Il territorio degli 11 comuni GAL Terre del Primitivo presenta una superficie di 554,99 km, non ci sono grosse differenze a livello morfologico, con i rilievi che raggiungono l'altezza massima di 166m s.l.m, i punti dove si trova una maggiore differenziazione della flora e della fauna sono le zone costiere dei comuni di Lizzano, Torricella, Maruggio, Manduria e nelle zone di Avetrana.
Pur avendo una così ridotta superficie e una così estesa omogeneità territoriale, gli 11 Comuni ospitano una enorme varietà di ecosistemi, dominati da migliaia di specie vegetali e centinaia di specie animali, per questo studio, dal punto di vista prettamente naturalistico, si è deciso di procedere con una selezione, per questo saranno prese in esame le specie iconiche, con un forte impatto sulla cultura enogastronomica e non solo.
Oltre all'spetto tecnico delle specie, le schede avranno la forma sia di “cunti”, qualora venissero trovati, cioè raccolte di storie legate ad avvenimenti o luoghi che hanno per protagonista quella determinata specie o con la raccolta di informazioni su utilizzi in ambito culinario e non solo.
Titolo: Tra sole e sale – la flora della salina dei “monaci di Bevagna” sullo ionio tarantino
Autori: Lamusta S. - Nardone D.
Data di pubblicazione: 2000
Editore: Edizione Amici della “A.De Leo”, Brindisi
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Diario di bordo – Salina dei Monaci, Manduria
Autori: I.T.I.S. – L.S.T. “O. del Prete”
Data di pubblicazione: 2005
Editore: Barbieri editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Tra il mare e il ginepro. La flora del litorale jonico tra Torre delle Moline e Torre Colimena
Autori: Nardone Domenico
Data di pubblicazione: 1991
Editore: Centro Studi Salentini
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: L’arte coquinaria nel Medio Evo e nel Rinascimento. A tavola con Papi, Cardinali, Imperatori e Re
Autori: Giuseppe Mazzarino
Data di pubblicazione:
Editore: Filo Editore
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: I boschi Cuturi e Rosamarina. Ipotesi di conservazione e valorizzazione turistica
Autori: Ist. Tecnico Einaudi di Manduria (a cura di)
Data di pubblicazione: 2004
Editore: Neografica, Latiano
Argomenti: Storia e Tradizioni
Titolo: Fiori e fiori. Cibi e bevande
Autori: Lamusta Santina - Ditonno Nunzia Maria
Data di pubblicazione: 2018
Editore: Artebaria
Argomenti: Cucina & Enogastronomia
Titolo: Fave e Favelle. Le piante della Puglia Peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione
Autori: Nardone Domenico
Data di pubblicazione: 2014
Editore: Centro Studi Salentini
Argomenti: Storia e Tradizioni
La masseria si trova poco fuori l’abitato di Uggiano Montefusco, frazione di Manduria, e fa parte di un itinerario che propone, in poco più di 8 km, la visita alla Masseria fortificata Le Fiatte, all’ex Abbazia di Santa Maria di Bagnolo (XIII sec.) e alla Masseria Bagnolo. Essa è cinta da muri a secco. E immersa nel paesaggio, tra distese di vigneti e uliveti.
l nome Monaci deriva dai Monaci Benedettini, che a partire dall’anno mille avevano reso quest’area una fabbrica del sale. L’acqua marina si depositava durante le mareggiate in una depressione naturale. Per migliorarne lo sfruttamento, i monaci tagliarono la roccia creando un canale di scorrimento e regolazione dell’afflusso di acqua, e realizzarono edifici per la lavorazione ed il deposito del sale, oltre ad una torre di guardia e ad una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Carmelo.
I Magazzini sono un complesso con volta a botte di 3 locali piuttosto ampi (misurano 25×8 mt). La Cappella si trova a poche decine di metri dal complesso dei magazzini e conserva ancora la volta originaria, le pareti son affrescate. La Torre ha base quadra e tronco piramidale.
