pubescenti (finemente pelose).
I fiori sono bianchi o rosa, con cinque petali, con corolle di 5–7 cm di diametro; la fioritura avviene tardivamente (fine aprile inizio di maggio), e si ha dopo la emissione delle foglie.
I frutti, le cotogne, sono di colore giallo oro intenso, sono pomi di dimensioni variabili, (a volte molto grandi in alcune varietà) asimmetrici, maliformi o piriformi.
DISTRIBUZIONE: originario dell'Asia Minore e della zona del Caucaso, oggi è diffuso principalmente nell'areale occidentale del Mediterraneo ed in Cina.
CURIOSITA: il frutto è usato per la preparazione di confetture, gelatine (cotognata), mostarde, distillati e liquori. Ottima è anche sciroppata. Con la cottura, nella preparazione di confetture, e quindi con la frammentazione dei polisaccaridi la polpa assume una dolcezza intensa, e la liberazione di un profumo di miele. L'elevato contenuto di pectina produce un veloce addensamento della confettura o della gelatina, limitando i tempi di cottura. In epoca precedente la diffusione dello zucchero raffinato la confettura
Il sito archeologico prende il nome dalla vicina masseria di origine cinquecentesca e ospita le tracce sulla roccia di un insediamento abitativo di età neolitica, rinvenuto nel 2002 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, in collaborazione con l’Università del Salento. Il sito appare interessato da una frequentazione riconducibile al Neolitico iniziale (VI millennio a.C.), come attestano grossi frammenti di ceramica impressa appartenuti a grandi contenitori per derrate e frammenti di macine.
L’rea fu sede di un insediamento stabile, evidenziato da un considerevole numero di buche per pali di sostegno di strutture abitative a pianta rettangolare, alcune delle quali collegate da canali di fondazione. Nei pressi si sviluppa un’area funeraria articolata in sepolture, delimitata con circoli di pietra contenenti deposizioni in posizione rannicchiata.
Il sito probabilmente fu nuovamente frequentato nel II-I sec. a.C., come fattoria tardo-repubblicana, e poi di nuovo in età medio-imperiale (II-III secolo d.C.).
Curiosità: I reperti rinvenuti sono esposti alla mostra archeologica permanente situata nella casamatta del Complesso Fortilizio di Avetrana.
La cicerchia comune (Lathyrus sativus L., 1753) è una pianta annua a distribuzione mediterranea, di antica introduzione, il cui consumo in Italia è limitato ad alcune aree del centro-sud ed è in costante declino.
DESCRIZIONE: ha radici robuste e fusti prostrati o rampicanti lunghi 15–60 cm (raramente fino a 100 cm). Le foglie hanno due pinnule e, nelle foglie superiori, viticci semplici o ramificati. I fiori, solitari in infiorescenze racemose, sono portati da un peduncolo lungo 3–6 cm che supera il picciolo fogliare; all’apice presenta una brattea a forma di squama.
DISTRIBUZIONE: presente in tutte le regioni d’Italia.
CURIOSITA: i semi (cicerchie) sono tossici; In passato i semi delle cicerchie selvatiche venivano usati nell'alimentazione umana, specialmente durante le carestie. L'uso prolungato causava spesso una grave sindrome neurologica detta "latirismo" dovuta alla presenza nei semi di un aminoacido tossico.
La pianta veniva anche coltivata come foraggio e raccolta prima della maturazione dei semi per evitare avvelenamenti agli animali. Il nome generico è la latinizzazione dell'antico termine greco 'lathyros', che designava una pianta non identificata da cui si estraeva una sostanza eccitante; il nome specifico è quello usato per la pianta dagli antichi romani.
Il nome della specie "cicera" dal latino cicer = cece, per la somiglianza del seme della cicerchia.
Periodo di fioritura: marzo-giugno.
Il Canale di S. Nicola si colloca a sinistra della strada provinciale per Borraco e si presenta come un profondo vallone naturale, lungo circa 1300 metri, che degrada verso la costa interrandosi a circa 400 metri dal litorale. Le sponde sono parzialmente coltivate a vigneto e oliveto; il letto presenta in alcuni tratti giardini e frutteti. Un modesto rigagnolo, spesso in secca, è quanto resta del corso d'acqua che in antico vi scorreva. Alcuni pozzi sono stati scavati per lo sfruttamento delle faIde sotterranee.
La ceramica è presente con i tre tipi: impressa, incisa e graffita, tipica del neolitico.
A. Corrado ed E. Ingravallo segnalano, in zona, presenze dell' età del bronzo; non forniscono ulteriori particolari.
Secondo Fedele, sulla sponda nord, sulla stessa direttrice del sito neolitico, si attesta un insediamento ellenistico-romano: tegolame, frammenti di un mortaio in argilla chiara e rari frammenti a vernice
Nera, databili genericamente nel IV-IIl sec. a.C.
Il Tarentini ci dà notizie dell’esistenza di cisterne campaniformi, tratti di fondamenta e del ritrovamento di un tesoretto di monete greche nella contrada Tamari.
Il Coco ci fa leggere come già nel 1172 sulle sponde del fiume Chidro fosse impiantato un mulino.
Il Tarentini parla di un casale di S. Niccola che colloca in zona, asserendo che verso l'ultimo decennio si potevano vedere i resti di un impianto molitorio.
Il carrubo o la carruba (Ceratonia siliqua) è un albero della famiglia delle Fabaceae, originario delle regioni del Mediterraneo.
DESCRIZIONE: l'albero del carrubo può raggiungere un'altezza di circa 10-15 metri ed è caratterizzato da una chioma densa e tondeggiante. Produce frutti di forma allungata, i carrubi, di colore marrone scuro e dal sapore dolce e intenso.
DISTRIBUZIONE: il carrubo è una pianta che predilige climi caldi e aridi e cresce bene su terreni calcarei e ben drenati. La pianta può essere coltivata sia in campo aperto che in vaso e richiede poche cure. In Italia, il carrubo è diffuso soprattutto nelle regioni meridionali, come la Sicilia, la Puglia e la Calabria ed in genere si possono trovare nei boschi misti (querce e carrubi soprattutto) o nei giardini appartenenti un tempo ai nobili o alle congregazioni religiose.
CURIOSITA: I frutti del carrubo sono utilizzati principalmente come ingrediente per la preparazione di prodotti alimentari come la farina di carrube, il miele di carrubo e il liquore di carrubo. Inoltre, l'albero del carrubo è utilizzato anche come pianta ornamentale, grazie alla sua forma elegante e alle sue foglie decorative. I nostri nonni o anche le generazioni più antiche, usavano, consapevolmente, scambiare il carrubo come cioccolata: una sorta di "diversivo" per figli o i nipoti (o più in generale bambini) che piangevano o si lamentavano.
Biagio Fedele segnala il ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica neolitica con decorazioni a impressione, eseguite con punta di bastoncello stondato, tagli di stecca e unghiate.
In zona è segnalata la presenza di una specchia che il Neglia ubica su un pianoro macchioso a m. 1.250 circa dal mare, nella zona denominata «Monte della Specchìarica».