Negli anni che vanno dalla fine del 1800 agli anni ’40 si proposero interventi di bonifica per il problema della malaria, qui particolarmente diffusa. Per fortuna gli interventi furono minimi, e non compromisero la Salina e i suoi panorami.
A partire dagli anni ’60 la Salina fu oggetto di pesanti interventi di speculazione edilizia e sviluppo turistico incontrollato. Furono distrutte dune e importanti distese di macchia mediterranea, le falde furono inquinate, la salina fu persino utilizzata come campo di calcio estivo. A ciò si aggiunse la nefasta presenza dei bracconieri.
Gli anni successivi rappresentarono un’inversione di rotta, una nuova sensibilità ambientale e l’impegno delle istituzioni portarono ad interventi a tutela della zona e all’istituzione, nel 2000, dell’Area protetta delle saline di Torre Colimena, dal 2010 inserita nell’elenco delle aree protette italiane.
Notiziata per la prima volta in un rogito del 1854, la masseria fu di proprietà dei fratelli don Pasquale e don Colloandro Tocci, i quali la concessero in conduzione a coloni. I loro eredi la vendettero poi a Ciro Tomai Pitica, per poi passare a Gaetano Pagano di Lizzano che diede vita ad un aziende agricola pluripremiata a livello nazionale. Attualmente la masseria è in completo abbandono.
Ignota al catasto provvisorio di Sava del 1816 (che comprendeva anche Torricella e Monacizzo) è al catasto del Comune di Lizzano, compare nell’archivio storico comunale solo a partire dagli inizi del ‘900, quale proprietà degli eredi di Pasquale Gigli. La masseria ha conservato la sua forma originale fino al 1965. Poi è stata stravolta e inglobata nell’attuale insediamento residenziale balneare.
Attualmente la masseria appare divisa in due settori: quello a sinistra conserva i ruderi dell’antica costruzione, quello a destra è più recente. L’antica masseria era impostata su due livelli: sotto stalle e sopra abitazione. Nella zona antistante sorge una chiesetta sul cui architrave è incisa l’anno 1715. Al suo interno compare un affresco della VB che schiaccia il serpente con il piede.
Notiziata in un atto notarile del 1747, divenne parte del marchesato Chiurlia, nell’ambito del quale fu concessa ripetutamente in affitto. Alla dissoluzione del feudo entrò nel possesso del comune di Lizzano. Oggi appare fortemente modificata rispetto all’impianto originale. La costruzione si presenta con un unico magazzino e una scala che conduce al terrazzo.
Se ne ha notizia dal marzo 1748, quale proprietà del medico Don Francesco Armerà, che la lascia in eredità ai fratelli. Seguiranno diversi passaggi di proprietà. Ha un solo livello, la masseria oggi è annunziata da un portale ad arco, al cui lato destro sorgono le abitazioni sia al piano terra sia a quello superiore. A sinistra, altri caseggiati e un pozzo con boccale in pietra.
Proprietà di Don Giulio Cesari di Manduria, la masseria fu riportata al feudo di Lizzano nel 1658. Nel 1672 risultava bene nella disponibilità delle suore Benedettine di Casalnuovo. Successivamente la masseria entrò nel marchesato di Nicola Chiurlia, il quale rispondendo alla supplica delle suore, lo restituì all’ordine religioso. Nella seconda metà dell’800, il bene figurava tra le proprietà della famiglia Maiorano che lo affittò a più riprese.
Attualmente, la masseria è annunciata da un portale ad arco. Al piano terraneo, oltre ad alcune abitazioni, compaiono locali adibiti a stalla. Sopra al piano rialzato, che serviva da abitazione, insistono altri locali con un caminetto. Sul terrazzo è posta una colombaia.
Nel catasto onciario del 1749, compariva come proprietà del canonico don Giuseppe Marasco della terra di Casalnuovo. Successivamente la masseria divenne di proprietà di Gaetano Briganti e poi dei suoi eredi, che la affittarono ripetutamente.
Di questa masseria oggi è rimasto solo un locale con volta a botte. Permane anche un Acquaro con un boccale a varie pile.
Il terreno che avrebbe ospitato la masseria entrò nel marchesato Chiurlia a partire dal 1729, tant’è che nel catasto onciario del 1749 non se ne trova menzione. Il primo documento che la cita è del 1811. Concessa in affitto più volte a diversi conduttori, dalla seconda metà dell’800 la masseria diventò di proprietà di Orazio Airò, poi ancora della famiglia Chiurlia e infine della famiglia di Adolfo Tocci.
Attualmente, la costruzione della cantina sociale San Pasquale ha nascosto quella che fu residenza di campagna della famiglia Tocci.
La masseria è composta di una zona ad esclusivo uso del proprietario e di un’altra con gli alloggi del massaro e dei contadini e le curti.
Di proprietà del defunto duca Clodinio, nel 1698 fu devoluta alla Regia Camera, entrata successivamente nel marchesato Chiurli, fu concessa in affitto fino al 1853. Attualmente permane una costruzione non molto antica (fine ‘800 inizi ‘900) con un camino e una cantina sottoposta, che serviva da stalla.
Compare nel catasto onciario di Lizzano del 1749, alla proprietà del R. D. Domenico Tana, leccese, rettore e cappellano del Santissimo Rosario in terra di Lizzano. Affittata e subaffittata per diversi decenni, dopo la metà dell’800 la masseria passò nelle mano di Michele Campo. Attualmente la masseria appare composta da un unico locale con un camino. Una chiesetta continua la costruzione a ponente. Al suo interno si conserva un grazioso altare e sotto le imbiancate a calce si intravedono dei dipinti. Molto interessante è l’acquaio della masseria, uno dei più grandi e ben conservati dell’agro di Lizzano.
Se ne ha notizia a partire dal 1886, quale proprietà integrante il marchesato di Nicola Chiurlia. Ne fu conduttore Francesco Pagano che ne divenne in seguito proprietario lasciandola in successione nel proprio asse ereditario. La masseria è stata demolita in epoca recente.
Se ne ha notizia a partire dal 1749, anno in cui risulta di proprietà di D. Francesco Fedele, sacerdote della terra di Monteiasi. Per molti decenni, nella disponibilità della famiglia marchesale Chiurlia, in epoca napoleonica fu gestita dal cerusico Stanislao Tocci, il quale la concesse in affitto. I fabbricati di Masseria Specchia Vecchia sono stati aboliti in epoca recente. Attualmente si conserva il grandissimo Acquaro a due bocche.
Ve ne è attestazione documentale a partire dal 1658.
Parte integrante del Marchesato Chiurlia figurava al feudo di Lizzano pur essendo di fatto in quello di Monacizzo. Bagnara era una delle masserie con maggiore estensione territoriale, inferiore solo a quella di Porvica.
Con la fine del feudalesimo, a partire dal 1829 la masseria passò alla famiglia Benucci e Perillo che la concessero in affitto a più riprese finché nel 1901 ne divenne proprietario Giulio Tocci. Attualmente è in perfetto stato.
L’androne è selciato con lastre di pietra calcarea.
La denominazione di San Cassiano è riscontrata già nel XIII-XIV sec. Si tratta di una proprietà probabilmente annessa alla Masseria Porvica.
Storica proprietà del Marchese Chiurlia. Fu espropriata nel 1826 e concessa in affitto. Restò di proprietà del Comune di Lizzano fino agli inizi del XX secolo, quando passò in mano private.
Al momento si possono vedere alcuni fabbricati, alcuni rimaneggiati, altri parzialmente crollati.
Sul posto sono stati rinvenuti molti frammenti ceramici di epoca magno-greca.